Il Consiglio federale approva il rapporto sull’assicurazione malattie e l’accesso all’assistenza sanitaria per i sans-papiers
Berna, 23.05.2012 – Il Consiglio federale ha approvato il rapporto «Assicurazione malattie e accesso all’assistenza sanitaria per i sans-papiers», elaborato in adempimento del postulato del 28 maggio 2009 depositato dalla consigliera nazionale Heim. Il rapporto illustra la situazione dei sans-papiers in relazione all’assicurazione malattie e all’assistenza sanitaria. Il Consiglio federale ritiene decisamente opportuno che l’assicurazione malattie sia estesa per quanto possibile a tutti i sans-papiers.
Dato che sono residenti in Svizzera, i sans-papiers sono assoggettati all’assicurazione sociale malattie in virtù della LAMal. In risposta al postulato Heim, il Consiglio federale ha esaminato la situazione di questo gruppo di popolazione nei diversi Cantoni in relazione all’assicurazione malattie e all’assistenza sanitaria.
Emerge che, in realtà, solo una minoranza di essi è assicurata contro le malattie. Ciò è attribuibile, da un lato, alla resistenza degli stessi sans-papiers nei confronti delle autorità e alla loro precarietà finanziaria e, dall’altro, all’atteggiamento degli assicuratori e ai mezzi di controllo a disposizione dei Cantoni per garantire l’obbligatorietà assicurativa di queste persone. Per quanto attiene alle cure prodigate ai sans-papiers non assicurati, si constata altresì che, a seconda dei Cantoni, il loro accesso alle cure è limitato e diseguale rispetto al resto della popolazione.
I sans-papiers non assicurati possono generare costi sociali elevati: infatti, se le fatture non sono saldate, a farne le spese sono in primo luogo i fornitori di prestazioni, e in seguito – come è spesso il caso – l’ente pubblico. Rinviando le visite mediche fino al momento in cui diventano inevitabili, i sans-papiers necessitano sovente di trattamenti più costosi.
Il Consiglio federale auspica pertanto un aumento del livello di copertura assicurativa dei sans-papiers. Non ritiene invece necessaria una revisione della LAMal, poiché il quadro giuridico incentrato sull’obbligo generale di assicurazione è sufficientemente chiaro.
Ces 30 dernières années, l’écart entre les riches et les pauvres s’est creusé dans la plupart des pays de l’OCDE. Cette évolution s’est produite au cours d’une longue période de croissance économique, avant la Grande Récession. Que va-t-il se passer alors que 200 millions d’individus sont au chômage dans le monde et que les perspectives de croissance sont médiocres ? De nouvelles analyses de l’OCDE indiquent que le mouvement de creusement des inégalités n’est pas inéluctable : les gouvernements peuvent et doivent agir.
Dans son rapport phare de 2008 intitulé Croissance et inégalités, l’OCDE a montré que l’écart entre les riches et les pauvres s’était creusé dans la majorité de ses pays membres. Trois années plus tard, les inégalités sont devenues un sujet universel de préoccupation tant parmi les responsables de l’action publique que dans la société en général. La nouvelle étude de l’OCDE intitulée Toujours plus d’inégalité : pourquoi les écarts de revenus se creusent révèle un nouvel élargissement de ce fossé dans la plupart des pays.
Aujourd’hui, dans les économies avancées, le revenu moyen du décile le plus riche de la population représente environ neuf fois celui du décile le plus pauvre. Même dans des pays à tradition égalitaire tels que l’Allemagne, le Danemark et la Suède, l’écart entre les riches et les pauvres est passé de 5 à 1 dans les années 80 à 6 à 1 désormais. Il est de 10 à 1 en Corée, en Italie, au Japon et au Royaume-Uni, atteint 14 à 1 aux États-Unis, en Israël et en Turquie, et dépasse 25 à 1 au Chili et au Mexique.
Le coefficient de Gini, mesure classique des inégalités dans laquelle une valeur nulle indique que tous ont le même revenu et la valeur 1 que l’individu le plus riche perçoit tout le revenu, atteignait dans la zone OCDE, pour les individus d’âge actif, une moyenne de 0.29 au milieu des années 80. À la fin des années 2000, il valait 0.316, soit une hausse de près de 10 %.
