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1 mattone X Casa Astra: parte l’azione di raccolta fondi per il centro di accoglienza

dicembre 17, 2011


È iniziata venerdì 16 dicembre a Bellinzona la raccolta fondi denominata “1 mattone X Casa Astra” destinata all’acquisto di una nuova struttura, già trovata nel territorio del Comune di Mendrisio, per il centro di accoglienza. Situata attualmente a Ligornetto e aperta il 1° maggio del 2004, Casa Astra non riesce più a soddisfare le richieste di entrata. Quest’anno sono state almeno 100 le domande di collocamento non soddisfatte per persone con problemi di alloggio.

La donazione per il “mattoncino” in vendita parte da un minimo di 20.- fino ad un massimo indefinito. Per informazioni potete scrivere a casa.astra@bluewin.ch

PER LE VOSTRE DONAZIONI
Associazione Movimento dei Senza Voce
Banca RAIFFEISEN Mendrisio e Valle di Muggio
6850 Mendrisio
CCP 69-7191-8
IBAN: CH11 8034 0000 0509 3608 4
Causale: 1 mattone X Casa Astra

COMUNICATO STAMPA
dell’Associazione “Movimento dei Senza voce”
Bellinzona – 16 dicembre 2011

1 mattone X Casa Astra

Gentili signore, egregi signori, spettabili redazioni,
Quest’oggi, 16 dicembre 2011, parte ufficialmente la raccolta pubblica di fondi denominata „1 mattone X Casa Astra“. La raccolta promossa dall’Associazione Movimento dei Senza Voce, ha come obiettivo finale l’acquisto della struttura, situata a Mendrisio, che ospiterà il nuovo centro di accoglienza Casa Astra.
Per la nuova struttura l’Associazione ha ricevuto la licenza edilizia per il cambio di destinazione il 1° febbraio 2011. In questi mesi sono stati fatti i passi successivi perché il progetto possa finalmente arrivare a buon fine. Alcune settimane fa il DSS ha avuto un primo incontro con il Municipio di Mendrisio, incontro di cui attendiamo gli sviluppi.
Il 25 marzo del 2009 era stato consegnato al Consiglio di Stato un progetto denominato „Progetto per una rete di centri di accoglienza in Ticino“. Alle richieste avanzate dal progetto e a diverse interrogazioni il Consiglio di Stato aveva risposto nel Messaggio 6299 dell’11 novembre 2009:

„…tenendo conto delle testimonianze di enti e servizi che operano sul territorio e che segnalano l’esistenza di persone in situazione di disagio che necessitano di accoglienza immediata e che non trovano risposta attraverso l’offerta attuale, si concorda con la necessità di un potenziamento progressivo, attraverso le seguenti iniziative:
1. il potenziamento di Casa Astra (da 12 a 20 posti)
2. un nuovo centro di prima accoglienza nel Sopraceneri
3. in una fase successiva, quando l’attuale dormitorio dovrà essere chiuso a causa del tracciato della strada di raccordo con la galleria Vedeggio-Cassarate, un eventuale nuovo centro di prima accoglienza a Lugano. (Ndr il dormitorio è stato chiuso nel dicembre 2010)
Si ritiene opportuno che queste iniziative siano promosse dal settore privato, più flessibile e vicino alle realtà delle persone che chiedono accoglienza, con il sostegno finanziario dello Stato (vi sono esempi analoghi nei cantoni romandi).„

Dopo questo messaggio, in cui il Consiglio di Stato dichiara di voler sostenere finanziariamente il progetto, è stata inoltrata una mozione (MO743 del 20 aprile 2010) a nome Manuele Bertoli e altri 20 cofirmatari per chiedere il finanziamento dei centri di accoglienza.
Il Consiglio di Stato ha quindi dato mandato al DSS di preparare un Messaggio ormai pronto dalla fine del giugno 2011. Non conosciamo al momento i contenuti del Messaggio e attendiamo ancora che venga presentato al Consiglio di Stato.

Aperta nel 2004, Casa Astra ha ospitato, in questi quasi 8 anni, centinaia di persone svizzere e straniere, residenti e non, costruendosi una solida rete di collaborazioni sul territorio cantonale. Nel 2005 la ricerca denominata „La presenza di persone senza tetto nel Cantone“ aveva cifrato a più di 800 le richieste all’anno per alloggi di emergenza. Da allora ci siamo ritrovati in una crisi mondiale, chiusure di aziende, una revisione della Legge sulla Disoccupazione che ha inviato numerose persone in assistenza. Possiamo quindi immaginare che la situazione non sia in alcun modo migliorata, anzi. Numerose persone residenti e non sono ancora oggi collocate in hotel e pensioni in attesa che le loro situazioni si risolvano e senza la possibilità di una presa in carico continuata.
La nuova struttura potrà disporre di stanze adeguate, di un servizio mensa, di occupazioni per gli ospiti che non lavorano ma soprattutto del personale specializzato per seguire, in collaborazione con i servizi del territorio, gli ospiti. Questo permetterà al Cantone di risparmiare rispetto ai prezzi delle pensioni private e di, oltretutto, creare nuovi posti di lavoro per residenti diplomati o laureati.

Anche una struttura come l’Organizzazione Socio Psichiatrica di Mendrisio si è detta più volte interessata al nostro progetto. Con questa istituzione collaboriamo da tempo in qualità di struttura di passaggio per persone in uscita dalla clinica che dovranno in seguito ritrovare una propria abitazione.
Oltre all’OSC, collaboriamo da tempo con altre strutture e uffici cantonali e comunali come le tutorie, i Pronto Soccorso dell’EOC, l’Ufficio del Sostegno Sociale e dell’Inserimento, gli uffici sociali di molti Comuni. Crediamo sia arrivato il tempo di formalizzare e ufficializzare tutte queste collaborazioni mettendoci nelle condizioni di poter svolgere al meglio il nostro lavoro in una struttura adeguata per entrare nella quale abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità.

Quello che ci spinge a impegnarci in questo progetto è la possibilità di dare una forma concreta all’articolo 12 della Costituzione Federale dove si dichiara: Chi è nel bisogno e non è in grado di provvedere a sé stesso ha diritto d’essere aiutato e assistito e di ricevere i mezzi indispensabili per un’esistenza dignitosa. In questo articolo di grande bellezza, anche gli articoli costituzionali possono talvolta definirsi belli, si parla di „Chi è nel bisogno“ senza ulteriori specifiche riguardo le persone. A coloro „Che sono oggi nel bisogno“, più che a noi come promotori, il Cantone deve oggi una risposta e un impegno concreti.

