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Il nuovo razzismo è già vecchio

settembre 25, 2010

di Anna Maria Rivera
da Carta, settembre 2010

Da dove viene il razzismo dei nostri giorni? Perché, a sinistra,  l’impegno  antirazzista non è reputato degno di stare ai primi posti dell’agenda politica? Perché in Italia le manifestazioni per i diritti dei rom sono fallite? Piccola storia ignobile delle rimozioni  e dei problemi  che ci hanno portato fin qui.

Chi abitualmente analizza e denuncia le derive razziste di una società si espone, soprattutto in Italia, a un rischio consueto: quantunque il suo pubblico sia per lo più di sinistra – e, non per suo volere, selezionato e ristretto – le sue parole sono spesso archiviate come un’esagerazione isterica o come una debolezza intellettuale che lo/a indurrebbe a cogliere il «secondario». La strategia, spesso inconscia, che porta a rimuovere o minimizzare i segni, anche i più vistosi, del razzismo, mentre essi a mano a mano vanno accumulandosi, e a bollare «come oscurantista chi si ribella contro l’oscurità», per dirla con Theodor W. Adorno, è parte del problema.
Lo è soprattutto nel nostro paese, dove una sorta di negazionismo impedisce perfino di concettualizzarlo, di nominarlo e di riconoscerlo, il razzismo. Di conseguenza, neppure a sinistra l’impegno antirazzista è reputato degno di stare ai primi posti dell’agenda politica. Meno che mai si è capaci di concepire che per analizzare il tempo, la società e anche l’economia presenti – e per progettare il cambiamento – è d’obbligo affrontare il nodo del razzismo, attraverso il quale oggi si manifestano tanto le metamorfosi dello sfruttamento del lavoro – giunte a forme servili o quasi-schiavili – quanto la grave crisi democratica italiana.

Un tale «negazionismo» rimanda ad alcune delle ragioni che possono spiegare il razzismo italiano dei nostri giorni. Esso è il frutto di una lunga sedimentazione, ma anche di molti rimossi. Non alludo solo alla persistenza di un rapporto problematico col passato di emigranti, spesso allontanato come una vergogna da dimenticare, ma anche all’incapacità, tipicamente italiana, di fare i conti con la storia specifica del proprio razzismo: dall’antigiudaismo cattolico all’antisemitismo fascista, dal pregiudizio antimeridionale e antizigano al razzismo coloniale. La società italiana non ha mai condotto un’opera collettiva di elaborazione e di ripulsa di tale passato – dal quale ha ereditato un repertorio di stereotipi e pregiudizi che permane in forma latente per tornare a riattivarsi periodicamente –, anzi lo ha dissimulato o abbellito col mito degli italiani, brava gente.

Quanto alle ragioni che attengono all’oggi, posso fare solo qualche cenno fugace. La tendenza a costruire una comunità razzista [secondo l’espressione di Etienne Balibar] si accentua quando il senso civico è debole e le relazioni sociali basate sulla reciprocità e sulla solidarietà si sono inaridite, quando prevale la cultura dell’individualismo, del consumismo, dell’egoismo o addirittura del cinismo collettivi, quando la rivendicazione e il conflitto sociali non hanno più lingua e forme in cui esprimersi. È ciò che accade oggi in Italia, soprattutto nelle aree in cui è forte l’egemonia politica e culturale della Lega Nord.

La quale, facendo del razzismo la propria forma politica peculiare, ha altresì esercitato un’opera di pedagogia di massa, così da arrivare a influenzare non solo larghi strati popolari e operai ma perfino una, sia pur minoritaria, parte di migranti. Mostrando che «il razzismo paga» in termini di consenso elettorale e alzando progressivamente il tiro delle sparate [e delle misure] intolleranti e discriminatorie, la Lega Nord ha contribuito a detabuizzarlo e a banalizzarlo, e nel contempo ha spinto gli alleati e buona parte degli avversari politici a una corsa affannosa sul suo stesso terreno.

