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Destini personali

giugno 2, 2011

di Donato Di Blasi, responsabile del centro di prima accoglienza Casa Astra di Ligornetto.
Articolo apparso sul numero di Confronti di maggio 2011

Oltre mille le persone cui “sono state terminate” le indennità di disoccupazione, per l’entrata in vigore della nuova legge sulla disoccupazione votata dal popolo, il 1° aprile 2011. Di queste persone, da quanto abbiamo appreso, solo una minima parte si è già annunciata agli sportelli LAPS del proprio comune di domicilio.

L’enorme maggioranza non si è ancora palesata e, immagino meravigliati, gli uffici dell’amministrazione deputati al trattamento delle domande d’assistenza pubblica si domanderanno sicuramente quali possano essere i motivi di questa latitanza. Da un lato una parte delle persone rottamate nell’assistenza hanno ancora dei capitali propri cui dare fondo, capitali che permetteranno loro di non richiedere ulteriori aiuti allo Stato, d’altra parte questi stessi capitali non permettono l’accesso agli aiuti prima del loro definitivo esaurimento. Un’altra percentuale di queste persone richiederanno aiuti prima alla famiglia, ai parenti, ai rimanenti amici (le esperienze fatte da una parte degli ospiti di Casa Astra ci insegnano che le amicizie sono proporzionali al reddito netto anche quando non ci sono richieste finanziarie, ma questo non deve sorprendere troppo) aumentando il proprio indebitamento prima di cedere di fronte all’evidenza e arrivare agli sportelli LAPS quando la situazione, prima magari contenibile, è oramai fuori controllo. Questo pur di non subire l’onta dell’assistenza, ultima ratio, e dichiarare il proprio fallimento perché così vengono vissute queste situazioni nonostante i motivi e i percorsi personali siano sempre diversi caso per caso.

La prima reazione all’arrivo presso il nostro centro di accoglienza è di sorpresa. Una prima sorpresa dovuta all’esistenza di una struttura simile tenuta in piedi con una gestione di semivolontariato (chi ve lo fa fare?) e una seconda sorpresa dovuta al proprio arrivo a Casa Astra. Non mi sarei mai immaginato di finire qui, non capisco come sia potuto succedere, ma dovrò rimanere molto tempo, quanto ci vorrà per ricevere una risposta, ed altre domande ancora. Una generale ricerca di giustificazioni accettabili per loro ospiti e per noi operatori e operatrici. Primo lavoro è ascoltare le persone e soprattutto, in queste situazioni, cercare di spiegare che stanno facendo richiesta di aiuto per dei motivi validi e perché hanno dei diritti che vanno rispettati indipendentemente dai motivi che li hanno portati a dover richiedere un aiuto all’assistenza pubblica.

Spesso gli ospiti si rendono conto, in particolare se arrivano da una vita passata di normale agio e buone retribuzioni, che un mondo sconosciuto popolato da altri esseri umani nel bisogno aveva luogo parallelamente alla loro vita. Parte delle loro paure sono legate al percorso, talvolta irto di ostacoli, all’interno dei diversi uffici comunali e cantonali nell’intento di racimolare la documentazione richiesta. Tutti approdano nella nostra struttura senza più copertura assicurativa di cassa malati – la salute è l’ultima delle preoccupazioni se non ci sono evidenti problemi e l’organizzazione di una semplice visita medica può confortare – e con diversi debiti accumulati nel tempo. I sensi di colpa affastellatisi nel periodo antecedente la decisione di fare richiesta di assistenza sono per tutti i medesimi. Ci sono quelli verso i familiari che li guardano, e trattano, con sufficienza, verso gli amici che si allontanano all’orizzonte con tipico e compreso riserbo, verso i creditori ignari spesso della situazione. Le incombenze gestionali della propria situazione sono le prime a saltare. Non seguo più nulla da tempo e accumulo la posta senza aprirla, per  non deprimermi ulteriormente. No, non ho richiesto nessuna rateizzazione dei pagamenti, ma si può fare? Lo accettano? Insomma a molti livelli una totale abdicazione.

Nella maggior parte dei casi sono persone con ottime capacità di reazione una volta che non si sentano giudicate ma semplicemente sostenute nei loro sforzi. Hanno abilità, competenze e ingegnosità che sono utili in una struttura dove la vita è comunitaria e mettono queste loro competenze a disposizione. Alcuni queste loro competenze le hanno tumulate, spesso le più creative e personali, perché non aiutano a sopravvivere in questa società performativa, fatta di competenze mirate solo spendibili in un mercato del lavoro sempre più asfittico. Sono spesso queste competenze inumate quelle sulle quali cerchiamo di fare leva incessantemente per far ripartire quella voglia di reagire che potrà portare a ritrovare la propria autonomia non più ignari degli altri destini personali incontrati. In definitiva non sono sicuramente queste le persone che partecipano al saccheggio, non sono queste le persone che vanno cannibalizzate dalle incessanti e cieche maggioranze.

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