Sono intervenuti alla conferenza stampa in qualità di membri del Comitato dell’Associazione: la consigliera nazionale Marina Carobbio, Anna Biscossa Presidente di SOS Ticino, Elena Bacchetta Presidente della Direzione dei Verdi del Ticino, Donato Di Blasi Responsabile di Casa Astra.
Per informazioni potete chiamare al numero 077 / 44 88 572, oppure scrivere una email a: senzavoce@bluewin.ch

Il volantino della raccolta fondi (PDF)
La cedola di versamento per le vostre donazioni (PDF)
Il comunicato stampa (PDF)
Il Progetto per una rete di centri di accoglienza nel Cantone Ticino (link)
Il sito di Casa Astra
Casa Astra su Facebook

I senza nome

gennaio 23, 2012


di Annamaria Rivera
da il Manifesto, 21 gennaio 2012

Sono stati i protagonisti della rivoluzione tunisina, sono partiti in cerca di dignità. Poi in centinaia sono spariti nel nulla del Mediterraneo. Ora i familiari non sono più soli: è nata la campagna «Da una sponda all’altra: vite che contano»

Provate a immedesimarvi in quelle madri e sorelle, in quei padri, fratelli, zii che da mesi non hanno più notizie del loro congiunto, partito un certo giorno da qualche porto tunisino verso le coste italiane. Provate a immaginare: è uno di quei giovani coraggiosi che hanno partecipato alla Rivoluzione del 14 gennaio, magari ha ancora sul corpo le tracce degli scontri con la polizia, le cicatrici di colpi sparati dai cecchini nei giorni della rivolta che ha rovesciato il regime. È partito dopo la fuga del dittatore perché per lui, come per gli altri insorti, la rivoluzione per il pane, la dignità e l’uguaglianza era anche per la libertà: anzitutto libertà di movimento e di circolazione, come per tutti i giovani.
Si è imbarcato insieme ad altri su un vecchio peschereccio rabberciato perché non ne poteva più di disoccupazione, lavoretti precari e umilianti, vita miserabile in un certo quartiere popolare della Grande Tunisi. Oppure in una borgata dalle parti di Thala, Kasserine, Sidi Bouzid o Gafsa, ossia il cuore della Tunisia più povera, emarginata, combattiva, giusto quella in cui si è accesa la scintilla che ha poi incendiato la prateria. Forse non sopportava più d’essere un peso per la sua famiglia, lui che avrebbe dovuto mantenerla. Forse gli era divenuto intollerabile non poter dare un futuro a se stesso e al legame con la ragazza che amava.

«Coloro che bruciano»
È salito su quel peschereccio malconcio perché non tollerava più d’essere ancora considerato un niente, lui che insieme ai suoi compagni aveva sfidato le milizie armate del regime. Si è imbarcato, consapevole dei rischi, perché ha pensato che perdere la vita in mare è comunque meno peggio che essere costretto a farsi torcia umana per poter gridare pubblicamente la propria disperazione e farla finita con un’esistenza senza nome e senza senso. È uno di quegli harragas («coloro che bruciano») che preferiscono bruciare carte d’identità e frontiere piuttosto che auto-immolarsi col fuoco. Cosa che continuano a fare in tanti, soprattutto giovani laureati-disoccupati: torce umane si accendono quasi ogni giorno, in Marocco, in Algeria, perfino nella Tunisia post-rivoluzione.
Di sicuro ha pensato che la durata di una vera rivoluzione è ben più lunga del tempo della giovinezza e dell’urgenza di bisogni esistenziali. Probabilmente ha intuito che Mohamed Bouazizi, mentre diventava l’Eroe-Martire, l’icona della rivoluzione esibita ovunque, perfino sulle copertine di riviste patinate, era già stato tradito dagli usurpatori della rivolta popolare. Coloro che, andando al potere, avrebbero presto dimenticato le ragioni per cui Bouazizi si era immolato, cioè le sue stesse ragioni: giustizia economica e uguaglianza sociale. Forse lo ha intuito confusamente, ma non ha sbagliato. Non è lui, il nostro harraga, il traditore della rivoluzione, come cianciano troppi benpensanti tunisini – se ne trovano nelle nuove istituzioni e nei partiti, anche di sinistra – intossicati dalla propaganda del vecchio regime. Il quale aveva seminato disprezzo per i «clandestini», promulgato leggi ingiuste per reprimerli, realizzato infami accordi bilaterali per compiacere i partner politici dell’altra sponda in cambio di protezione, sostegno e vantaggi economici.

Tra lager e abissi
Chissà se il nostro harraga è vivo o morto. Chissà se è sepolto in qualche lager di Stato italiano o negli abissi del Mediterraneo. Ora moltiplicate il suo caso ipotetico per cinquecento, forse addirittura per mille, e vi renderete conto delle dimensioni della tragedia. Provate a figurarvi la disperazione di qualche migliaio di parenti dei dispersi, che reclamano, finora senza esiti rilevanti, l’attenzione delle autorità tunisine e italiane. Se ancora non siete riusciti a partecipare e a commuovervi, guardate questo video: www.youtube.com/watch
Se avete fatto finora quest’esercizio di empatia, vi consolerà sapere che i familiari dei dispersi non sono più soli, per fortuna. Alcune associazioni italiane e tunisine si sono coordinate e hanno realizzato iniziative comuni: appelli, sit-in e proteste in Tunisia e in Italia. Così ha preso slancio la campagna «Da una sponda all’altra: vite che contano».

Il muro di omertà
E l’appello «Immagini, tu?» (http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995), promosso da un gruppo di donne tunisine e italiane, è riuscito a raccogliere finora almeno 1300 firme. Grazie a tutto questo, il muro di omertà o indifferenza va incrinandosi. E anche i media italiani mainstream iniziano a interessarsi alla vicenda dei migranti tunisini dispersi e delle loro famiglie.
Non abbiamo notizie, invece, di sussulti rilevanti da parte del governo di transizione tunisino. Né finora ha reagito con atti tangibili il governo italiano, quello della discontinuità con Berlusconi-Maroni. Ai due ministri degli interni e degli esteri è stata inviata una lettera (http://leventicinqueundici.noblogs.org/?p=520) in cui si ripropone l’istanza che i familiari dei dispersi continuano a rivolgere alle istituzioni del loro paese e a quelle italiane: che si istituisca una commissione d’indagine, che si mettano a confronto le impronte digitali conservate nei data-base dei due paesi, così da avere qualche certezza sulla sorte dei loro cari.
Affinché a ognuno di loro, vivo o morto che sia, venga restituita la sua biografia singolare. Singolare come è e come sempre è stata per chi li ama. Singolare come fu anche pubblicamente allorché si rivoltarono per non essere più quantità di vite senza nome e senza senso.

Aumentano le “scomparse” di richiedenti l’asilo

gennaio 12, 2012


BERNA – Stando a un’inchiesta dei quotidiani “Tages-Anzeiger” e “Bund”, confermata dall’Ufficio federale della migrazione, sono in aumento coloro che dopo aver presentato domanda d’asilo in Svizzera ed essersela vista negata, finiscono col far perdere le loro tracce. Aumentano anche quanti si ritirano dalla procedura, una volta inoltrata.

