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Il gruppo giuristi VPOD invita a votare NO il 9 giugno all’inasprimento della legge sull’asilo, ricordando che stiamo parlando dello 0.5 % della popolazione residente.

giugno 1, 2013

La modifica contiene alcuni elementi altamente critici nell’ottica dello stato di diritto. Da un lato, comprende un’ampia delega al Consiglio federale di poter prevedere delle fasi di test per valutare nuove procedure. Se da un lato condividiamo l’obiettivo di accelerare le procedure d’asilo, anche nell’interesse dei e delle dirette interessate, non possiamo per contro condividere che l’esecutivo possa sostituirsi al legislatore, sovvertendo il principio della separazione dei poteri, uno dei principi fondanti del nostro Stato. Inoltre, la possibilità di ridurre i termini di ricorso a 10 giorni è contrario al diritto fondamentale ad un ricorso effettivo.

Anche la norma che prevede la creazione di centri speciali in cui “collocare i richiedenti l’asilo che compromettono la sicurezza e l’ordine pubblici o che con il loro comportamento disturbano considerevolmente l’esercizio regolare dei centri di registrazione” non è degno di uno stato di diritto. A parte il fatto che il concetto di “centri speciali”, così come “disturbare considerevolmente” sono concetti non definiti e non noti al diritto svizzero, non è neppure definita la procedura da seguire per disporre una misura altamente limitante delle libertà individuali, diritti fondamentali che spettano a tutti gli esseri umani, al di là della loro provenienza e statuto giuridico. Questa norma apre le porte all’arbitrio. Persino l’Alto Commissariato per i Rifugiati ha chiesto alla Svizzera di chiarire il concetto di “centri speciali”, rilevando come vi fosse poca chiarezza rispetto agli effetti pratici e la realizzazione di questa misura. In Ticino, nell’ambito della privatizzazione parziale della sorveglianza carceraria, si ipotizza persino di estendere ai cosiddetti richiedenti l’asilo “recalcitranti” la cerchia delle persone collocate all’interno delle strutture carcerarie cantonali (anche senza aver commesso alcun reato penale), la cui sorveglianza può essere trasferita a privati.

Invitiamo quindi a votare NO il 9 giugno e a sostenere il referendum contro la privatizzazione della sorveglianza carceraria: questa politica lascia affondare le persone, ma anche i valori su cui si basa il nostro Paese.

Edy Meli, presidente gruppo giuristi VPOD

VOTA NO IL 9 GIUGNO alla revisione della Legge sull’Asilo !!!

maggio 27, 2013

Presentazione molto focosa, e chiara, di Dario Lopreno (SSP), fatta su invito del CCSI-SOS racisme di Friborgo.

Dario Lopreno
1a parte

Dario Lopreno
2a parte (discussione con il pubblico)

Revisione LAsi: Colpiti donne e bambini

maggio 27, 2013

9_giugno_NO
Loredana Schlegel, Rosemarie Weibel, co-presidenti del Coordinamento donne della sinistra
da La Regione, 24.5.2013

La revisione della Legge sull’asilo oggetto di votazione il 9 giugno abolisce la possibilità di presentare domanda d’asilo attraverso le ambasciate svizzere. Si trattava di uno strumento di protezione importante, che fungeva da esempio positivo a livello europeo, di protezione dai rischi legati a un viaggio nella clandestinità ed espressione importante della tradizione umanitaria della Svizzera. Ricordiamo che la maggior parte delle richiedenti l’asilo subisce violenza sessuale durante il viaggio (cfr. p. es. Terre des femmes Svizzera, Frauen im Asylverfahren – Die Anerkennung frauenspezifischer Fluchtgründe in der Schweizer Asylpraxis).

Con l’abolizione della procedura attraverso le ambasciate aumenta il rischio che le famiglie rimangano separate per anni, a causa anche dello statuto precario per le persone ammesse provvisoriamente, con termine d’attesa per il ricongiungimento familiare. Colpisce in modo particolare donne e bambini, i maggiori beneficiari di questa procedura.

Invitiamo pertanto a votare No il 9 giugno.

Asile: les Grisons, laboratoire de la désintégration

gennaio 5, 2013
Sabato 5 gennaio 2013
di Michaël Rodriguez

REQUÉRANTS • Anticipant les durcissements de la loi, le canton des Grisons a créé il y a plusieurs années déjà un centre pour les requérants dits récalcitrants. Les déboutés sont placés quant à eux dans un foyer à 1300 mètres d’altitude et ne reçoivent pas un sou. Une expérience du bannissement qui se prolonge parfois plusieurs années. Reportage.

Un haut grillage cerne les cinq containers posés sur un terrain en friche, dans une zone artisanale et commerciale de la petite ville grisonne de Landquart. Le portail de métal est ouvert, mais un panneau avertit les visiteurs par définition indésirables: le périmètre est interdit aux personnes non autorisées sous peine d’amende salée et de poursuites judiciaires.
Il ne s’agit pas de protéger un quelconque chantier ni les activités d’un laboratoire secret, mais les expérimentations dissuasives de la politique d’asile grisonne. Nous sommes au «Minimalzentrum» (centre minimal) de la Waldau, à une dizaine de minutes à pied du centre de Landquart. Ces containers logent des requérants d’asile «récalcitrants», dont le comportement dans les foyers ordinaires est jugé perturbateur.

La patte de l’UDC
Alors que les Chambres fédérales ont décidé l’automne dernier la création urgente de centres pour les requérants d’asile délinquants et récalcitrants, le canton des Grisons a pris les devants il y a plus de trois ans. Principal artisan de ce système: Heinz Brand, alors chef du Service cantonal de la migration et actuel conseiller national UDC.
Minimal, le centre de la Waldau l’est à bien des égards. Ses «hôtes» sont privés de l’aide sociale usuelle et reçoivent une aide d’urgence de quelque
7 francs par jour. Ils dorment à six dans des containers de 12 mètres carrés. Sans encadrement social ni surveillance: à la Waldau, il n’y a pas de personnel permanent. Le chef du «centre de départ» de Valzeina, situé à quelque dix kilomètres de là, dans la montagne (lire en page 3), descend généralement une fois par jour à Landquart pour y amener l’aide d’urgence en espèces. C’est lui aussi qui décide si un requérant d’asile a besoin de soins médicaux.
Le règlement du centre oblige les requérants à être présents tous les jours de 16h30 à 18h, moment de l’arrivée du chef, faute de quoi ils ne recevront pas leur pécule de survie. Ils se font à manger eux-mêmes, dans un container séparé servant de cuisine et de salle à manger. Une autre baraque abrite des toilettes et une douche. Depuis qu’un résident a mis le feu au centre, les autorités l’ont équipé d’un extincteur.
Les visites sont dans tous les cas interdites à la Waldau – sauf bien sûr celles de la police et des employés du Service de la migration, qui peuvent procéder en tout temps à un contrôle des chambres. Mais le paradoxe, c’est que ce dispositif sécuritaire ne protège guère les requérants d’asile. Les portes des containers ne ferment pas – pas même de l’intérieur -, de sorte que d’éventuels voleurs ou agresseurs pourraient entrer à la Waldau comme dans un moulin. Les autorités cantonales justifient cette pratique par la nécessité d’éviter des luttes de pouvoir entre les hôtes du centre.