« Parole di espulsi/e » : Una raccolta per far conoscere la realtà di quella che viene pudicamente definita « riammissione »
Dagli anni ’90, l’Unione europea si dedica alo sviluppo dell’asse “esterno” della sua politica di immigrazione ed asilo, meglio noto come “processo di esternalizzazione”. Numerosi mezzi, dispositivi e strumenti sono stati approntati per far in modo che siano i suoi vicini (più o meno prossimi) a prendersi carico del controllo dei flussi migratori. Tra questi, gli accordi di riammissione che sono diventati uno dei cardini dell’esternalizzazione.
Gli Stati membri dell’Unione europea, e l’Unione stessa, spingono gli Stati terzi a firmare questi accordi che li impegnano ad accettare il rimpatrio sul loro territorio di tutte le persone giudicate indesiderabili sul suolo europeo (che si tratti di cittadini/e del paese terzo in questione o persone di nazionalità diversa che vi abbiano transitato per raggiungere l’Europa). In cambio, a questi Stati terzi vengono proposte delle “compensazioni”, aiuti allo sviluppo, esenzione dall’obbligo di visto o facilitazioni nel rilascio di visti o ancora aiuti economici.
Di fronte alla mancanza di trasparenza sia nella negoziazione che nell’applicazione di questi accordi e alle scarse informazioni disponibili, la rete euro-africana Migreurop ha costituito un gruppo di lavoro dedicato al loro studio. Questo gruppo è impegnato nella ricerca, l’archiviazione e la diffusione dei testi di questi accordi e mette regolarmente in allarme i parlamentari nazionali ed europei e la società civile, in generale, sui pericoli, specialmente in termini di rispetto dei diritti dell’uomo, derivanti dalla loro sottoscrizione.
Uno strumento per far conoscere questa realtà sempre più significativa è dare la parola ai/alle diretti/e interessati/e : gli/le “espulsi/e”. Il lavoro “Parole di espulsi/e” è il frutto di un lavoro collettivo con le associazioni della rete Migreurop. Non si propone solo di spiegare il quadro giuridico all’interno del quale sono organizzate le “riammissioni” dei/delle migranti/e, ma anche e soprattutto di riportare la voce delle persone espulse, rimpatriate o respinte, voci che rendono conto meglio di qualsiasi altro strumento degli effetti drammatici di questo processo.
Comunicati, Il Consiglio federale, 02.03.2012
Berna. I giovani stranieri in situazione irregolare (sans-papier) potranno in futuro svolgere un apprendistato, a condizione che siano bene integrati e abbiano frequentato almeno per cinque anni la scuola dell’obbligo in Svizzera. È quanto propone il Consiglio federale nell’ambito dell’attuazione della mozione Barthassat “Giovani in situazione irregolare. Accesso all’apprendistato”. La consultazione si concluderà l’8 giugno 2012.
La mozione Barthassat (08.3616), che chiede l’accesso all’apprendistato per i giovani in situazione irregolare, era stata adottata dall’Assemblea federale nel 2010. Il Consiglio federale intende ora attuarla mediante una modifica dell’ordinanza sull’ammissione, il soggiorno e l’attività lucrativa (OASA). Il nuovo articolo completa le disposizioni vigenti sui casi di rigore e definisce i presupposti per l’accesso all’apprendistato da parte di giovani sans-papier. Questi devono essere ben integrati, ossia devono in particolare padroneggiare una lingua nazionale e rispettare l’ordine pubblico. Devono inoltre aver frequentato per almeno cinque anni la scuola dell’obbligo.
Di norma questi giovani si trovano in situazione irregolare perché hanno seguito i genitori in Svizzera. Oggi è per loro impossibile svolgere un apprendistato, poiché in mancanza di un permesso di soggiorno o di lavoro non possono concludere un contratto di lavoro. Del resto, i datori di lavoro che assumono un apprendista in situazione irregolare si rendono punibili. I giovani sans-papier non possono pertanto accedere a un apprendistato, mentre niente impedisce loro di frequentare il liceo.