Si potrebbe obiettare che senso civico, senso del pubblico e dello Stato, saldo possesso di una cultura collettiva dei diritti e del conflitto sociale non hanno impedito alla società francese e ai suoi governanti di stigmatizzare e discriminare i discendenti dei colonizzati e i rom, questi ultimi oggi prescelti manifestamente come capro espiatorio, ma da molto tempo fatti oggetto di trattamento discriminatorio e di allontanamento coatto.

Tuttavia, benché la Francia di Sarkozy somigli all’Italia berlusconiana, la reattività pubblica resta molto alta, al contrario che in Italia. Basterebbe comparare le cifre dei partecipanti alla giornata del 4 settembre in difesa dei diritti dei rom: in Francia hanno manifestato almeno centomila persone, in ben 140 città; in Italia poche centinaia, in pochissime città. Ancora un esempio. Nel nostro paese può accadere che in soli quattro giorni [nel settembre 2008] ben sette persone di origine immigrata siano vittime di violenza razzista omicida [l’assassinio di Abdul Guibre a Milano, la strage di sei lavoratori africani a Castel Volturno] senza che questa spaventosa spirale susciti preoccupazioni e reazioni adeguate. Nessuna rivolta popolare, nessuna manifestazione nazionale di rilievo, nessuna crisi politica. Anzi, subito dopo l’eccidio, il ministro degli interni, Maroni, annuncia la costruzione di dieci nuovi lager per migranti e misure per limitare il diritto al ricongiungimento familiare. La manifestazione spontanea di lavoratori immigrati che segue alla strage è violentemente repressa dalla polizia.

E pochi giorni fa, in occasione della giornata di commemorazione dell’eccidio organizzata da associazioni antirazziste, che fa il sindaco di Castel Volturno, un tal Antonio Scalzone, ignoto ai più ma ben noto, sembra, a pentiti di camorra e a procure campane? In spregio alle conclusioni della magistratura [che ha accertato la natura razzista, mafiosa e terroristica della strage di onesti lavoratori] egli deplora pubblicamente che si sia voluto onorare «persone che forse non erano innocenti», anzi celebrare «una banda di criminali», mentre per colpa di gente come loro «la nostra povera comunità, schiacciata dal peso dell’immigrazione, farà la fine degli indiani d’America».

Questo esempio sintetizza efficacemente la convergenza mostruosa fra interessi criminali i più vari, una politica nazionale e locale per lo più all’insegna del malaffare, il ricorso costante alla strategia del capro espiatorio – per deviare l’attenzione dei cittadini e catturare consenso – lo stillicidio di norme discriminatorie e persecutorie contro i migranti, le campagne mediatiche allarmistiche e di stampo razzista, infine la diffusione di un senso comune intollerante, condiviso fra le più diverse classi sociali e orientamenti politici.

Va detto anche che l’articolazione tra lo sfruttamento, spesso brutale, della forza-lavoro immigrata e la sua stigmatizzazione, discriminazione, persecuzione è un paradosso solo apparente: la clandestinizzazione, lo spettro dell’espulsione e dell’internamento, la privazione di diritti e tutele, l’ostilità popolare, rendendo i migranti più vulnerabili, aggravano e perpetuano la loro condizione di meteci, braccia da lavoro non «cittadinizzabili».

L’ho scritto più volte: la relativa novità della fase attuale mi sembra sia costituita dalla saldatura fra il razzismo di Stato e una xenofobia popolare che si esprime nella forma di un’ostilità diffusa, talvolta attiva, verso rom e migranti, la quale può arrivare fino alla violenza e al pogrom, all’omicidio e alla strage. A mio parere, il classico circolo vizioso del razzismo – la dialettica fra dimensioni istituzionale, mediatica, popolare – si manifesta per la prima volta in forma esemplare nel 1991, a seguito del secondo grande sbarco di profughi albanesi nel porto di Bari, che saranno oggetto di un trattamento alla cilena.