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La razza al lavoro. Note su razzismo e antirazzismo in Italia

dicembre 28, 2012

di ANNA CURCIO e MIGUEL MELLINO

Cosa succede quando il razzismo o atteggiamenti razzisti sono ricondotti alla logica di altri fenomeni e azioni sociali? Più precisamente, cosa accade quando esplicite pratiche razziste (compresi pestaggi e uccisioni) vengono smontate e tradotte nei discorsi di forze sociali,  media e politica mainstream come problemi economici e di criminalità o come questioni legate al lavoro, l’abitazione, le migrazioni, l’identità? I numerosi episodi di intolleranza che oggi in Italia interessano quotidianamente i migranti (e soprattutto musulmani, zingari e rumeni) quasi mai sono riconosciuti nella  sfera pubblica come frutto di un atteggiamento razzista o di un razzismo popolare.

(…) Questo é a nostro parere il più ovvio sintomo della crescente razzializzazione della società italiana poiché non é difficile sostenere che questa accurata rimozione ci parli del contrario: oggi in Italia la maggior parte del conflitti sociali, specialmente nel quadro della crisi economica globale, si esprimono solo in termini razziali. In altre parole la nostra idea é che la forclusione della razza nella dibattito pubblico in Italia – strettamente legata alla storica incapacità di elaborare il passato fascista – (Mitscherlicht 1984; si veda anche Mellino 2006) (…) – non é altro che il necessario supplemento alla crescente razzializzazione dello spazio sociale italiano, ovvero un complesso di interpellazioni “attraverso cui i significati della razza sono collegati a particolari istanze – spesso trattati come problemi sociali – o in cui la razza appare o spesso é il fattore centrale del modo in cui sono definiti e compresi ” (Cfr Murji, Solomos 2005: 3). Quello che vogliamo sottolineare é che data le particolari configurazioni storiche del processo di costruzione della nazione (…), più diventa evidente la materiale costituzione razziale della società italiana tanto più violenta sarà la sua forclusionediscorsiva sia all’intero che all’esterno del campo istituzionale. Allora sulla scena italiana, la razza potrebbe emergere come significante fondamentale ovvero come “operatore” di significato sociale, pratica e soggettività solo attraverso: a) la “violenza implosiva” generata da episodi di “ansietà etnica punitiva” (si veda Appadurai 2001) come quelli descritti sopra, determinati da quello che può essere definito (seguendo il concetto lacaniano di forclusione) come “deliri e allucinazioni razziali collettive”; o, alternativamente, b) attraverso la pressione politica o le enunciazioni degli outsiders. Noi pensiamo che questa sia una caratteristica centrale del razzismo italiano contemporaneo.

Sfida aperta al razzismo contemporaneo

Non é casuale che proponiamo i termini “razza” e “razzializzazione” per sfidare le interpellazioni del razzismo contemporaneo in Italia. Questi termini sono pressoché assenti dal lessico degli studi sociali, storici, culturali e politici in Italia, ed incontrano forti resistenze nei discorsi delle differenti voci del movimento anti-razzista italiano. Pensiamo dunque che sia giunto il momento chw il dibattito antirazzista italiano si arricchisca e sicomplichi introducendo le nozioni di “razza” e “razzializzazione” nella sua agenda (…).

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Il Ps e l’ennesima revisione della Legge sull’asilo

dicembre 17, 2012

di Rosemarie Weibel, Lugano

Su ‘laRegioneTicino’ del 28.11.2012, Carlo Lepori, vicepresidente Ps, ha scritto – tra le altre cose – che i punti criticati dalle associazioni che hanno lanciato il referendum contro la modifica urgente della Legge sull’asilo, “non sono di grande portata”.

Lasciamo un momento da parte la questione di sapere se il referendum è opportuno o meno e dedichiamoci soltanto ad un aspetto: quello per così dire di politica giuridica, a cominciare dalla clausola d’urgenza.

La maggioranza del parlamento può dichiarare urgente una legge la cui entrata in vigore non può essere ritardata. L’uso di questa possibilità è delicato perché facendo uso di poteri speciali si deroga alle regole fondamentali della democrazia semidiretta. È tanto più delicata quando il sentimento di urgenza è stato abilmente creato durante anni di campagne denigratorie. Di fatto, l’unica urgenza forse effettiva è quella di avere una capacità di accoglienza adeguata per far fronte ad un aumento dei richiedenti l’asilo, dopo che negli ultimi anni si è fatto di tutto per giungere a questa situazione (nel 1999 le richieste d’asilo furono 47’595, poi si sono chiusi la maggior parte dei centri d’accoglienza, ma il numero di domande non è mai sceso stabilmente alle 10’000 “promesse”; nel 2011 erano 22’551, 3’711 le concessioni d’asilo).

Altamente critica, nell’ottica di uno Stato di diritto, anche la delega praticamente illimitata al Consiglio federale di poter prevedere delle fasi di test per valutare nuove procedure. Unico paletto, l’indicazione di un termine di ricorso minimo di 10 giorni (naturalmente nei casi in cui il termine non è già comunque ridotto a 5). Se si pensa che la durata media di una procedura d’asilo è di 413 giorni e di 756 nei casi in cui è stato presentato ricorso, diventa palese che si riducono i termini di ricorso non per accelerare la procedura, ma per impedire agli interessati di far valere efficacemente i loro argomenti. È questa una procedura corretta ed equa?

Anche la norma secondo cui non sono rifugiate le persone che sono esposte a seri pregiudizi per aver rifiutato di prestare servizio militare o per aver disertato ha del ridicolo, perché il solo fatto di aver disertato già non costituiva motivo di asilo. L’effetto principale sarà un’ulteriore precarizzazione di queste persone, provenienti per lo più dall’Eritrea, uno degli Stati più repressivi e militarizzati del mondo. E poi si dirà che non si sono integrate. Ancora una volta, una modifica legislativa è fondamentalmente diretta contro persone provenienti da un determinato Stato. Anche questa “etnicizzazione” del diritto svizzero dovrebbe destare una qualche preoccupazione.