In sede di consultazione, i Cantoni, i partiti e le cerchie interessate sono invitati a pronunciarsi sul progetto di modifica.
POPOLI – Un appello agli intellettuali europei. Salviamo la Grecia dai suoi salvatori
L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.
Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i “rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.
Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio – ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di solidarietà sociale?
Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa “o la distruzione della società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d’aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?*Rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi.Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso
(RE)PENSER L’EXIL – une revue en ligne
Dans le cadre du programme 2010-2016 – Exil, Création Philosophique et Politique, Repenser l’Exil dans la Citoyenneté Contemporaine – la revue en ligne (Re)Penser l’Exil se propose de présenter le travail de réflexion critique des participant.e.s sur les représentations, les mots, les discours sur l’exil, en vue de mettre en lien l’exil, la création philosophique et politique et la citoyenneté contemporaine. Le Programme vise à faire un travail critique sur les modes de (dés)subjectivation, la fragmentation du mouvement social et le poids du déterminisme sur la pensée philosophique actuelle. Elle est un moyen de collectiviser les réflexions en cours, en vue d’une synthèse à la fin du programme (2016).
Elle présente:
- Des textes produits à chaque étape du programme 2010-2016 et des textes en travail en vue de publications qui se préparent par ailleurs (livres notamment)
- Des matériaux, des documents, des faits divers, des contributions artistiques, poèmes, des textes de création théâtrale, etc..
(RE)PENSER L’EXIL
- L’exil évoque à la fois les racines (Simone Weil) et la mer (Victor Hugo), la maison (Pinar Selek), le pain amer (François Rigaux). Les métaphores sont nombreuses. C’est un phénomène universel qui traverse l’histoire humaine et tous les continents. C’est une des facettes du diamant de l’expérience humaine (exil intérieur, banissement, expulsion sociale, politique).
- L’exil est une notion riche, vaste, multiforme qui offre un espace d’hospitalité à une réflexion philosophique transversale visant à défragmenter des expériences humaines, politiques pour permettre un partage de la réflexion.
- Nous nous proposons de (re)penser l’exil dans ce qu’il contient d’épaisseur de vie, de souffrance, de joie, d’injustice, de violence et aussi de souffle, de puissance, d’opportunité d’invention de la liberté et de la solidarité, de la citoyenneté.
- Le fil rouge est une question qui nous accompagnera durant toute la durée du programme (2010-2016): serions-nous toutes, tous des exilé.e.s ? L’exil une fatalité du destin, une liberté en tension. Exil-des-exil, comment vivons-nous, pensons-nous cela ?
LE TRAVAIL PHILOSOPHIQUE
- Le travail d’innovation philosophique dont a parlé Jacques Derrida au moment où il a fondé le Collège International de Philosophie à Paris, appartient à tout le monde. En partant de l’exil, nous voulons inventer et mettre en œuvre un travail à la fois modeste et ambitieux qui croise des expériences, des lieux, des pays, des continents, des temporalités, des générations, des sexes, des domaines de savoirs, des générations, des artistes, etc.. en partageant une réflexion critique.
- Il vise à favoriser le travail sur l’autonomie, la subjectivation individuelle et collective et la création philosophique.
- Il participe au débat critique et créatif sur l’exil et le des-exil dans le monde contemporain.
Prise de position sur la lettre de Simonetta Sommaruga au sujet de la pétition stop-vols-speciaux.ch

Cette prise de position répond à la lettre de la conseillère fédérale Simonetta Sommaruga du 16 décembre 2011 concernant la pétition «stop-vols-speciaux.ch» (voir pièce attachée). Initiée le 1er octobre 2011, cette pétition demande l’arrêt des vols spéciaux et la fermeture de Frambois et des centres de détention administrative similaires. Elle a reçu le soutien de nombreuses personnalités publiques suisses, issues des milieux culturels, intellectuels et associatifs et a récolté plus de 5300 signatures en deux mois!
