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Il tramonto della democrazia nell’era della globalizzazione

dicembre 28, 2010


di Daniolo Zolo
dal sito Jura Gentium, Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale

1. Il declino dei modelli classici e post-classici della democrazia

Oggi non è chiaro che cosa significhi la parola “democrazia”. Coloro che usano disinvoltamente il termine “democrazia” lo fanno o per pigrizia intellettuale o per scarsa conoscenza dei problemi. Molto spesso si tratta di retorica politica e di presunzione ideologica occidentale. Negli Stati Uniti d’America, in particolare, i leader politici usano il termine democracy per esaltare il proprio regime e per discriminare sul piano internazionale quelli che essi chiamano “Stati canaglia” (rogue states).

Non c’è dubbio che il significato classico di “democrazia”, risalente all’esperienza ateniese, appartiene ad una storia remota che ormai ha ben poco da insegnarci. Oggi, in tempi di espansione globale del potere politico, economico e militare, nessuno studioso serio pensa che il modello della agorà e della ecclesia abbia una qualche attualità. E nessuno oggi crede che i partiti politici siano realmente delle organizzazioni “rappresentative” che trasmettono fedelmente ai vertici del potere statale le esigenze e le aspettative degli elettori.

Oltre a tutto ciò, oggi si deve riconoscere che anche la “dottrina pluralistica” della democrazia, affermatasi in Occidente dopo la seconda guerra mondiale, è ormai in declino. Nelle società moderne – aveva sostenuto Joseph Schumpeter (1) – la democrazia si fonda su tre principi: il pluralismo delle élites in concorrenza fra loro per la conquista del potere politico; il carattere alternativo dei loro programmi; una libera e pacifica competizione elettorale per la scelta da parte del popolo dell’elite che deve governare. Autori come Robert Dahl, John Plamenatz, Raymond Aron, Giovanni Sartori (2) hanno sostenuto, nella scia di Weber e di Schumpeter, che la gestione del potere deve essere necessariamente affidata ad una ristretta classe dirigente, composta di politici di mestiere, dotati di competenze specifiche. Al pubblico “incompetente” dei cittadini può essere riservata esclusivamente la funzione di scegliere l’élite alla quale affidare il potere di comando e alla quale ubbidire disciplinatamente.

Negli ultimi decenni, nel contesto di società “globalizzate”, sempre più differenziate e complesse, anche la dottrina pluralistica della democrazia si è rivelata poco realista. In questi anni l’Occidente è passato dalla società dell’industria e del lavoro alla società postindustriale, dominata dalla rivoluzione tecnologico-informatica e dallo strapotere di corporations internazionali che hanno diffuso l’economia di mercato in ogni angolo della terra. Il potere politico ed economico si è concentrato nelle mani di poche superpotenze e il diritto internazionale è ormai subordinato alla loro volontà assoluta. La sovranità politica degli Stati nazionali si è molto indebolita, mentre la funzione dei Parlamenti è stata limitata dal potere delle burocrazie pubbliche e private, inclusa la burocrazia giudiziaria e le corti costituzionali. Nello stesso tempo il potere esecutivo ha assunto una funzione egemonica, alterando la divisione dei poteri che era stata la caratteristica del Rechtsstaat eurocontinentale e del rule of law anglo-americano.

Oggi non è chiaro neppure che cosa siano i “partiti politici”. Come hanno sostenuto Leslie Sklair e Luciano Gallino, le democrazie sono dominate dall’egemonia di alcune élites economico-politiche al servizio di intoccabili interessi privati (3). È la cosiddetta “nuova classe capitalistica transnazionale” che domina i processi di globalizzazione dall’alto delle torri di cristallo di metropoli come New York, Washington, Londra, Francoforte, Nuova Delhi, Shanghai. In questo contesto il sistema dei partiti è un apparato “autoreferenziale”, nel senso che i partiti operano circolarmente come fonte della propria legittimazione e riproduzione.

I partiti non svolgono il ruolo di aggregare le domande politiche emergenti dalla società e di metterle in concorrenza fra loro nel Parlamento. I partiti non sono in nessun senso dei canali della rappresentanza politica, volontariamente sostenuti dai propri militanti ed elettori. Usando sistematicamente lo strumento dalla Televisione, i leader politici si rivolgono direttamente ai cittadini-consumatori mettendo in mostra i propri “prodotti propagandistici” secondo abili strategie di marketing televisivo. La loro funzione è in sostanza quella di investire il loro potere e il loro denaro entro circuiti finanziari informali e spesso occulti, attraverso i quali essi distribuiscono risorse finanziarie, vantaggi e privilegi. In questo modo alimentano la solidarietà e gli interessi sui quali essi si reggono e che spesso hanno dimensioni transnazionali (4).

Oltre a questo, ci sono analisi attendibili che hanno mostrato che i partiti tendono ad accordarsi fra di loro su tutto ciò che per loro è essenziale in quanto apparati burocratici del sistema politico nazionale. Un esempio clamoroso è l’imponente auto-finanziamento dei partiti: è un finanziamento sottratto a qualsiasi effettiva regolazione normativa, controllo e sanzione (5). Si pensi, ad esempio, che in Italia le spese pubbliche per il finanziamento dei partiti superano le spese sanitarie, che sono imponenti. E la solidarietà collettiva consente all’insieme dei partiti la concorrenza con gli altri soggetti della “poliarchia corporativa”. In Italia, si tratta di organizzazioni che non è esagerato chiamare “quasi-statali”, come la mafia, la “n’drangheta” calabrese, la camorra, la chiesa romana, le banche più potenti, la grande industria, i trafficanti di droga, i “servizi segreti”. In sintonia con questi soggetti “pubblico-privati” la maggioranza dei partiti opera al di fuori del sistema politico formale e, talora, contro l’ordinamento giuridico dello Stato. Si pensi – sempre con riferimento all’Italia – alla fittissima rete degli appalti pubblici, che sono la casa-madre miliardaria della corruzione e della concussione di leader politici, di funzionari pubblici e di managers di alto livello.

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