Arriviamo ai centri speciali: possono essere creati per “collocare i richiedenti l’asilo che compromettono la sicurezza e l’ordine pubblici o che con il loro comportamento disturbano considerevolmente l’esercizio regolare dei centri di registrazione”. Cosa significa “centri speciali”, quali saranno le condizioni in questi centri? Cosa significa “disturbare considerevolmente”? Cosa significa “compromettere l’ordine pubblico” quando a volte già il solo fatto di esistere è considerato un disturbo? Chi deciderà il trasferimento e in quale procedura? E non abbiamo già il diritto penale, le misure coercitive e altri strumenti? Persino l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha chiesto alla Svizzera di chiarire il concetto di “centri speciali”, misura poco chiara rispetto ad effetti pratici e realizzazione. Invita inoltre la Svizzera a rinunciare a misure speciali per persone nel settore dell’asilo e a rispettare il principio della non discriminazione.

Nel 2002 il Ps era ancora tra i cofirmatari di una petizione “Per una reale integrazione e un centro di primo aiuto; contro la repressione e il centro ‘recalcitranti’ per richiedenti l’asilo”. Era stato avviato un dibattito, poi la proposta è stata abbandonata. Che cosa è cambiato nel frattempo, da non suscitare neppure più perplessità?

Se tutte queste misure non sono di grande portata, che visione abbiamo dei principi che garantiscono un minimo di protezione dall’arbitrio, della sicurezza del diritto, dell’uguaglianza? O è perché toccano meno dell’1% di chi si trova attualmente in Svizzera? E se si trattasse soltanto di testarle sulle spalle degli “asilanti”, per poi estenderle all’intera popolazione, come successo con le misure coercitive, il discorso sull’abuso, i dati biometrici?

 