Au début de sa lettre, la ministre socialiste admet que «les renvois forcés ainsi que les mesures de contrainte sont, pour toutes les parties concernées, très éprouvants». Or, ces pratiques ne sont pas «éprouvantes» mais mortelles: elles ont coûté la vie à trois personnes déjà, la dernière fois le 17 mars 2010 lorsqu’un jeune Nigérian de 29 ans est décédé sur le tarmac de Kloten.
Rappelons ce que sont ces mesures «éprouvantes»: les mesures de contrainte inscrites dans la Loi fédérale sur les étrangers permettent de détenir une personne en attente de renvoi, dans l’une des 28 structures de détention administrative, sans qu’elle ait forcément commis une infraction pénale. La durée de cette détention peut s’étendre jusqu’à dix-huit mois. A l’exemple du centre de Frambois à Genève, entièrement dévolu à cet effet, les personnes détenues vivent dans des conditions carcérales humiliantes. Des cas de tentatives de suicide, de grèves de la faim et de dépressions ont été rapportés, notamment par la Ligue suisse des droits de l’homme. L’ultime stade de cette procédure de renvoi est le vol «spécial» qui réserve un traitement inhumain aux personnes expulsées. Celles-ci sont ligotées, menottées, langées et attachées sur une chaise afin d’être déportées de Suisse.
Parce que ces pratiques seraient «éprouvantes», Simonetta Sommargua prétend également que «les autorités mettent tout en œuvre afin que de telles procédures puissent être évitées» et affirme qu’en matière de détention administrative «la privation de liberté des personnes concernées constitue une restriction grave à un droit fondamental et que ces mesures doivent être appliquées de manière très restrictive». Or, selon ses propres chiffres, les mises en détention administrative, ainsi que les renvois forcés, sont des mesures appliquées à un rythme machinal. Ainsi, du 1er janvier 2008 au 30 septembre 2011, 11 700 mises en détention administrative ont été prononcées. Cela équivaut à près de neuf personnes par jour incarcérées en Suisse sans qu’il y ait un délit pénal à l’origine de cette mise en détention. Dans ce contexte, chaque heure de détention administrative est une heure de trop! Concernant les vols spéciaux, 805 personnes ont été renvoyées en l’espace de trente-neuf mois (entre mars 2010, suite au décès du jeune Nigérian à Kloten, et janvier 2011 les vols spéciaux ont été interrompus). Cela correspond pratiquement à une personne renvoyée par vol spécial par jour! Ainsi en 2009, selon les chiffres de l’Office fédéral des migrations (ODM), 360 personnes étaient expulsées de force sur 27 vols spéciaux. Bref, la politique menée par les autorités suisses en matière de renvois est une véritable machine à expulser, responsable de déjà trois décès!
Au vu de ces faits, il est difficile à comprendre comment la ministre ose souligner «que la dignité humaine doit en tout temps être respectée et préservée» ou «qu’elle [la mesure prise] respecte la dignité humaine de la personne concernée». Où est-elle cette dignité invoquée à deux reprises par la ministre socialiste? La détention administrative et les vols spéciaux sont depuis longtemps dénoncés par la Ligue suisse des droits de l’homme. Cette organisation constate «que les moyens de contrainte utilisés lors de ces vols spéciaux afin de mettre en œuvre une mesure d’expulsion sont totalement disproportionnés et inacceptables aussi bien d’un point de vue humain que juridique» (http://www.lsdh.net/pdf/com_presse/CP_DA_2011_02_17.pdf).