Per il solo 2008 sono “scomparse” 1570 persone in attesa di una decisione di primo grado o di un ricorso. Su un totale di 17.496 dossier trattati, ciò rappresenta un tasso del 9% dei ritiri. E in questi ultimi tre anni la proporzione non ha fatto che aumentare tra coloro che si sono visti respingere la domanda d’asilo: dal 9,5% nel 2009, all’11,7% nel 2010, al 12,8% per i primi undici mesi del 2011. In sostanza, lo scorso anno un richiedente su 8 ha fatto perdere le proprie tracce prima di ricevere una risposta definitiva alla sua domanda.

Il portavoce dell’Ufficio della migrazione, Joachim Gross, ha confermato all’ats questi numeri, aggiungendo che i dati definitivi per il 2011 saranno pubblicati prossimamente.

Les profiteurs de l’asile

dicembre 22, 2011


de Jan Jirat, Carlos Hanimann
da Le Courrier

ENQUÊTE Grâce à des mandats de l’Etat dans le domaine de l’asile, la firme ORS réalise un chiffre d’affaires de 55 millions de francs. Parfois avec des méthodes douteuses.

En Suisse, les prestations financières pour les demandeurs d’asile ne cessent de se réduire. Mais les affaires réalisées grâce à eux prospèrent. Le plus grand prestataire dans ce domaine est ORS Service S.A. Selon ses propres informations, ORS gère les sept centres d’enregistrement de la Confédération ainsi que cinquante structures d’hébergement dans différents cantons. Sa tâche principale consiste à s’occuper des quelque quatre mille demandeurs d’asile concernés «de manière responsable» et de leur assurer «un traitement correct et humain».
Cependant, ORS est avant tout une société anonyme à la recherche de profit. Forte de plus de trois cents collaborateurs, elle appartient à une société de capital-investissement et à une holding situées dans le canton de Zoug, fiscalement très favorable (lire ci-dessous). Durant les années 1990, elle a profité du choix des autorités d’externaliser des tâches en supplantant les œuvres d’entraide.
Selon les médias, le chiffre d’affaire d’ORS était de 20 millions de francs en 1998. Il est estimé à 55 millions en 2010 par le service d’informations économiques Teledata. De juteuses affaires réalisées avec des méthodes parfois douteuses, comme le montre notre enquête.

«Une prison»
Weiach est une commune située dans le nord de l’Unterland zurichois. Elle est obligée, comme en principe toutes les communes, d’accepter un certain quota de demandeurs d’asile. Actuellement, elle accueille dix jeunes hommes dont la demande d’asile est en cours d’examen, pour certains déjà depuis des années. Ils sont hébergés dans une ferme délabrée où ils se partagent quatre petites chambres, un salon, une douche, une toilette et une cuisinière.
«Ce n’est pas une maison, c’est une prison», dit l’un des habitants qui partage une chambre d’à peine douze mètres carrés avec deux autres demandeurs d’asile. «Nous nous marchons sur les pieds. Comme les parois et les sols laissent passer les bruits, nous ne sommes jamais tranquilles. C’est toujours le stress», dit un autre.
Cet hébergement est géré par ORS. Une employée passe deux à trois fois par mois pour effectuer un contrôle. Depuis 2002, Weiach a sous-traité ses obligations légales en matière d’asile à une firme privée, comme c’est le cas également pour trente-trois autres communes zurichoises. ORS gère les 1494,95 francs mensuels que chaque requérant reçoit de l’Etat. A Weiach, les pensionnaires ne touchent au bout du compte que 400 francs. ORS déduit 371,95 francs pour la caisse maladie, 22 francs pour les charges et 700 francs pour l’utilisation du logement, comme le montre un décompte que la Wochenzeitung a pu consulter.

Conditions «respectées»
Ainsi, ORS facture 7000 francs par mois pour l’hébergement de dix requérants, soit 84 000 francs par année. La commune, qui loue la ferme d’un privé, ne paie toutefois que 18 000 francs par année environ, ce qui fait une différence de 66 000 francs. Du bénéfice pour ORS sur le dos des requérants d’asile?
Le directeur d’ORS, Stefan Moll-Thissen, rejette formellement cette accusation. Selon lui, les conditions cadre sont respectées et les mandants informés de la manière de procéder. «Nous constatons de plus en plus que beaucoup d’ONG compétentes, actives dans le domaine de l’asile, considèrent ORS comme une organisation très professionnelle et qui s’acquitte de sa tâche à la satisfaction des mandants et surtout des requérants», ajoute-t-il.
Un petit sondage auprès de plusieurs organisations de défense des droits humains donne une tout autre image. «J’ai constaté à plusieurs reprises qu’ORS travaille avec des équipes d’encadrement très restreintes, note Denise Graf, d’Amnesty International. Quand j’ai visité le centre de Kaiseraugst en 2006, j’ai constaté que les habitants du centre  – uniquement des hommes – étaient laissés à eux-mêmes durant des semaines et qu’il n’y avait aucune structuration de la journée.» Le constat est le même du côté de Solidarité sans frontières (Sosf), d’Augenauf et du Centre de Contact Suisses-Immigrés.
Par ailleurs, plusieurs incidents se sont produits au cours des dernières années dans des centres gérés par ORS: refus d’accès pour les représentants d’organisations de défense de droits de l’homme, soins médicaux défaillants, encadrement non professionnel et lacunaire.
Moreno Casasola, de Sosf, critique le principe même qu’une entreprise orientée vers le profit comme ORS obtienne des mandats, et cela malgré les pressions permanentes pour diminuer les moyens à disposition dans le domaine de l’asile. «Avec un forfait de la Confédération de 1500 francs par personne, il n’est actuellement plus possible de garantir un encadrement professionnel avec un concept global. Comment ORS parvient-elle à extraire des profits du citron déjà complètement pressé de l’asile? Cela n’est possible qu’aux dépens de la qualité et du niveau de formation des employés.» Le Conseil fédéral devra s’expliquer. Le socialiste argovien Cédric Wermuth annonce le dépôt d’une interpellation au Conseil national.

Mandats en vue
Malgré plusieurs voix critiques, Berne semble apprécier les services avantageux de l’entreprise. La semaine passée, le Conseil des Etats a adopté un nouveau projet de révision de la loi sur l’asile. Il s’agit dans un premier temps d’accélérer les procédures, entre autres par l’introduction d’une phase préparatoire. Dans le message on peut lire: «Dans la phase préparatoire, l’Office fédéral des migrations peut déléguer des tâches administratives à des tiers.» Comme nous l’ont confirmé récemment des représentants de l’ODM, ces «tiers» pourraient être ORS.
Die Wochenzeitung

Traduction: Christine Dellsperger

Requérants jetés à la rue
. La rue pour seul refuge?