Xenofobia, arricchirsi con l’ansia di sicurezza

ottobre 18, 2012
da il Manifesto del 14 ottobre 2012
di Anna Maria Merlo

FRONTIERE – Nel mondo sono stati costruiti 18mila chilometri di muri nel tentativo di fermare chi fugge da guerra, fame e miseria. Centinaia di milioni di euro vengono spesi ogni anno per fermare l’immigrazione clandestina. Un business che arricchisce imprese private spesso senza scrupoli.
G4S è tra le compagnie private al mondo che hanno il maggior numero di dipendenti: 650mila persone lavorano per questa società di diritto britannico, presente in 110 paesi del mondo. Negli ultimi mesi, il grande pubblico è venuto a conoscenza del nome della G4S, perché è a questa società che il governo britannico ha affidato gran parte della gestione della «sicurezza» dei Giochi Olimpici di Londra la scorsa estate, a cui ha fornito 13.700 agenti. G4S, regolarmente quotata in Borsa, in Gran Bretagna gestisce quattro prigioni e quattro centri di detenzione per immigrati irregolari, tra cui quello vicino all’aeroporto di Gatwick, oltre a numerosi altri piccoli centri per soggiorni di breve durata del clandestini. E’ la prima società nel campo della «sicurezza» in Gran Bretagna (dove ha concluso contratti con lo stato per 4,6 miliardi di sterline) e Irlanda. Negli Usa, dove ha inviato delle squadre a New Orleans dopo l’uragano Katrina nel 2005 per collaborare all’evacuazione delle vittime, gestisce il rimpatrio delle persone arrestate per aver passato illegalmente la frontiera con il Messico. La G4S è anche molto presente in Sudafrica. Nel 2010, dopo la morte per asfissia dell’angolano Jimmy Mubenga, soffocato sul sedile del volo BA77 dalle guardie private che lo «rimpatriavano», la G4S ha perso questo tipo di contratto con la Gran Bretagna, dove, da quando aveva il monopolio della gestione delle espulsioni, dal 2005, aveva guadagnato 110 milioni di sterline (125 milioni di euro). Il contratto è stato poi concluso con un’altra società privata, la Reliance Securuty Task.
Questi dati ci dicono che le leggi che limitano l’immigrazione sono un vero e proprio business per un gruppetto di multinazionali. G4S, Droneexport, Gragon Gloves, Fox Fury, King Cobra, Holsters SNC, Recon Robotix, sono i nomi di alcune di queste società private che operano nel campo della «sicurezza» pubblica. Ci sono anche società molto più note, Finmeccanica, Eads, Thales, Indra, Siemens, Eriksson, Sagem o Boeing (che ha un mega-contratto per gestire la rete di sorveglianza elettronica alle frontiere terrestri degli Usa). La spagnola Indra ha messo in atto il sistema di controllo elettronico delle frontiere marittime della Spagna, incassando 260 milioni di euro. Queste società si spartiscono un mercato in netta crescita dopo l’11 settembre: nel 2009, era stimato globalmente a 450 miliardi di euro, in progressione del 10-12% l’anno. L’Europa ha in programma una spesa pari a 4 euro per abitante (con 450 milioni di abitanti, 1,3 miliardi di euro). In Europa ci sono tra 300 e 400 luoghi di detenzione amministrativa per migranti illegali e la direttiva «rimpatri» del 2008 permette di mantenere imprigionate le persone fino a 18 mesi.
La storia e le implicazioni ideologiche di questa deriva sono raccontate da Claire Rodier in Xénophobie Business (La Découverte, 194 pag., 16). L’autrice è una giurista del Gisti (Gruppo di informazione e di sostegno agli immigrati), cofondatrice della rete euro-africana Migreurop.
18mila chilometri di “muri”
Il mondo contemporaneo vive un paradosso: da un lato, la mobilità internazionale aumenta e si sviluppano le zone dove vengono abolite le frontiere (Ue, Alena, Mercosur) e dall’altro si intensificano i controlli migratori e crescono «muri» (tra Usa e Messico, le pattuglie marine nel Mediterraneo, tra Israele e Cisgiordania, prossimamente nel Neghev, tra Grecia e Turchia lungo il fiume Evros, filo spinato per proteggere Ceuta e Melilla enclaves spagnole in Marocco, scanner e biometria agli aeroporti ecc.). Nel mondo ci sono oggi 18mila chilometri di «muri» (anche solo di filo spinato) per bloccare gli immigrati sgraditi. E non solo in occidente: nel 2003, il Botswana ha costruito un reticolato elettrificato di più di 800 km alla frontiera con lo Zimbabwe. La più lunga «chiusura» separa l’India dal Bangladesh, lunga 2500 km. Dei «muri» nascono anche all’interno dei paesi: in Romania, a Baia Mare, ne è stato costruito uno in cemento armato per isolare una comunità Rom.
In Europa, negli anni ’80 viene introdotta la libera circolazione dei cittadini, ma poi viene stipulato il trattato intergovernativo Schengen, che mette in opera un filtraggio delle persone. Queste politiche di controllo hanno dei costi: prima di tutto umani (più di 16mila morti tra il ’93 e il 2012 tra chi ha tentato di raggiungere clandestinamente l’Europa, secondo l’ong United), problema che però non sembra interessare quasi nessuno. Poi ci sono i costi finanziari, che invece attirano capitali e investitori. La xenofobia, in effetti, per le società di «sicurezza» è un ottimo affare, in netta espansione in questo periodo di crisi. La nuova filosofia della sicurezza affidata ai privati è stata chiarita nel 2009 da Franco Frattini, ex commissario alla Giustizia e Affari interni: «La sicurezza non è un monopolio delle amministrazioni, ma un bene comune, la cui responsabilità e applicazione deve essere condivisa tra pubblico e privato». Frontex, il dispositivo della Ue per controllare le frontiere esterne, ha moltiplicato per 15 il budget che nel 2005 era di 6,3 milioni di euro. La Spagna ha ricevuto nel 2007 356 milioni di euro dalla Ue per «securizzare» le frontiere marittime, Eads ha fornito alla Romania un sistema integrato per 670 milioni di dollari per mettere in sicurezza le frontiere del paese. La Bulgaria è sulla stessa strada. L’Ue con il progetto Oparus ha finanziato con 1,19 milioni di euro società private (Sagem, BAE System, Thales, Eads, Dassault ecc.) per sviluppare controlli attraverso i droni.
Ma quale utilità hanno questi controlli? si chiede Claire Rodier, visto che servono «solo marginalmente, malgrado quello che pretendono coloro che se ne fanno i promotori – responsabili politici, poliziotti e esperti diversi – a controllare gli spostamenti delle persone che migrano dissuadendo o orientando i flussi in funzione di un’organizzazione pianificata». Per Claire Rodier un ruolo preponderante è svolto dall’«economia securitaria», cioè «quella che trae profitto dai dispositivi sempre più sofisticati che servono a chiudere le frontiere. Tecnologie di punta nel campo della sorveglianza a distanza, società private specializzate nella gestione dei centri di detenzione di migranti o nell’accompagnamento per le espulsioni, riciclaggio in campo civile del know how militare oggi sottoutilizzato».
L’esternalizzazione dei controlli
L’irruzione dell’economia privata nella sicurezza pubblica aumenta le dimensioni del fenomeno, permettendo ai politici – impotenti di fronte alla crisi – di «manipolare l’incertezza» sfruttando le paure. C’è infine una dimensione geopolitica dei controlli: l’Europa, per esempio, ha tendenza a «esternalizzare» la gestione dei controlli, alla Libia di Gheddafi prima, oggi al nuovo regime, al Senegal, alla Mauritania, al Marocco ecc., con il doppio vantaggio di far fare il «lavoro sporco» ad altri (dove le leggi di protezione degli individui sono per di più molto meno vincolanti) e di ristabilire un rapporto di dipendenza con paesi sottoposti al ricatto economico (o fai questo o non ci saranno aiuti allo sviluppo e contratti). Dal ’99 l’Ue ha introdotto la lotta contro l’immigrazione illegale in tutti i contratti di cooperazione: la cosiddetta «politica di vicinanza» è dotata di un finanziamento di 12 miliardi di euro per il periodo 2007-2013, e concerne i paesi alle frontiere est e sud dell’Europa. Il sistema fa guadagnare tutti e a rimetterci sono solo i migranti. L’esempio della Libia è illuminante: non solo ai tempi di Gheddafi l’Italia aveva pagato 5 miliardi per subappaltare a Tripoli il controllo dell’immigrazione irregolare, ma la Ue ha concluso un contratto di 300 milioni con la Libia per «securizzare» la frontiera meridionale del paese. Questi 300 milioni tornano poi nelle tasche dei produttori europei di sistemi di controllo elettronico (la francese Thales e la spagnola Indra, in questo caso). Il campo di Nouadhibou in Mauritania, finanziato dal fondo di cooperazione europea, è stato soprannominato Guantanamito per le condizioni in cui vivono i migranti in transito, bloccati nel tentativo di raggiungere l’Europa. Infine, privatizzare i controlli dei migranti, sostiene Claire Rodier, «contribuisce alla banalizzazione dell’espulsione». E i governi possono lavarsi le mani sulle accuse di abusi (nel 2010, la G4S è stata oggetto di 48 denunce, che non hanno neppure sfiorato il governo britannico che era il mandante). Del resto il ricorso alla forza per portare a termine le espulsioni è raccomandato anche da fattori economici: ritardare un aereo costa, quindi gli agenti devono tenere buoni gli espulsi, con tutti i metodi (i casi di morti per soffocamento sono numerosi, da Jimmy Mubenga a Semira Adamu).
Gli stati hanno sempre meno soldi e affidano missioni di difesa e sicurezza ai privati. La situazione è emblematica negli Usa e nei paesi anglosassoni, ma il fenomeno sta arrivando anche in Europa continentale. E’ la «sola soluzione», sostiene uno studio della G4S, per fare economia nella spesa pubblica. Le compagnie private hanno le mani più libere dei funzionari pubblici. Nel 2011, per esempio, la società Serco, che gestisce il centro di detenzione per migranti di Yarl’s Wood, è stata accusata di «schiavitù moderna»: faceva lavorare i migranti per 50 centesimi l’ora. La G4S, altro esempio di piccoli guadagni, obbliga i migranti nelle sue prigioni a utilizzare un telefonino fornito dalla stessa compagnia, più caro di quelli in commercio.
Le lobbies della sicurezza
Le società private formano anche delle potenti lobbies che influenzano le leggi, che naturalmente fanno comodo quando sono sempre più repressive. Un caso emblematico è quello dell’Arizona, con la legge SB 1070 dell’aprile 2010. Le misure più controverse sono state sospese dalla Corte suprema, ma l’aumento della «criminalizzazione» dei comportamenti è andato a vantaggio delle società private che gestiscono i migranti irregolari arrestati. Esiste, difatti, una vera e propria «industria del carcere» negli Usa, dove la popolazione carceraria è aumentata dell’85% durante il primo decennio degli anni 2000, dalle forniture dei pasti (tra le principali c’è Sodexho Mariott) fino alla gestione diretta delle prigioni private, dove le società CCA (Tennessee) e Geo (Florida) sono dei giganti, quotati in Borsa (CCA è uno dei primi cinque titoli della Borsa di New York). Geo gestisce Guantanamo e il valore dell’azione della società è moltiplicato per 5 dal 2002 al 2007. Geo e CCA nel solo 2005 hanno speso 6 milioni di dollari in operazioni di lobbying presso i politici, perché venissero approvate leggi più severe sulla repressione, intervenendo nel gioco elettorale. Anche l’ex presidente Dick Cheney ha investito in Vanguard, uno dei grossi azionisti di Geo, su consiglio degli esperti di Wall Street, che propongono «buoni affari» nella sicurezza. E il gioco continua: più repressione, sempre maggiori migranti, ancora più repressione, con una corsa che non deve però bloccare i flussi, perché c’è necessità di manodopera a buon mercato.
In Italia e in Francia la gestione dei centri per detenzione di immigrati irregolari è ancora nelle mani della pubblica amministrazione, ma anche qui ci sono delle società che guadagnano sulla pelle di queste persone (fornitura pasti, pulizie, associazioni varie ecc.). In Italia, la Corte dei Conti ha rilevato che il costo di un migrante in un centro di detenzione poteva arrivare fino a 100 euro al giorno. Nel 2011 l’appalto per la gestione di due centri italiani è stato vinto dalla francese Gepsa, che fattura 34 euro al giorno per migrante e ha ottenuto un contratto di 14,6 milioni di euro per 3 anni. In Grecia, dove presto ci saranno una trentina di campi per migranti, il governo vanta i vantaggi per l’occupazione (mille posti per campo).
Le porte di entrata dei migranti si spostano, a misura che vengono imposti controlli più severi nelle vie tradizionali, in una continua rincorsa, che non raggiunge mai lo scopo dichiarato – impedire l’immigrazione – ma permette di costruire imperi economici. Il legame che viene fatto tra immigrazione e terrorismo tende a tappare la bocca a tutti gli oppositori.

