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Utopie concrete. Una politica per il paradiso

giugno 9, 2011


di Andrea Fumagalli

da Il Manifesto, 8 giugno 2011

«Il 1 maggio 2001, quasi 5000 persone, per lo più studenti e giovani attivisti sociali, si riunirono nel centro di Milano per una parade che si voleva alternativa alle tradizionali dimostrazioni del 1 maggio. A partire dal 2005, la partecipazione alla MayDay parade si è ingrossata sino a interessare dalle 50.000 alle 100.000 persone …. ed è diventata pan-europea (EuroMayday), con centinaia di migliaia di uomini e donne, la maggior parte giovani, che si riprendevano le strade delle città dell’Europa continentale. Queste dimostrazioni furono il primo segnale dell’agitazione del precariato». Con queste parole, si apre il libro di Guy Standing The Precariat. The new dangerous class (Bloomsbury, pp. 198). Guy Standing, docente di Economic Security all’Università di Bath, è un profondo conoscitore della dinamica del mercato del lavoro globale, grazie anche ai numerosi anni nei quali ha prestato servizio presso l’Ilo (International Labor Organisation) a Ginevra, prima di essere allontanato per le sue posizioni non del tutto allineate.

In questo saggio (di cui si auspica la traduzione in italiano), si analizza la nuova composizione internazionale del lavoro, esito dei processi di trasformazione del sistema di accumulazione e valorizzazione degli ultimi decenni e della recente crisi economica globale. Per far ciò è necessario introdurre nella lingua inglese alcuni neologismi: precariat per indicare il soggetto sociale, precariousnessper indicarne la condizione socio-economica.Che cosa è oggi il precariato? A differenza dei lettori italiani, per i quali il lessico della precarietà è entrato a far parte del gergo corrente proprio grazie alla Mayday e per i quali esiste una saggistica avviata da tempo (basti pensare ai «Quaderni di San Precario»), per un lettore anglosassone, la domanda è invece, tutto sommato, nuova.
La risposta di Standing è, allo stesso tempo, semplice e complessa. Semplice, perché afferma che il precariato è una «una classe in divenire, non ancora una classe in sé, nel senso marxiano del termine»). Ne consegue che il tradizionale armamentario analitico-politico che è stato forgiato, sperimentato e innovato nel corso del Novecento a proposito della classe operaia e del proletariato come classe omogenea diventa inutilizzabile. Complessa, perché definire una «classe in divenire» implica una metodologia di analisi nuova, in grado di definire in modo rigoroso l’eterogeneità dei confini del precariato, coglierne appunto le differenze per ricomporle ad un livello superiore e diverso.A tal fine si può procedere in due modi. Il primo è fornire una definizione per negazione. Fa parte del precariato colui o colei a cui mancano alcuni elementi di sicurezza economica e sociale. In proposito, Standing ne individua sette: la sicurezza di essere occupabile nel mercato del lavoro, la sicurezza dei diritti del lavoro contro discriminazioni, licenziamenti senza giusta causa, sicurezza del lavoro a partire dai livelli di professionalità o dagli infortuni e la salute, la sicurezza della formazione, in grado di favorire avanzamenti di carriera, la sicurezza di reddito in termini di continuità e decenza e, infine, la sicurezza della rappresentatività in termini sindacali e contrattuali. Se dovessimo definire la condizione precaria secondo questo schema, è possibile individuare diversi gradi di precarizzazione, che subiscono una brusca accelerazione dopo la crisi del 2008, sino a dire che a livello globale quasi tutti i segmenti di lavoro ne sono coinvolti. Al punto di arrivare a affermare che oramai, nessun lavoratore è esente da qualche forma di precarietà.Il secondo modo è definire la precarietà sulla base di alcuni elementi che la caratterizzano in modo omogeneo. Standing ne individua quattro (le quattro A): acredine-rabbia, anomia, ansietà, alienazione. Essi rappresentano la frustrazione del precariato, all’interno di processi di individualizzazione del lavoro che ne favoriscono l’accentuazione. Ed è dall’analisi di questa componente psico-fisica che si può capire il sottotitolo del libro: «la classe pericolosa». Secondo Standing, infatti, le diverse componenti del precariato, dai migranti alle donne che svolgono lavoro di cura, ai contadini espropriati dalle terre, agli operai sfruttati nei sweatshops del l’ovest e dell’est del mondo, ai precari del terziario materiale (dal trasporto ai centri commerciali) e immateriale (dai call-center alle università e editoria) sono inseriti in contesto di forte concorrenza e di dumping sociale favorite da quella «politica dell’inferno» che i policy makers neoliberisti hanno fomentato come strumento di divisione e di controllo. All’interno di questi contesti, fenomeni razzisti, nichilisti, corporativi sono all’ordine del giorno e impediscono lo sviluppo di una presa di coscienza e di soggettivazione per far sì che la precarietà si trasformi in vera classe sociale.

Per opporsi alle «politiche dell’inferno», occorre promuovere ciò che Standing chiama una «politica del paradiso» fondata su alcuni obiettivi universali in grado di favorire quel processo di ricomposizione delle diverse soggettività precarie, oggi frammentate e spesso in lotta fra loro. Dai diritti sul lavoro si passa alla libertà di movimento e di occupazione, dalla critica ai processi di workfare e di smantellamento del welfare state alle politiche pubbliche di accesso ai servizi di base, dalla formazione e libertà di accesso alla conoscenza alla necessità di controllare e ridurre il tempo di lavoro. Tra questi due obiettivi meritano un breve approfondimento: la «riscoperta» dei beni comuni (commons) e la proposta di un reddito minimo incondizionato (basic income). Questi due obiettivi vengono analizzati in modo complementare. Standing, che è anche co-presidente della rete «Basic Income Earth Network» (Bien) individua basic income una sorta di risarcimento per l’espropriazione dei commons che la dinamica capitalistica ha effettuato nei secoli. Da questo punto di vista, il basic income è lo strumento più idoneo per riappropriarsi dei beni comuni naturali e immateriali.

A questo libro, ricco di suggestioni che non è possibile qui ricordare in modo compiuto, dovrebbero seguire altre ricerche tese ad approfondire i cambiamenti nei processi di creazione di ricchezza in un contesto di sfruttamento intensivo del bios umano, nonché delle nuove forme di divisione cognitiva del lavoro che, all’indomani della crisi del paradigma fordista, si sono dipanate nel processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia mondiale.
Se il precariato è «una classe in divenire», anche l’analisi di tale condizione lo deve essere.

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