Des requérants d’asile fraîchement arrivés sur sol suisse se sont vu refuser par manque de place l’entrée au centre d’enregistrement de Bâle. Selon l’émission de télévision alémanique «10 vor 10», qui a révélé mardi cet incident, certains d’entre eux ont été hébergés par l’Armée du salut alors que d’autres semblent avoir passé la nuit dehors. Le conseiller national Balthasar Glättli (verts/ ZH) interpellera le Conseil fédéral.
Anni Lanz, de Solidarité sans frontières, était sur place lundi soir. «J’ai vu une mère avec deux petits enfants ainsi que deux femmes et un jeune homme assis devant le centre. Un agent de Securitas m’a dit qu’il n’y avait plus de place et qu’ils pouvaient aller passer la nuit à la gare!» Le centre a finalement mis à disposition un véhicule pour conduire les familles jusqu’au domicile d’Anni Lanz, où elles ont été hébergées. Le lendemain, elles ont été admises au centre.
En revanche, la militante ignore tout du sort des autres personnes refusées à l’entrée. «Il y en avait douze lundi soir, relate-t-elle. Des gens ont disparu, d’autres sont restés assis devant la porte.» Le reportage de «10 vor 10» montre que certains requérants ont reçu un document leur demandant de revenir une semaine plus tard.
Michael Glauser, porte-parole à l’Office fédéral des migrations, admet que «dix à vingt» demandeurs d’asile ont été refusés ces dernières semaines à Bâle. «Jusqu’ici, notre position consistait à dire que, pour des personnes jeunes et en bonne santé, deux ou trois nuits d’attente sont supportables. Mais nous allons réexaminer la question du point de vue juridique.»
A Vallorbe (VD), «nous n’avons jamais dû mettre quelqu’un à la rue pour l’instant», indique le directeur du centre, Maurizio Miceli. S’il n’y a plus de place, les demandeurs d’asile sont aiguillés vers un autre centre ou chez des proches. En dernier recours, ils passent la nuit sur un matelas dans une salle commune.
Du côté de Bâle, un abri de la protection civile sera ouvert aujourd’hui à Pratteln (BL). Une solution qui ne convainc pas entièrement Anni Lanz: «Socialement, les demandeurs d’asile seront complètement isolés.»
Michaël Rodriguez

 

Un ulteriore articolo sulla situazione in Svizzera dalla TSR

Differenze al lavoro. La riproduzione del possibile

dicembre 22, 2011


Intervista di Anna Curcio
da il manifesto del 21 dicembre 2011

In una vita colonizzata dalla produzione, la famiglia e l’etica del lavoro sono gli ostacoli che impediscono la costruzione di altre forme di vita. Un’intervista con la studiosa femminista Kathi Weeks.
Docente alla Duke University, Kathi Weeks lavora nel dipartimento dei Women’s Studies. Femminista, autrice del volume Constituting Feminist Subjects, per molto tempo si è occupata anche di ciò che negli Stati Uniti vengono chiamati gli utopian studies, cioè quel settore di analisi dell’immaginario collettivo che spazia dalla storia orale alla fantascienza, dalla filosofia alle pratiche politiche dei movimenti sociali. Kathi Weeks ha recentemente mandato alle stampe il volume The Problem with Work: Feminism, Marxism, Antiwork Politics, and Postwork Imaginaries (Duke University Press), saggio in cui analizza la divisione sessuale del lavoro, sviluppando al contempo una critica dell’etica del lavoro. Argomenti che sono stati al centro del seminario che ha tenuto alla «Venice International University». Ed è proprio a Venezia che è avvenuta l’intervista.
Qual è il problema con il lavoro, da cui parte il suo ultimo libro?
I problemi sono tanti. Se ne possono citare almeno tre. Innanzitutto il lavoro monopolizza la nostra vita. Spendiamo nel lavoro una gran quantità di tempo ed energie: per preparare e organizzare il lavoro, per renderlo sicuro e per recuperare le energie spese. Noi non lavoriamo, diventiamo lavoro! Il secondo problema riguarda la capacità del lavoro di dominare il nostro immaginario politico e sociale. Al lavoro sono legati i diritti e le opportunità di riconoscimento sociale, il modo in cui sviluppiamo la nostra identità, accediamo alle reti sociali e costruiamo la socialità. Infine il lavoro salariato è un problema perché non funziona come come sistema di redistribuzione del reddito e dell’inclusione sociale.
La critica femminista ha evidenziato che ci sono molte forme di produttività sociale non legate al lavoro salariato. Infene, c’è il problema dei problemi: l’etica del lavoro di weberiana memoria. Oggi quest’etica è ancora più centrale perché nelle forme di produzione postfordista c’è un enorme bisogno di uomini e donne disposte ad investire soggettivamente e a identificarsi nel lavoro. Nel sistema di fabbrica esisteva una precisa disciplina del lavoro. Le forme di lavoro che costellano oggi l’universo postfordista non consentono analoghi modelli di controllo. L’autodisciplina, e dunque una spiccata etica del lavoro, diventa l’asse portante della produzione di merci.
Nel tuo libro ci sono continui rimandi, anche critici, al femminismo marxista degli anni Settanta: in che termini queste analisi hanno influenzato la tua riflessione?
Mi hanno soprattutto ispirato le elaborazioni del gruppo «Salario al lavoro domestico», in particolare il modo in cui hanno incorporato il rifiuto del lavoro nel progetto femminista per il riconoscimento della dimensione produttiva del lavoro domestico, una specificità forte anche all’interno del femminismo marxista degli anni Settanta. Sono state donne che hanno innanzitutto riconosciuto il lavoro domestico come lavoro socialmente necessario senza il quale l’economia non potrebbe funzionare. Da qui la complementarietà tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo. Oggi che produzione e riproduzione si sovrappongono, questi termini non funzionano più in modo pieno, ma in quegli anni hanno reso possibile la la critica e la rimessa in discussione delle responsabilità delle donne rispetto al lavoro di riproduzione. In questo senso, hanno produttivamente declinato il discorso sul lavoro domestico come rifiuto di una dimensione moralizzante del lavoro inteso come impegno etico e come lavoro d’amore all’interno della famiglia. Così, mentre si impegnavano a rendere visibile il lavoro di riproduzione come immediatamente produttivo, intendevano al contempo combatterlo. Un progetto molto complicato e a tratti anche contradditorio, che resta ancora di estrema attualità.
Perché contraddittorio?
Il problema è come riconoscere il lavoro domestico come lavoro socialmente necessario e ripartirlo equamente senza doverlo sommare a quello salariato. Il tempo di vita non può esaurirsi tra lavoro domestico e lavoro salariato. Né che il tempo liberato dall’ambito domestico possa diventare tempo per il lavoro salariato o viceversa. Ciononostante, alcuni discorsi femministi sono caduti in questa contraddizione e hanno riprodotto l’etica del lavoro e della famiglia, tralasciando il fatto che il lavoro domestico o salariato domina la nostra vita e che va dunque combattuto. Tuttavia, se è chiaro cosa si intende per rifiuto del lavoro salariato, cosa vuol dire rifiutare il lavoro domestico? Vuol dire abbandonare i propri impegni di cura? Non credo sia possibile. Piuttosto credo si tratti di capire come riorganizzare la cura e ridistribuirla in modo che non occupi completamente la vita delle persone.
Ma oggi che produzione e riproduzione tendono a coincidere, riorganizzare la cura vuol dire anche in qualche misura riorganizzare la produzione. Come possiamo ripensare questo rapporto?
Questa è parte della difficoltà incontrate dal gruppo sul «Salario al lavoro domestico». Rivendicare un salario per le casalinghe è anche una debolezza. Negli anni Settanta, le stesse femministe sottolineavano che le donne non si identificano, almeno non tutte, con la figura della casalinga. Inoltre, nominando il lavoro domestico come lavoro di donne c’era il rischio di rafforzare l’associazione tra genere e lavoro domestico. Oggi la domanda di un salario per il lavoro domestico andrebbe rimpiazzata con una domanda di basic income che è neutro rispetto al genere e non attiene alla mera dimensione domestica, dunque una rivendicazione ancora più potente perché riguarda tutte e tutti. Resta però il problema di come rendere visibile il lavoro domestico svolto dalle donne. Si tratta di trovare il modo per conciliare l’analisi femminista con la domanda di basic income: in questo modo diventa possibile porre la vita al centro della vita associata. Detto altrimenti, va riconosciuto che i processi di valorizzazione poggiano su forme di socialità e temporalità che si trovano al di fuori di tempi, spazi e pratiche del lavoro salariato. Ed è da qui che oggi passa la linea del conflitto.