Da allora a variare saranno solo i capri espiatori, prescelti in base alle contingenze politiche e alla loro posizione statistica nella scala dell’immigrazione: il gruppo preso di mira è solitamente quello al momento più numeroso [«marocchini», albanesi, «slavi», romeni…] con l’eccezione di «zingari» e «musulmani», invarianti per eccellenza.

La saldatura di cui ho detto è oggi non solo oggettiva, come nel passato, ma anche soggettiva, nel senso che sembra essersi determinata una certa sintonia fra il discorso e l’operato di istituzioni centrali e locali, da una parte, e dall’altra il senso comune più diffuso. L’escalation di proposte e misure legislative anticostituzionali, discriminatorie, perfino persecutorie – delle quali esemplare è l’ultimo pacchetto-sicurezza – si accompagna, insomma, con una xenofobia popolare che non è «guerra fra poveri», come si dice banalmente, se mai qualcosa di affine a ciò che un tempo, negli Usa, fu definito «razzismo dei piccoli bianchi».

La crisi economica, l’impoverimento crescente di strati popolari, lo smantellamento dello stato sociale, la flessibilità e la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento della socialità, la mediocrità di una politica mainstream ridotta a marketing, quindi sempre meno interessata al bene pubblico, producono senso di incertezza e di insicurezza, frustrazione e risentimento, che si traducono in ricerca del capro espiatorio. In tal senso il razzismo popolare potrebbe essere definito come una forma di socializzazione del rancore.

Il ritorno al governo della compagine di destra ha solo accelerato un processo al quale ha contribuito non poco «la politica della paura» [è la definizione adottata da Amnesty nel suo Rapporto del 2007] che ha caratterizzato la breve durata dell’ultimo governo di centrosinistra. Il circolo vizioso che lega il discorso sicuritario alle pratiche razziste si è definito e rafforzato nel corso del ciclo che va dai «Patti per le città sicure» – anticipati da sindaci per lo più democratici, più tardi siglati per iniziativa del ministero dell’interno – al pacchetto-sicurezza, fino al disegno di legge detto anti-rom [Limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza] per il quale il governo Prodi richiese il voto di fiducia. Tutto questo senza che alcuna norma positiva o migliorativa fosse varata in difesa dei diritti dei migranti, dei rifugiati, dei rom, senza che alcuno strumento fosse attuato per contrastare discriminazione e razzismo.
I dispositivi messi in campo e rodati in quella fase sono, in sostanza, gli stessi che oggi dilagano in forme, certo, più capillari, estreme, brutali.

I sindaci-sceriffi e i più fantasiosi divieti e ordinanze comunali, volti a punire categorie sociali che abbiano stili di vita difformi da quello dell’italiano-medio, in primo luogo migranti e rom; il conferimento ai prefetti di poteri speciali per l’allontanamento coatto dal territorio nazionale di cittadini comunitari, per ragioni di «sicurezza pubblica e decoro urbano»; la reintroduzione del criterio barbarico della «colpa d’autore» e della punizione collettiva [si ricordi il consiglio dei ministri, convocato d’urgenza quasi fosse un consiglio di guerra, dopo l’omicidio Reggiani]; la sospensione delle garanzie democratiche per specifiche categorie connotate etnicamente; la pratica istituzionale della distruzione violenta degli insediamenti rom, dell’allontanamento o della deportazione dei loro abitanti.

Non c’è da aspettarsi un’inversione di tendenza nel futuro prossimo. Non solo perché la crisi economica, che le élite e la politica ufficiale non sono in grado di gestire o addomesticare, è destinata ad alimentare rancori, ripiegamenti e conflitti orizzontali. Ma anche perché l’unica strategia di cui esse sono capaci per tentare di restare a galla consiste nell’estremizzare quel processo di restaurazione reazionaria che ormai sta investendo i più vari aspetti dell’esistenza sociale.

A meno che i meteci di ogni colore e provenienza, migranti e nativi, non si facciano soggetti di conflitti, rivendicazioni, cultura, prendendo la parola nello spazio pubblico e stringendo alleanze.

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