Cena e serata benefica in ricordo di Rezia Boggia

settembre 27, 2012


Cena e serata benefica in ricordo di Rezia Boggia
(sindacalista e militante di sinistra)
Venerdì 19 ottobre 2012
Ore 18.30 -24.00

ARBEDO, CENTRO CIVICO

Coordinamento donne sinistra
HELVETAS
Movimento dei Senza Voce
PS Arbedo-Castione
Sindacato VPOD Ticino

Il 21 agosto scorso la co-fondatrice del Movimento dei Senza Voce Rezia Boggia ci ha prematuramente lasciati. Avrebbe compiuto 49 anni il 22 ottobre 2012. Sindacalista battagliera e tenace, Rezia si è impegnata in movimenti sociali, femminili e politici nonché per cause ambientali. Con questa serata benefica e conviviale vogliamo ritrovarci per ricordarla, sicuri che avrebbe approvato anche lei…
Vi aspettiamo numerose/i.

PROGRAMMA

  • Ore 18.30 Aperitivo
  • Ore 19.30 Cena (costo Fr. 50.-; posti limitati a 100; iscrizione obbligatoria sino ad esaurimento dei posti e non oltre giovedì 11 ottobre: paola.vpod@ticino.com oppure c/o VPOD telefono 091 826 12 78 – il ricavato andrà al Movimento dei Senza Voce per il nuovo centro di accoglienza Casa Astra a Mendrisio)

MENU
Boule aperitivo
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Insalata Tunisina
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Couscous d’agnello
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Bouza (Crema di mandorle all’essenza di gelsomino)
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Eau d’Arbedo e caffè

A disposizione al bancone vino bianco e rosso, birra e gazzose, grappe e digestivi

  • Ore 21.00 – 24.00 Musica, ricordi, solidarietà (ingresso libero e senza iscrizione) Canzoni d’autore con il duo Francesco Pervangher e Federica Winkler (chitarra e voce) – Ricordi di Rezia – Presentazione del Movimento dei Senza Voce – Illustrazione e raccolta fondi a favore del progetto di HELVETAS per il sindacato dei contadini del Benin

POSTEGGI
date preferenza ai posteggi al Denner (Via delle Scuole) e alla Chiesa di S. Giuseppe (Via Mulino Rosso)
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Una democrazia in cerca di radicalità

settembre 26, 2012
di Sandro Mezzadra
da il Manifesto del 25 settembre 2012

Nella crisi dello stato sociale, la necessaria definizione di un campo teorico che sfugga alla dialettica tra «costituzione» e «insurrezione» che ha contraddistinto il pensiero politico moderno. E così individuare una via d’uscita dagli assetti istituzionali neoliberali che caratterizzano l’Unione europea. L’ultimo libro del filosofo francese sulla «Cittadinanza» (Bollati Boringhieri)

Intervenendo nel dibattito aperto quest’estate da Jürgen Habermas sulla crisi europea («il manifesto» del 20 settembre), Étienne Balibar ha riproposto una tesi formulata ormai da diversi anni: l’idea cioè che l’Europa politica sia sì necessaria, ma che al tempo stesso – per essere «legittima e quindi possibile» – essa debba realizzare un «sovrappiù» di democrazia rispetto agli Stati nazione che la compongono. Il punto è, tuttavia, che questo «sovrappiù» di democrazia non sembra più pensabile nei termini di una continuità lineare con i processi di «democratizzazione» che hanno caratterizzato la storia dello Stato nazione in Europa: con quei processi cioè che, per quanto contraddittoriamente (e con la cesura dei fascismi), a partire dall’Ottocento hanno determinato una progressiva estensione del suffragio e un arricchimento «intensivo» dei diritti di cittadinanza, culminato nella costruzione dello Stato sociale democratico.
Balibar lo riconosce, e introduce – come a saggiarne la produttività – una serie di categorie che all’interno dei dibattiti critici vengono impiegate per «reagire» a questa soluzione di continuità, che rende problematica ai suoi occhi l’insistenza di Habermas su un «costituzionalismo normativo»: democrazia partecipativa, governance, democrazia conflittuale, costruzione del comune, contro-democrazia. Si tratta di ipotesi teoriche non necessariamente compatibili l’una con l’altra: ma Balibar, lungi dal proporre una sintesi tra di esse, sembra essere interessato – coerentemente con il suo stile di pensiero – a porle in tensione, con l’obiettivo di produrre un campo teorico e politico al cui interno sia possibile avanzare nella ricerca di un’uscita in avanti, a sinistra, dalla crisi europea.