Possiamo allora dire che fuori dal lavoro salariato la linea del conflitto passa per la famiglia?
Nel libro, discutendo le lotte per la riduzione dell’orario di lavoro, ho provato a immaginare un’alternativa all’idea di ridurre l’orario lavorativo per avere «più tempo per la famiglia». Negli Stati Uniti, ma anche qui in Europa, il movimento per la giornata lavorativa chiedeva «otto ore per lavorare, otto ore per riposare e otto ore per quello che vogliamo». Io sono interessata al «quello che vogliamo», perché è tempo e spazio del possibile: del lavoro cooperativo, delle relazioni fuori dal lavoro salariato e dalla famiglia intesa come istituzione sociale che regola il lavoro domestico gratuito e le relazioni di potere. Insomma, ciò di cui abbiamo bisogno è di un oltre la famiglia e il lavoro salariato: lo spazio, cioè, in cui inventare altre forme e possibilità di relazioni sociali che mettono profondamente a critica l’idea di lavoro quale fondamento razionale dell’accumulazione capitalistica.

Tra produzione e riproduzione, dunque, prende forma uno spazio diciamo «altro» che si declina come ciò che definisci «un’idea espansiva della riproduzione sociale»: puoi approfondire?
La dimensione espansiva della riproduzione sociale è una categoria che utilizzo per proporre in modo differente l’antagonismo tra accumulazione capitalistica e riproduzione sociale. Invece di pensare il lavoro salariato da una parte e la famiglia e il lavoro domestico gratuito dall’altra, riprendendo il lavoro delle femministe degli anni Settanta, rifletto sui conflitti che intercorrono tra questi due ambiti. Soffermarsi solo sul lavoro domestico e ragionare esclusivamente di riproduzione offre una soluzione al problema che non convince. Diventa l’idea di servizi che possono essere acquistati: un processo di mercificazione della cura che funziona per alcuni – chi può acquistare – ma non per tutti. Credo invece che la critica all’organizzazione del lavoro domestico debba puntare alla costruzione di nuove forme di relazione e di cooperazione sociale dentro e fuori la famiglia.

Credi che la crisi possa essere un’occasione ulteriore per la costruzione di queste nuove forme di relazione?
Negli Stati Uniti la crisi ha favorito lo sviluppo di nuove modalità di consumo, ma ciò ha a che fare più con la possibilità di gestire diversamente il tuo tempo che non con il lavoro e la sua organizzazione. La crisi potrebbe senz’altro essere una possibilità per ripensare in modo più cooperativo la propria vita ma è soprattutto la lotta per il basic income che mi pare assuma una particolare connotazione come alternativa e spazio di possibilità di una trasformazione radicale.

 

 

Oltre l’identità di genere / IL SAGGIO DI KATHI WEEKS
Un mondo in bilico tra autonomia e la gabbia del controllo sociale

