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Cancellati nella tela del potere

ottobre 10, 2011


di Miguel Mellino
dal il Manifesto del 6 ottobre 2011

Una riflessione sull’opera del teorico militante a partire dalla pubblicazione degli scritti psichiatrici. Testi fondamentali per le successive elaborazioni contenute nei «Dannati della Terra», nei quali il disagio mentale dei colonizzati può essere affrontato dal punto di vista clinico, ma svelando anche le condizioni di illibertà imposte dal colonialismo

A cinquanta anni dalla morte di Frantz Fanon escono in Italia alcuni dei suoi più importanti scritti psichiatrici. È la casa editrice ombre corte a proporci questa suggestiva raccolta: Decolonizzare la follia, a cura di Roberto Beneduce – direttore del Centro Frantz Fanon di Torino – e corredata da un suo ampio e interessante saggio introduttivo. Si tratta di un testo che mancava, dal momento che ci consente di conoscere meglio uno dei lati paradossalmente meno approfonditi della vita e del pensiero di Fanon: quello legato alla sua attività di psichiatra. Come ci ricordano David Macey e Alice Cherki, autori delle migliori biografie di Fanon in circolazione, è difficile capire il suo percorso teorico-politico – la genesi del suo umanesimo anticoloniale e militante – senza collocare sullo sfondo della sua opera anche l’esperienza di psichiatra, sia nella Francia metropolitana che nell’Algeria e Tunisia coloniali.
Corpo in frammenti
Nonostante il suo intenso coinvolgimento sia nel dibattito filosofico dell’epoca sia nell’attività rivoluzionaria del Fln algerino, Fanon non smise mai di dedicare buona parte delle sue energie alla professione di psichiatra. Forse vale la pena ricordare che Pelle nera. Maschere bianche (1952) prese corpo proprio come tesi di dottorato in Psichiatria e che I dannati della terra (1961) si chiude con un lungo resoconto degli effetti destrutturanti della tortura e della violenza su alcuni dei suoi pazienti (colonizzatori e colonizzati) mentre era direttore dell’ospedale psichiatrico di Blida. Per questo, appare difficile capire la pratica teorica e politica fanoniana senza prendere seriamente in considerazione questa «passione per la cura altrui», questa estrema sensibilità nei confronti della sofferenza psichica ed esistenziale di quelli che chiamerà qualche anno dopo I dannati della terra.
Si tratta di una passione che lo accomuna a un altro grande rivoluzionario: Ernesto Che Guevara. E come nel caso di Guevara, fu proprio questa passione, questa esperienza di vita accanto a soggetti umiliati dalla violenza razziale, economica e culturale dell’imperialismo occidentale, a mostrare al giovane «psichiatra» Fanon la futilità di qualsiasi pratica emancipatoria (medica, politica, ecc.) che non fosse accompagnata dalla soggettivazione politica di chi viveva nel proprio corpo questo stato di umiliazione-espropriazione.
Questa «passione per la cura» ebbe un ruolo importante nella genesi di una delle sue concezioni chiave: non ci può essere alcuna reale disalienazione dei colonizzati senza una loro effettiva «presa di parola», senza una loro decisa determinazione a riprendersi la vita nelle proprie mani. E questo perché, come egli spiega sin dalle prime pagine del saggio Pelle nera, maschere bianche, il razzismo costitutivo del modo di produzione coloniale implica di per sé l’annichilimento soggettivo del colonizzato, ovvero la sua riduzione a mero «corpo in frammenti».
Nelle colonie, dunque, le patologie psichiche appariranno a Fanon un problema eminentemente politico. Non si tratta però di fare di Fanon un Foucault antelitteram o un precursore dell’antipsichiatria. Dai suoi scritti psichiatrici affiora in modo sintomatico quello stesso significante padrone che regola il resto della sua narrazione: date le condizioni costitutive di pura violenza del potere coloniale qualsiasi approccio esclusivamente «clinico» o «medico» al disagio psichico dei colonizzati non potrà che rivelarsi fallimentare. In breve: per Fanon non vi è cura senza la ricostituzione di un mondo di relazioni autenticamente umane, senza il superamento dell’inferiorizzazione culturale dei «nativi» e del loro riconoscimento negato. Così, è chiaro che ciò che fa del colonizzato un dannato non è, contrariamente a un luogo comune (coloniale) piuttosto diffuso, il suo status di vittima ma soprattutto la sua potenziale soggettivazione riparatrice.
Fallimento dell’assimilazione