Le président de la Commission nationale pour la prévention de la torture, Jean-Pierre Restellini, souligne également l’inhumanité de cette politique: « Nous avons été frappés par les mesures de sécurité, trop souvent appliquées à leur niveau maximal. Cette tolérance zéro est en opposition avec le respect des droits de la personne. Ficeler les personnes à déporter comme des saucissons, les empêcher d’aller aux toilettes pendant le vol, sans tenir compte de circonstances particulières, n’est pas acceptable. La plupart des vols se déroulent sans incident, mais lorsque les conditions de sécurité sont maximales, elles aboutissent à un traitement dégradant et humiliant.» (Le Temps, 2 décembre 2011) En juillet 2011 encore, soit après la mort du requérant nigérian, un reportage de l’émission 10 vor 10 de la télévision suisse alémanique a diffusé des images choquantes montrant des policiers frappant à coup de matraques et tabassant une personne ligotée, sur le point d’être expulsée depuis l’aéroport de Kloten. Plutôt que de défendre et légitimer les vols spéciaux, comme le fait ici la ministre socialiste, nous préférons nous indigner avec Laurent Flütsch de leur existence: «Qu’est-ce qui peut justifier, dans un pays dit civilisé, un traitement digne des négriers d’antan ?» (Vigousse n°74, p. 5)
Simonetta Sommaruga passe en outre sous silence le fait que les autorités mélangent des personnes détenues en voie d’expulsion avec des criminels de droit commun. Aussi bien le Comité européen pour la prévention de la torture (CPT) que la Commission nationale pour la prévention de la torture (CNPT) ont critiqué la Suisse en raison de la cohabitation de détenus criminels et de détenus administratifs dans un même espace carcéral. Il y a en effet seulement cinq centres dédiés uniquement à la détention administrative, mais vingt structures intégrées dans des établissements pénitenciers ordinaires.
Quant à la présence d’«observateurs» pendant les vols spéciaux, ils servent pour l’essentiel à maintenir une image soi-disant «acceptable» de pratiques inhumaines. Il est significatif à ce propos que la Fédération des Eglises protestantes de Suisse n’ait pas souhaité poursuivre son mandat après six mois de présence à bord des vols spéciaux. De plus, la Fédération des médecins suisses (FMH) a déconseillé à ses membres d’y participer. Entre autres raisons, elle fait valoir qu’un médecin ne peut intervenir à temps si un captif harnaché est victime d’une thrombose, d’un problème cardiaque ou respiratoire. Du coup, l’ODM mandate l’organisation SOS Médecins, qui encaisse 1200 francs par jour pour cette prestation. Mais qui, selon la FMH, n’est pas formée pour de telles missions. Quant au personnel de cabine de Swiss et Hello, les compagnies aériennes qui œuvrent à la déportation, il se dit souvent écœuré par le traitement réservé aux refoulés.
Enfin, Simonetta Sommaruga défend ces mesures au nom d’une politique migratoire «crédible» de la Suisse. De fait, elle souscrit totalement au système d’accueil à deux vitesses pratiqué dans ce pays depuis des années, au service des possédants et contre les pauvres. D’un côté, la Suisse expulse chaque année des réfugiés et des migrants fuyant les régimes dictatoriaux soutenus par les pays occidentaux, les guerres ou l’extrême misère provoquée par le pillage du dit «Tiers monde». De l’autre, les individus les plus riches et les multinationales les plus puissantes continuent à être accueillis à bras ouverts, malgré leurs responsabilités dans les crises sociales et économiques qui contraignent des milliers de personne à devoir migrer. Contribuant à l’Europe «forteresse», la Suisse pratique une politique migratoire ultrasélective et une politique d’asile extrêmement restrictive, pratiquement vidée de son contenu depuis les années 1990. Ces lois xénophobes créent des sans papiers et condamnent les migrants de pays hors Union européenne à la clandestinité, à l’illégalité et à la précarité, tout en fournissant au patronat de l’hôtellerie, de la restauration ou de la construction une main-d’œuvre sous-payée et corvéable à merci.
Aujourd’hui, en l’absence complète d’une position de gauche au sein du gouvernement sur ces questions, il n’est pas étonnant que la ministre socialiste défende et applique une politique imprégnée de xénophobie et qui perpétue les inégalités entre suisses et immigrés. C’est une tout autre politique migratoire que nous devons défendre, basée sur la véritable reconnaissance du droit d’asile, la régularisation collective des sans-papiers et le renforcement des droits sociaux des migrants et des migrants. Car une autre politique migratoire est tout à fait possible. C’est même une urgence sociale, humaine, politique si l’on veut faire face aux défis du 21e siècle: crise du capitalisme à répétition, guerres, montée de la pauvreté et des dérèglements climatiques, autant de facteurs qui vont contribuer à des déplacements importants de population dans les décennies à venir.
Pièce attachée: lettre de Simonetta Sommaruga du 16 décembre 2011