In una realtà dove gli affetti sono merce pregiata per far funzionare fabbriche e imprese, la riduzione del tempo di lavoro e il reddito di cittadinanza sono gli antidoti alla «società del lavoro»
Discutere di lavoro da un punto di vista femminista e senza riferirsi in modo esclusivo al lavoro delle donne, è questa la peculiarità e la forza teorica-politica di The Problem with Work. Feminism, Marxism, Antiwork Politics and Postwork Immaginaries (Duke University Press, pp. 287) di Kathi Weeks. L’autrice prende di petto la questione per muovere una critica serrata alla centralità che il lavoro assume sul piano soggettivo e delle relazioni sociali. E dunque tutt’altro che «bene comune», il lavoro è piuttosto inteso come «problema» all’interno di un’analisi acuta e tagliente che punta a liberare la vita. Il nodo del rifiuto del lavoro costituisce perciò la trama della riflessione: una pratica di trasformazione radicale dell’esistente; un oltre a ciò che l’autrice definisce la work society, ovvero oltre il lavoro salariato e la famiglia che incarna i rapporti su cui si fonda il lavoro domestico gratuito.
Facendo proficuamente dialogare L’etica protestante e lo spirito de capitalismo di Max Weber con il capitolo sull’accumulazione originaria ne Il Capitale di Karl Marx, Weeks cerca di svelare l’arcano della produzione di soggettività attraverso il lavoro, ponendo tuttavia l’etica del lavoro – all’estremo opposto del suo rifiuto – come un potente dispositivo di assoggettamento. Esiste, spiega l’autrice, un’identità del lavoro che pesa profondamente sulla produzione di soggettività e determina, nel caso delle donne, identità gendered, cioè processi di segregazione occupazionale e dei salari che coincidono grosso modo con le attività lavorative che le donne svolgono tradizionalmente in ambito domestico. Nello stesso tempo, afferma con convinzione, sulla scorta di ciò che definisce «la tradizione del femminismo operaista», che il lavoro è anche spazio di soggettivazione, l’ambito cioè in cui prendono forma soggetti e pratiche «sovversive».
Il tema del lavoro dunque si sviluppa nel libro con questo sguardo ambivalente, articolandosi tra etica e rifiuto, tra spazio di assoggettamento e luogo di irriducibile soggettivazione e autonomia.
Come dispositivo di assoggettamento, il lavoro non ha mai smesso di costruire una sua specifica divisione sessuale, che oggi tuttavia assume articolazioni differenti. Senza seguire una precisa razionalità di genere, si determina infatti attraverso un meccanismo di funzionamento casuale in cui, ad esempio nei fast-food, gli uomini lavorano in cucina e le donne in sala nella relazione con il pubblico. Si rovescia qui, afferma l’autrice, l’idea che relegava le donne nello spazio privato. Ma, sottolinea, si tratta di un fatto solo in parte nuovo: la divisione sessuale del lavoro resta saldamente ancorata a un presupposto ideologico di naturalità secondo cui «le donne fanno meglio questo e non quest’altro». Conseguentemente, avverte Weeks, la femminilizzazione del lavoro è un concetto che va maneggiato con cura: si rischia altrimenti di tralasciare «modelli di genere e forme di segregazione occupazionale» che tuttavia persistono anche quando le figure produttive risultano, come accade oggi, «immerse in codici di genere».
Iil volume stabilisce inoltre una fitta interlocuzione con il femminismo marxista degli anni Settanta. E ispirandosi, non senza accenti critici, alle lotte per il «salario al lavoro domestico», si propone di innovare la relazione tra produzione e riproduzione elaborata in quegli anni. Oltre la rivendicazione di un salario per il lavoro domestico (che resta agganciato all’etica del lavoro ed è pensato prevalentemente per le donne), propone un basic income e la riduzione dell’orario di lavoro come strategie per liberare la vita di tutte e tutti. Nello stesso tempo elabora «un’idea espansiva di riproduzione sociale», intesa come nuove forme di relazione e cooperazione attraverso cui riarticolare il rapporto tra accumulazione capitalistica e riproduzione sociale. A partire da qui Weeks sviluppa la sua critica radicale al lavoro quale fondamento razionale dell’accumulazione capitalistica, alla sua etica e ai suoi valori, ma anche alla famiglia, intesa come l’istituzione sociale che garantisce e riproduce il lavoro domestico gratuito.
In questo senso, sebbene prevalentemente rivolto a un pubblico nordamericano, il volume fornisce alcune chiavi interpretative di grande importanza per comprendere e lottare nel presente. Per l’autrice rivendicazioni come quelle del reddito di cittadinanza o della riduzione dell’orario di lavoro disegnano un orizzonte utopico, inteso – sulla scorta degli utopian studies – come capacità di trasformazione degli immaginari. E tuttavia, nella misura in cui si incarnano nella composizione del lavoro vivo e nelle pratiche di movimento, esse configurano innanzitutto elementi di programma politico delle lotte nella crisi: è qui che il volume di Weeks si rivela uno strumento prezioso per pensare quell’«oltre» il lavoro salariato e la famiglia che vive già nella materialità delle relazioni sociali in cui sono immerse le singolarità.

Journée internationale des migrants.

dicembre 17, 2011


M. BAN KI-MOON APPELLE À FAIRE D’UN PHÉNOMÈNE PLANÉTAIRE UNE « DYNAMIQUE DE PROGRÈS »
Les migrations touchent tous les pays et les mythes et les préjugés que font naître leurs conséquences n’en épargnent aucun.
Ainsi, on croit à tort que les migrants sont une charge, alors qu’en réalité ils apportent beaucoup à leur pays d’accueil. Travailleurs, ils apportent des compétences. Entrepreneurs, ils apportent des emplois. Investisseurs, ils apportent des capitaux. Dans les économies avancées et émergentes, ils jouent un rôle indispensable dans l’agriculture, le tourisme et le travail domestique. Souvent, ce sont eux qui prennent soin des membres les plus jeunes ou les plus âgés de la société.
Certains considèrent l’immigration illégale comme un délit. Beaucoup pensent que les immigrés sans papiers sont dangereux pour la société, qu’ils devraient être arrêtés, ou que toutes les femmes qui émigrent pour occuper des emplois peu qualifiés sont victimes de la traite. Ces mythes, entre autres croyances infondées, font adopter des politiques de l’immigration qui sont au mieux inadaptées et au pire dangereuses.
Les États ont, certes, le droit souverain d’administrer leurs frontières. Ils ont, aussi, le devoir de se conformer aux obligations qu’ils ont contractées en droit international. Or, en vertu du droit international des droits de l’homme, tout être humain, sans discrimination aucune et quels que soient sa nationalité ou son statut officiel, peut jouir de ses droits fondamentaux. Aucun migrant ne devrait être renvoyé là où il risque d’être torturé. Aucune migrante ne devrait rester privée de soins, notamment en matière de procréation. Aucun enfant migrant ne devrait être privé de l’école.
Les droits de l’homme ne sont pas un acte de charité ni une récompense que l’on attribue à celui qui respecte les règlements d’immigration. Les droits de l’homme sont la prérogative inaliénable de tous les êtres humains, y compris 214 millions de migrants et leurs proches.
Quarante-cinq pays ont ratifié la Convention internationale sur la protection des droits de tous les travailleurs migrants et des membres de leur famille. J’invite tous les autres à souscrire à ce grand texte pour s’engager concrètement à protéger et promouvoir les droits de l’homme de tous les migrants sur leur territoire.
Lorsque leurs droits sont violés, lorsqu’ils sont marginalisés et exclus, les migrants ne peuvent rien apporter, ni financièrement ni socialement, à la société qu’ils ont quittée ni à celle qu’ils rejoignent. En revanche, lorsque les migrations sont soutenues par une bonne politique et par la protection des droits de l’homme, elles peuvent être un facteur de progrès pour les personnes autant que pour les pays, qu’ils soient pays d’origine, pays de transit ou pays de destination.
Donnons un contenu constructif à cette Journée internationale des migrants en agissant de manière à démultiplier un phénomène planétaire en une dynamique de progrès.

139 sans-papiers demandent la régularisation collective de leur statut de séjour

dicembre 16, 2011


Les collectifs Droit de rester des villes de Zurich, Bâle, Bern, Fribourg et Lausanne continuent leur lutte pour la régularisation collective des personnes sans-papiers en Suisse. Demain, le 16 décembre, ils déposent une liste auprès de la Conseillère fédérale Simonetta Sommaruga et une copie auprès de l’Office fédéral des migrations (ODM), pour demander la régularisation de 139 personnes. Suite à l’occupation de la Kleine Schanze à Berne en 2010, qui avait comme but d’amener le débat sur la régularisation collective des sans-papiers sur la place publique, Droit de rester continue aujourd’hui sa lutte en proposant, à travers le dépôt d’une liste, un premier pas concret.