L’universo postnazionale
La recente pubblicazione di un libro dello stesso Balibar (Cittadinanza, traduzione di Fabrizio Grillenzoni, Bollati Boringhieri, pp. 178, euro 9) consente di comprendere meglio l’orizzonte del suo discorso. Fin dall’inizio degli anni Novanta, del resto, Balibar è stato uno dei protagonisti di una nuova stagione di studi sul tema della cittadinanza, che pareva a molti offrire, all’indomani della fine dei socialismi reali, un linguaggio adeguato alla riqualificazione di una teoria politica (più o meno radicalmente) democratica. La critica femminista, e quella che aveva lavorato attorno ai temi della «razza», avevano sì lacerato la figura astratta del cittadino, già messa duramente in discussione dalle critiche marxiste; ma avevano anche inaugurato un modo nuovo di guardare alla cittadinanza, considerandola in primo luogo – per dirla in breve – non più come uno status ma come uno spazio di conflitto e di «movimento». Gli stessi movimenti sociali del resto (quello dei sans papiers del 1996, ad esempio, ma anche movimenti in cui non erano centrali le istanze dei migranti) parlavano sempre più spesso il linguaggio dei diritti e della cittadinanza, mentre l’istituzione della cittadinanza europea pareva mettere in discussione il nesso tra cittadinanza e nazione.
Sull’insieme di questi temi, la riflessione di Balibar è stata un riferimento essenziale, capace di coniugare impegno militante e rigore teorico, denuncia dei rischi che si annidavano all’interno della stessa configurazione «post-nazionale» della cittadinanza europea e scelta di campo comunque netta contro ogni ripiegamento neo-nazionalistico e per l’Europa politica. Il respiro del grande storico della filosofia, d’altra parte, gli ha consentito di definire un approccio originale ai concetti politici fondamentali della modernità, a partire da una ricostruzione genealogica delle figure assunte dalla soggettività (si veda il recente Citoyen Sujet, et autres essais d’anthropologie philosophique, P.U.F., 2011). Fin dalle prime pagine di questo nuovo libro, il concetto di cittadinanza è indagato nella relazione che originariamente (nella tradizione filosofico-politica europea) lo stringe con quello di democrazia. Non nel senso che tra i due concetti vi sia coincidenza: al contrario, secondo Balibar, la democrazia costituisce il centro attorno a cui gravita la filosofia politica fin dall’antichità classica proprio perché «è la democrazia che rende l’istituzione della cittadinanza problematica». Dall’interno di un dialogo serrato con alcuni dei protagonisti dei dibattiti contemporanei (per fare qualche nome: Chantal Mouffe e Jacques Rancière, Toni Negri e Wendy Brown), Balibar rintraccia in questo rapporto tra cittadinanza e democrazia, nella potenziale assolutezza della seconda che interviene a far esplodere ogni chiusura della prima, il «motore» delle trasformazioni politiche. Un’originale interpretazione del concetto greco di politeía (tradotto con res publica dai latini e poi dagli inglesi con polity e commonwealth) gli consente di individuare lo spazio – la «costituzione di cittadinanza» – al cui interno si assestano i rapporti tra quelli che Balibar aveva definito in Le frontiere della cittadinanza (Manifestolibri 1993) i due poli della politica moderna: la «costituzione», appunto, e l’«insurrezione».

Il diritto ad avere diritti
È così delineato un punto di vista metodologico che guida la ricostruzione degli scarti concettuali e delle svolte storiche che segnano il percorso della cittadinanza moderna. Grandi temi, di rilievo tutt’altro che «antiquario», ne sono investiti e felicemente rinnovati. Ne scelgo solo un paio: l’autonomia del politico viene ricondotta da Balibar a un processo di secolarizzazione, di critica di ogni fondazione trascendente, che la consegna a un «piano di immanenza»; al tempo stesso, l’analisi critica della globalizzazione contemporanea mostra tanto l’impossibilità di una «chiusura autarchica» attorno a una «comunità» organizzata nelle forme dello Stato nazionale quanto quella di una separazione della politica dalle «condizioni materiali della vita». Le «Dichiarazioni dei diritti», che hanno avuto un ruolo così importante nella storia moderna della cittadinanza, si presentano d’altro canto agli occhi di Balibar non come semplici «limiti» all’azione dei poteri ma come documenti in cui si è iscritto l’insieme delle conquiste rese possibili dall’azione collettiva e da una storia di lotte, nonché al tempo stesso come «punti d’appoggio per nuove invenzioni». Riletta in chiave «costituente», e dunque assegnata senz’altro al polo «insurrezionale» della politica moderna, la figura arendtiana del «diritto ad avere diritti» si incarica di mantenere aperto questo spazio di «invenzione democratica» (Claude Lefort): non solo sul lato dell’«esclusione» dalla cittadinanza, ma anche all’interno dei conflitti che sorgono dalla «violenza dell’inclusione» (e la critica di una opposizione secca tra esclusione e inclusione è uno degli aspetti più preziosi di questo libro).
L’ipotesi di una «cittadinanza conflittuale» che sembra così emergere era stata del resto già impiegata da Balibar, con un riferimento machiavelliano, per definire la figura assunta dalla cittadinanza stessa all’interno dei sistemi di welfare, in quello che definisce lo «Stato nazional-sociale». Qui in effetti, sotto la spinta incessante delle lotte operaie, era parsa trovare espressione in una figura «dialettica», in specifici diritti e meccanismi istituzionali, la mediazione tra «costituzione» e «insurrezione». E dall’interno di quell’esperienza storica potevano sembrare convincenti ricostruzioni della storia della cittadinanza (come quella del sociologo inglese T.H. Marshall in Cittadinanza e classe sociale, Laterza) nei termini di un movimento continuo e progressivo di democratizzazione. Il fatto è, tuttavia, che quella storia si è interrotta. Balibar ne è ben consapevole, tanto da scrivere nel primo capitolo del libro che il «potere stesso» della categoria di cittadinanza, «cioè la capacità di reinventarsi storicamente, sembra improvvisamente annientato». L’analisi del neoliberalismo, condotta alla luce del concetto di «de-democratizzazione» e con attenzione particolare alla crisi della rappresentanza, porta copiosi argomenti a supporto di questa eventualità, qui presentata in termini più netti che altrove. Resta così al lettore l’impressione di uno iato, di un salto, quando nelle pagine conclusive Balibar torna a ragionare con la solita maestria attorno al progetto di «democratizzare la democrazia», a partire da una dimensione di «cittadinanza riflessiva», capace di ritornare «ai principi» – ovvero alla radice conflittuale della propria storia.