Les personnes inscrites sur la liste sont actives depuis de nombreuses années dans les différents collectifs Droit de rester. Elles ont osé sortir de l’ombre pour revendiquer leurs droits qui sont systématiquement bafoués. Il s’agit d’hommes, de femmes et d’enfants qui sont considéré-e-s comme séjournant illégalement en Suisse. Parmi ces personnes, certaines vivent en Suisse sans être connues aux autorités et travaillent au noir, toujours sous la peur d’être découvertes et sans pouvoir faire valoir leurs droits en tant que salarié-e-s. D’autres ont perdu leur autorisation de séjour suite au refus de leur demande d’asile. Ils et elles sont interdit-e-s de travailler et exclu-e-s de l’aide sociale, contraint-e-s de survivre avec l’aide d’urgence. Tout un arsenal de mesures est ainsi! mis en place qui vise à les pousser au départ. Pourtant, ces personnes, parfois depuis de nombreuses années en Suisse, restent.

Seule la régularisation collective, qui a fait ses preuves dans d’autres pays en Europe, peut garantir le respect de la dignité humaine. La privation de droits fondamentaux, justifiée par l’absence d’autorisation de séjour, conduit à la discrimination, à l’exploitation et à l’oppression – une menace pour toutes les personnes qui vivent en Suisse. Dans ce sens, les collectifs Droit de rester dénoncent en particulier le régime de l’aide d’urgence, mesure de contrainte déguisée en assistance qui soumet les personnes concernées à une torture psychologique inacceptable.

Les collectifs se rassembleront à 14h00 à la Kleine Schanze à Berne et iront ensuite déposer la requête auprès de la Conseillère fédérale.

Contact: Linda Gubler (079 478 36 94) et Philippe Blanc (076 577 47 28)

La fabbrica dell’uomo indebitato

dicembre 15, 2011


da Alfabeta2

di Maurizio Lazzarato

In Europa la lotta di classe, così come è accaduto in altre regioni del mondo, si manifesta e si concentra oggi intorno al debito. La crisi del debito minaccia anche gli Stati Uniti e il mondo anglosassone, paesi dai quali ha avuto origine non solo l’ultimo crollo finanziario, ma anche e soprattutto il neoliberismo. La relazione creditore-debitore, che definisce il rapporto di potere specifico della finanza, intensifica i meccanismi dello sfruttamento e del dominio in maniera trasversale, perché non fa alcuna distinzione tra lavoratori e disoccupati, consumatori e produttori, attivi e inattivi. Tutti sono dei «debitori», colpevoli e responsabili di fronte al capitale, che si manifesta come il Grande Creditore, il Creditore universale. Una delle questioni politiche maggiori del neoliberismo è ancora, come illustra senza ambiguità la «crisi» attuale, quella della proprietà, poiché la relazione creditore-debitore esprime un rapporto di forza tra proprietari (del capitale) e non proprietari (del capitale). Attraverso il debito pubblico, la società intera è indebitata, cosa che non impedisce, ma anzi esaspera «le diseguaglianze», che è tempo di chiamare «differenze di classe».

Le illusioni politiche ed economiche di questi ultimi quarant’anni cadono le une dopo le altre, rendendo ancora più brutali le politiche neoliberiste. La New Economy, la società dell’informazione, il capitalismo cognitivo, sono tutti solubili nell’economia del debito. Nelle democrazie che hanno «trionfato» del comunismo, pochissime persone (qualche funzionario del Fmi, dell’Europa, della Banca centrale europea e qualche politico) decidono per tutti secondo gli interessi di una minoranza. L’immensa maggioranza degli europei viene espropriata tre volte dall’economia del debito: espropriata di un già debole potere politico concesso dalla democrazia rappresentativa; espropriata di una parte sempre più grande della ricchezza che le lotte passate avevano strappato all’accumulazione capitalista; espropriata soprattutto del futuro, ovvero del tempo, come possibile e dunque come decisione, come scelta.

La successione delle crisi finanziarie ha fatto emergere violentemente una figura soggettiva che era già presente ma che occupa ormai l’insieme dello spazio pubblico: l’«uomo debitore». Le figure soggettive che il neoliberismo aveva promesso («tutti azionari», «tutti proprietari», «tutti imprenditori») si trasformano e ci conducono verso la condizione esistenziale dell’uomo debitore, responsabile e colpevole della sua sorte. È dunque urgente proporre una genealogia e una cartografia della fabbrica economica e soggettiva che lo produce.

Dalla precedente crisi finanziaria che è esplosa con lo bolla internet, il capitalismo ha abbandonato le narrazioni epiche che aveva elaborato attorno ai «personaggi concettuali» dell’imprenditore, dei creativi, del lavoratore cognitivo o del lavoratore indipendente «fiero di essere il proprio padrone» che, perseguendo esclusivamente i loro interessi personali, lavorano per il bene di tutti. L’implicazione soggettiva e il lavoro su di sé, predicati dalla retorica manageriale a partire dagli anni Ottanta, si sono trasformati in un’ingiunzione a prendere su di sé i costi e i rischi della catastrofe economica e finanziaria. La popolazione deve farsi carico di tutto ciò che le imprese e lo Stato assistenziale «esternalizzano» verso la società e, in primo luogo, del debito.

Per i padroni, i media, gli uomini politici e gli esperti, le cause della situazione non sono da cercare né nelle politiche monetarie e fiscali, che aumentano il deficit, operando un transfert massiccio di ricchezza verso i più ricchi e le imprese, né nella successione delle crisi finanziarie, che dopo essere praticamente sparite nel corso dei primi trent’anni del dopoguerra, si ripetono con regolarità estorcendo delle somme di denaro esorbitanti alla popolazione per evitare ciò che chiamano una «crisi sistemica». Le vere cause di queste crisi a ripetizione risiederebbero nelle esigenze eccessive dei governati (specialmente nel Sud dell’Europa) che vogliono vivere come delle «cicale» e nella corruzione delle élite che, in realtà, hanno sempre giocato un ruolo nella divisione internazionale del lavoro e del potere.

Stiamo andando verso un approfondimento della crisi. Il blocco di potere neoliberista non può e non vuole «regolare» gli «eccessi» della finanza, perché il suo programma politico è sempre quello rappresentato dalle scelte e dalle decisioni che ci hanno condotto all’ultima crisi finanziaria. All’opposto, con il ricatto del fallimento dei debiti «sovrani» (che di sovrano hanno ormai solo il nome), vuole portare fino in fondo il programma di cui sogna, fin dagli anni Settanta, l’applicazione integrale: ridurre i salari al livello minimo, tagliare i servizi sociali per mettere il welfare al servizio dei nuovi «assistiti» (le imprese e i ricchi) e privatizzare tutto quello che non è ancora stato venduto ai privati.

Noi manchiamo di strumenti teorici, di concetti, di enunciati, per analizzare non tanto la finanza, ma l’economia del debito che la comprende e la travalica, così come la sua politica e suoi dispositivi di assoggettamento. La crisi che stiamo vivendo ci impone di riscoprire la relazione creditore-debitore elaborata dall’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. Pubblicato nel 1972, anticipando teoricamente lo spostamento dell’iniziativa del capitale che si produrrà qualche anno dopo, ci permette, alla luce di una lettura di Nietzsche della Genealogia della morale e della teoria marxiana della moneta, di riattivare due ipotesi. Prima di tutto, l’ipotesi secondo cui il paradigma sociale non è dato dallo scambio (economico e/o simbolico), ma dal credito. A fondamento della relazione sociale non c’è l’uguaglianza (dello scambio), ma l’asimmetria del debito/credito che precede, storicamente e teoricamente, quella della produzione e del lavoro salariato. In secondo luogo, l’ipotesi secondo cui il debito è un rapporto economico indissociabile dalla produzione del soggetto debitore e dalla sua «moralità» . L’economia del debito aggiunge al lavoro nel senso classico del termine un «lavoro su di sé», in modo che economia ed «etica» funzionino congiuntamente. L’economia del debito fa coincidere la produzione economica e la produzione di soggettività. Le categorie classiche della sequenza rivoluzionaria del XIX e XX secolo – lavoro, sociale e politico – sono attraversate dal debito e ampiamente ridefinite da esso. È quindi necessario avventurarsi in territorio nemico e analizzare l’economia del debito e la produzione dell’uomo debitore, per cercare di costruire qualche arma che ci servirà a condurre le lotte che si annunciano. Perché la crisi, lungi dal terminare, rischia di estendersi.

Traduzione dal francese di Andrea Inglese

 
*Questo brano costituisce il paragrafo introduttivo del libro di Maurizio Lazzarato, La fabrique de l’homme endetté. Essai sur la condition néolibérale, Editions Amsterdam, 2011. La traduzione italiana, per le edizioni DeriveApprodi, è prevista per aprile 2012.

Commissione per l’integrazione degli stranieri, Mario Branda nuovo Presidente

dicembre 14, 2011


da Tio.ch
BELLINZONA – Il Consiglio di Stato ha confermato la composizione della Commissione Cantonale per l’integrazione degli stranieri (CIS) e il nome del suo Presidente. Il Segretariato è affidato all’Ufficio del Delegato cantonale all’integrazione degli stranieri.

I membri della rinnovata Commissione sono i seguenti: Ayman Ali, Sabrina Antorini Massa, Furio Bednarz, Slavko Bojanic, Edo Carrasco, Mumina Contessi, Attilio Cometta, Sara Demir, Donatella Faldarini, Omar Gianora, Nahuel Guidotti, Dao Nguyen-Quang, Juan José Sanchez, Daniele Scarabel; l’avvocato Mario Branda sarà il nuovo Presidente e coordinatore della Commissione, mentre quale consulente esterno specialista sul tema del razzismo è designato Marco Mona.

A far parte della CIS, organo consultivo del Consiglio di Stato, sono state chiamate persone che consiglieranno l’Ufficio del Delegato, sostenendolo nel raggiungimento degli obiettivi del Dipartimento delle istituzioni, non solo a livello di sensibilità, visioni e progettualità, ma anche a livello pratico, sfruttando al meglio le loro particolarità e potenzialità professionali, le loro esperienze e i loro contatti. Sette membri rappresentano le comunità straniere e/o religiose (Ayman, Bojanic, Carrasco, Contessi, Demir, Nguyen-Quang, Sanchez e Scarabel). Nahuel Guidotti rappresenta il Consiglio cantonale dei Giovani, Omar Gianora la scuola, Furio Bednarz la formazione, Donatella Faldarini i corsi di lingua italiana, Sabrina Antorini Massa la Città di Lugano e Attilio Cometta la Sezione della popolazione.

La CIS sosterrà e promuoverà i Programmi federali e cantonali in materia di integrazione e di prevenzione della discriminazione e con il Delegato formulerà proposte per organizzare eventi ufficiali cantonali volti a migliorare la comprensione, la conoscenza e il rispetto reciproci e l’incontro tra gli indigeni e gli stranieri. La Commissione entrerà in carica il 1. gennaio 2012 e il periodo di nomina scadrà il 31 dicembre 2015.

Tribunale Federale: matrimonio non sistematicamente escluso per sans-papier

dicembre 9, 2011


Ai sans-papier non può essere rifiutato sistematicamente il diritto di sposarsi in Svizzera. In una sentenza che farà giurisprudenza, il Tribunale federale (TF) ha accettato il ricorso di un camerunese in situazione irregolare, confrontato al rifiuto delle autorità vodesi di rilasciargli un permesso affinché possa sposarsi.

In coppia con una donna che beneficia di un permesso di soggiorno e padre di una bimba di tre anni, l’uomo si era visto rifiutare lo scorso marzo dal Servizio vodese della popolazione il rilascio di un permesso, sollecitato allo scopo di potersi sposare con la compagna. Il veto era stato confermato successivamente dal Tribunale cantonale vodese.

Pronunciandosi per la prima volta sul capoverso 4 dell’art. 98 del Codice civile, la Corte suprema sconfessa le autorità vodesi. La nuova disposizione – proposta dal consigliere nazionale UDC Toni Brunner allo scopo di lottare contro i matrimoni fittizi – impone ai fidanzati che non hanno la cittadinanza svizzera di provare la legalità del loro soggiorno in Svizzera durante la procedura preparatoria del loro matrimonio.

Questo sistema può rivelarsi contrario all’articolo 12 della Convenzione europea nei casi in cui uno straniero in situazione irregolare “desidera sposarsi in modo reale e sincero”, osservano i massimi giudici riferendosi ad una recente decisione della Corte europea dei diritti umani.

La pratica introdotta dal legislatore potrebbe portare a vietare “in via generale, automatica e indifferenziata l’esercizio del diritto al matrimonio per un’intera categoria di persone”. Alla luce delle esigenze poste dalla Convenzione, la possibilità di sposarsi all’estero non costituisce una soluzione soddisfacente, rileva il Tribunale.

Mon Repos indica la via da seguire: le autorità di polizia degli stranieri “devono rilasciare un titolo di soggiorno in vista del matrimonio quando non esistono indizi che lo straniero abbia l’intenzione, con questo atto, d’invocare abusivamente le regole del ricongiungimento famigliare”.

sda-ats

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