Oltre le alchimie istituzionali
È in fondo un’impressione non diversa da quella che suscita una battuta nell’intervento in risposta a Habermas da cui sono partito. «Bisognerà pure», scrive qui Balibar verso la fine dell’articolo, che sulle questioni poste dalla crisi europea «si faccia avanti qualcosa come un’opposizione o un movimento sociale». Colpisce in effetti la timidezza, il carattere quasi incidentale, di questa osservazione, che mi pare tocchi il punto centrale della crisi in atto (e non dimentichiamo che in questi anni di crisi le mobilitazioni e le lotte in Europa, come ha ad esempio ricordato Mary Kaldor su «il manifesto» di domenica, hanno intrattenuto con la dimensione europea un rapporto quantomeno problematico). Per dirla in estrema sintesi: non sembra esserci oggi in Europa una «costituzione» disponibile a recepire – per quanto in modo contraddittorio – le istanze proposte dai movimenti di «insurrezione» (utilizzando, come è ovvio, il termine nel significato che gli attribuisce Balibar). Siamo piuttosto in presenza di una trasformazione profonda della stessa istituzionalità europea (nonché delle alchimie geografiche del processo di integrazione) che la rende impermeabile a ogni progetto di «democratizzazione della democrazia» e funzionale esclusivamente a un’«uscita neoliberale» dalla crisi che, nella sua apparente impossibilità, ha già ora un impatto devastante (ancorché evidentemente differenziato) sulle società europee. E tuttavia il problema posto da Balibar rimane: il ripiegamento sulla dimensione nazionale non può che essere disastroso, l’Europa politica è necessaria, una nuova ipotesi costituente è più urgente che mai. La ricerca deve ripartire da qui, dalla riflessione sui soggetti capaci materialmente di sostenere questa ipotesi e dall’individuazione di una tattica che consenta finalmente di mettere all’ordine del giorno la costruzione di una forza e di un programma per conquistare l’Europa a una politica – per dirla ancora con Balibar – della libertà e dell’uguaglianza.

La democrazia viene da Occupy

settembre 25, 2012


da il manifesto 21 settembre 2012
INTERVISTA A DAVID GRABER di François Peverali

Le politiche dell’austerità servono a consolidare il potere costituito senza tuttavia risolvere la crisi del capitalismo. Un’intervista con l’antropologo statunitense autore di un saggio sul «Debito»
L’antropologo David Graeber ricorda con piacere il suo viaggio in Germania, per presentare l’edizione tedesca del suo libro sul Debito (tradotto in Italia dal Saggiatore con il titolo Debito. I primi 5000 anni, pp. 581, euro 23. Il volume è stato analizzato nel numero del settimale «Alias» allegato al «manifesto» del 31 marzo 2012): un’analisi critica del nesso di sudditanza tra debitori e creditori attraverso 5.000 anni di storia, e dei punti di rottura della sottomissione quando i debiti diventano insostenibili. In Germania, il libro ha trovato recensioni entusiaste perfino in un giornale conservatore come la Frankfurter Allgemeine Zeitung, e resta ai primi posti nelle classiche dele vendite come i bestseller. Forse proprio perché la Germania è il paese che più ha ideologizzato, in chiave rigorista, la sacralità dei vincoli del debito, c’è tanto interesse per chi mette in dubbio questa costruzione.

Recentemente, sei stato invitato a una discussione pubblica dal presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico, Frank Walter Steinmeier. Poi sei stato in Grecia per incontrare alcuni gruppi anarchici. In Italia hai partecipanto a incontri in centri sociali e in alcuni teatri occupati dai lavoratori dello spettacolo come il Teatro Valle di Roma. Sei un interlocutore sia per chi vuole abolire lo stato, sia per i partiti tradizionali. Come lo spieghi?
Quando la Spd mi ha invitato, ho pensato che sono proprio nei pasticci e non sanno che pesci prendere. Credo che le élites politiche abbiano due problemi, strettamente connessi. Primo problema: invece di prendere di petto le disfunzioni del capitalismo, hanno speso molto più tempo nella guerra ideologica per convincerci che sia l’unico sistema che possa funzionare. Secondo problema: questa guerra all’immaginazione ha danneggiato le stesse élites, che hanno disimparato a pensare su lunghi periodi storici. I pochi che ancora lo fanno sono disposti a raccogliere suggerimenti ovunque.

C’è il rischio che usino strumentalmente le tue analisi per confermare le politiche di austerità…
Io cerco di analizzare la situazione in cui ci troviamo, e di cavarne fuori qualche prospettiva e qualche idea. Credo che si dovrà arrivare in qualche modo a un massiccio azzeramento del debito pubblico. Ci sono tre opzioni quando si è arrivati a un livello di indebitamento come quello attuale. Sperare di risarcirlo grazie alla crescita economica, che però proprio non si vede. Oppure puntare sull’inflazione, ma la leadership politica non la vuole. Resterà per il debito solo la terza e ultima via: non farlo pagare.
La questione è se dirlo o no. Ovviamente chi è al potere non vuole che si ponga in questione la base morale del sistema: il principio per cui tutti dovrebbero lavorare più sodo, per pagare i debiti, è una delle più formidabili armi ideologiche. Cercheranno di fare come se niente fosse, e non ammetteranno che l’annullamento del debito ci sarà. Proprio come non hanno ammesso di aver già cancellato debiti per migliaia di miliardi di dollari, per salvare banche e assicurazioni. Dunque dobbiamo dirlo noi, ancora più esplicitamente.
Dobbiamo inoltre cambiare il nostro modo di concepire il lavoro. Cos’altro è il debito, se non una promessa di fare leva sul lavoro futuro a vantaggio del creditore, per rimborsarlo? Si pensa all’aumento del lavoro come a una soluzione. Invece il problema è che lavoriamo già troppo. L’idea che si debba lavorare di più, che la disciplina del lavoro sia una buona cosa, dal punto di vista economico è insensata. E porterebbe al suicidio ecologico.

Sei professore universitario e attivista anarchico. Come tieni insieme lavoro accademico e impegno politico?
Non si dovrebbe mai separare la teoria dalla prassi, sebbene l’università cerchi di farlo. Non le importa quel che pensi, finchè sei disposto a non trarne le conseguenze, con una buona dose di ipocrisia. Il problema sorge quando cerchi di sviluppare una prassi coerente con le tue idee.
L’università, rispetto al potere, ha un po’ il ruolo del buffone di corte. Al re, circondato da cortigiani ossequienti, serve che qualcuno osi dirgli se fa una stupidaggine. Anche nella nostra società servono persone non del tutto conformiste, sebbene rischino, come il buffone, di non essere prese sul serio. Perciò l’università garantisce uno spazio di libertà, da dove tradizionalmente provengono idee radicali. Dopo tutto l’università è uno di quei pochi posti dove ci è concesso di sperimentare con valori non mercificati.

Hai scritto della presenza di un movimento politico globale, collegando così Occupy Wall Street con le proteste egiziane di piazza Tahrir. Ma in Egitto ci si è battuti per diritti politici «di base», mentre Occupy ha finalità ulteriori, anticapitaliste. Vedere un nesso non sarà un pio desiderio?
Il capitalismo si basa tuttora su strutture imperialiste a livello globale: di qui il legame tra quanto avviene nelle diverse regioni del pianeta. È vero che, coll’avvicinarsi delle proteste al centro dell’impero, la tematica si focalizza sul conflitto di classe e sul capitale. Se ti trovi in Egitto è più facile tematizzare l’imperialismo Usa, perché ha un impatto diretto sulla tua vita. Se sei statunitense è più difficile.
Non voglio dire che i reggenti locali siano tutti marionette degli Usa, ma sottolineare che una struttura di potere globale esiste veramente. La gente se ne rende conto, e perciò cerca di connettersi su scala internazionale.

Come può formarsi una protesta globale?
È decisivo lo scambio di informazioni. Recentemente ho parlato con i partecipanti di un’iniziativa del Pakistan che promuove lotte sull’elettricità e l’acqua. Anche qui c’entra il Fondo monetario internazionale, ma nessuno sa nulla di queste lotte. Durante il Global Justice Movement, il movimento di critica alla globalizzazione capitalista, avevamo Indymedia, che all’inizio non mi convinceva, ma si è poi dimostrata indispensabile. Dobbiamo sviluppare queste reti d’informazione.

Il movimento Occupy Wall Street potrà durare nel tempo?
Difficile dirlo. Non mancheranno strategie diversive per contrastarlo, per dirottare altrove l’attenzione e le tensioni. In passato negli Stati Uniti, ogni volta che iniziava un movimento, il governo ha promosso una guerra in qualche parte del mondo. Per esemplificare, la risposta al movimento per i diritti civili è stato l’intervento militare in Vietnam. Tuttavia, sebbene stiano lavorando a una guerra all’Iran, non so se potranno permettersi di continuare su questa linea di mobilitazione militare.

Occupy Wall Street non poneva richieste allo stato.
È stata una scelta deliberata per delegittimare le istituzioni esistenti.

Che altre strategie proponi per cambiare la società?
Per un radicale cambiamento sociale occorrono strategie di potere duali, tese a creare istituzioni autonome, forme di democrazia reali che prefigurino il futuro. La questione è sempre: come atteggiarsi rispetto allo stato, al potere costituito? Possiamo distinguere tra quattro possibili modalità d’azione.
La prima è quella di Sadr-City, il quartiere di Baghdad, assai praticata nel Medio oriente. Si comincia con innocue iniziative caritative, magari una clinica ostetrica. Poi si crea una milizia armata per proteggere queste istituzioni. Poco a poco si controlla una porzione di territorio, e la milizia punterà a farsi cooptare nello stato. Non mi sembra un metodo raccomandabile.
Un secondo modello, imperniato su una strategia di negoziazione, si pratica nel Chiapas. Gli zapatisti, con limitate azioni insurrezionali a cui fanno immediatamente seguire un «cessate il fuoco» e l’offerta di trattative, hanno potuto creare strutture di democrazia di base per negoziare con lo stato. Ma le particolari condizioni del conflitto in Chiapas difficilmente potranno riproporsi altrove.
La terza opzione è quella di El Alto, città dove si possono bloccare tutte le vie d’accesso alla vicina La Paz, sede del governo boliviano. Se gli abitanti, indios organizzati in consigli di vicinato, sbarrano le strade, il governo è con le spalle al muro. Così nel 2003 e nel 2005 hanno costretto a dimettersi due presidenti della repubblica, fino all’elezione di Evo Morales. Se si sentissero traditi, potrebbero sempre cacciare il governo con un’insurrezione. Se avessimo negli Usa un simile potere d’interdizione, anche noi potremmo entrare nel gioco politico con nostri candidati. Ma siamo ben lontani dall’averlo.
Resta il quarto modello, sperimentato in Argentina nel pieno della crisi del debito, col cacerolazo del dicembre 2001: la pura e semplice delegittimazione del potere. La folla gridava: Que se vayan todos, se ne vadano tutti, i politici, i banchieri, il Fondo monetario. Pure negli Usa tre quarti dei cittadini detestano i politici, e li manderebbero a casa. Se si delegittimano le strutture politiche e la classe politica, mentre sorgono istituzioni alternative, anche i politici si vedono costretti a seguire la corrente. In Argentina, a partire dal 2003, è stato un socialdemocratico moderato come Kirchner a imporre al Fmi il taglio del debito. È successo in Argentina, quando i politici non potevano più andare al ristorante per paura di essere riconosciuti. E credo possa di nuovo succedere adesso, in Grecia.

Delegittimare il sistema politico non basta però per emanciparsi.
Certo, non basta. Perciò insisto su strategie di dualismo di potere. Senza istituzioni alternative, forme di democrazia diretta, che prefigurino un’alternativa, non si costruisce una svolta.

Negli Usa Occupy contrappone il 99% dei cittadini all’1% di profittatori. Non ti pare che questo slogan perda di vista le «normali» strutture dello sfruttamento capitalista, per polemizzare in modo moralista con una superminoranza di speculatori finanziari?
Uno slogan è uno slogan, non è già un’analisi. Mi pare però che colga una caratteristica specifica del capitalismo finanziario dei nostri giorni. Non sono più dell’1 per cento quelli che hanno davvero guadagnato negli ultimi dieci anni, grazie al loro controllo sul potere politico, che protegge la speculazione. Potere economico e potere politico sono ormai praticamente indistinguibili, in questo capitalismo finanziarizzato.

Negli Usa non si parla molto di comunismo. Resta una bussola indispensabile?
Sul termine comunismo c’è molto lavoro da fare. Il modo di usare questa parola è assolutamente insidioso. Permane il luogo comune che dice: il comunismo non funziona. D’altro canto si sente parlare di comunismo per ogni forma di cooperazione sociale nei rapporti di produzione. Dalle stesse persone! Da qui dovremmo ripartire per mettere ordine nelle nostre idee.
Se usiamo il termine in maniera diversa, come la tradizionale classe operaia faceva, il comunismo è presente in ogni rapporto di cooperazione sociale fondato sul principio: «Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni». Naturalmente anche il capitale sfrutta queste relazioni di cooperaione, questa umana capacità di lavorare insieme. Perciò dico: Il capitalismo è soltanto una forma perversa di organizzare il comunismo. Nemmeno il socialismo di stato era una forma adeguata di organizzazione sociale. È ora di cominciare con una buona organizzazione del comunismo. Tenendo presente che il comunismo, in nuce, c’è già, a riprova della sua praticabilità.