Questo stretto legame tra violenza coloniale e psiche è uno dei fili-conduttori dei saggi psichiatrici. Si tratta di scritti pubblicati in diverse riviste tra il 1951 e il 1959, e che, combinando questo presupposto con i principi della «terapia sociale» sperimentata alla clinica di Saint-Alban con Francois Tosquelles, prendono di mira le concezioni razziste dei nordafricani diffuse allora dalla psichiatria coloniale dei vari Antoine Poirot (fondatore della scuola di Algeri) e J.C. Carothers (autore nel 1954 per conto dell’Organizzazione mondiale della sanità di un polemico studio sulla «mentalità del nero africano»). Si può sostenere che ciò che Fanon considerava come dinamiche psicopatologiche costitutive della «situazione coloniale» non faceva che confermare i suoi convincimenti sull’efficacia della terapia sociale come strumento di cura.
Due dei saggi della raccolta sono emblematici. In «La terapia sociale in un servizio psichiatrico di uomini musulmani» Fanon prende spunto da un suo fallimento terapeutico: i metodi di risocializzazione applicati con successo alle donne europee ricoverate a Blida – istituzione di feste e cineforum, redazione di un giornale interno, terapie di gruppo, sedute musicali, spettacoli teatrali, corsi di attività manuali, ecc. – si erano rivelati del tutto inadeguati per gli uomini musulmani. Fanon non dubita nell’attribuire il fallimento a un presupposto (coloniale) implicito della psichiatria dominante all’epoca: «Lo psichiatra, senza riflettere, adotta la politica dell’assimilazione, secondo cui l”autoctono non ha bisogno di essere compreso nella sua specificità culturale. Lo sforzo deve essere fatto “dall’indigeno” poiché si crede che questi ha tutto l’interesse a somigliare al tipo di uomo che gli proponiamo. C’è tutta una cultura che deve sparire a vantaggio di un’altra». Viceversa, sostiene Fanon, lo psichiatra deve assumere qui un atteggiamento rivoluzionario, ovvero passare da una posizione in cui «la supremazia della cultura occidentale era evidente» a una sorta di «relativismo culturale». In altre parole, doveva rimettere insieme ciò che la psichiatria tradizionale aveva separato: il biologico, lo psicologico e il sociologico. Si trattava quindi di passare dall’esistenza naturale dei soggetti a quella culturale. Ed è questo quanto Fanon farà: proporre delle attività terapeutiche di risocializzazione più consoni non solo al mondo socioculturale dei «contadini musulmani algerini», ma anche a ciò che possiamo chiamare la loro situazione post-coloniale. È importante sottolineare quest’ultimo aspetto: ciò che Fanon vuole mettere in luce non è – contrariamente all’orientalismo dell’antropologia dell’epoca – l’idea di una società algerina immobile e quindi la necessità di reinserire i contadini algerini in strutture e istituzioni semplicemente «tradizionali».
Fanon mette al centro della sua analisi anche la situazione materiale reale dei pazienti musulmani: si tratta di contadini rimasti senza terra e alla mercé di se stessi dopo il processo di destrutturazione comunitaria e detribalizzazione generato dall’irruzione del colonialismo francese e dei suoi meccanismi di accumulazione originaria. È da questo trauma che occorre ripartire: ogni terapia di riabilitazione dovrà assumere non soltanto la loro appartenenza a un mondo socioculturale governato dalla religione musulmana e quindi da abitudini ben diverse da quelle occidentali; ma anche, «che questi contadini sono attaccati alla terra, che costituiscono un tutt’uno con essa». Così, sarà soltanto se si riesce ad «assegnar loro un pezzo di terra», a farli interessare alla resa della coltivazione. che il lavoro potrà diventare «davvero un fattore di cura e riequilibrio».
Queste conclusioni di Fanon non devono essere fraintese: non stanno a indicare un suo lato bucolico, antiurbano o antimoderno, come sostiene Francoise Verges; e nemmeno la vicinanza del suo metodo a un’etnopsichiatria alla Tobie Nathan. Le sue osservazioni ci parlano chiaro invece dei due fondamenti che egli colloca alla base della sua «psichiatria anticoloniale»: a) la necessità di ricondurre diagnosi e prognosi alla dimensione culturale dei pazienti, ovvero a quella stessa dimensione negata e derisa tanto dal dominio coloniale quanto dalla psichiatria razziale dell’epoca; b) nei contesti coloniali le diverse patologie psichiche dei colonizzati si mostrano prima di tutto come sintomo dell’occupazione violenta del territorio e quindi del razzismo economico e culturale espropriatorio che ne deriva.
Le gerarchie della cittadinanza
Si tratta dei primi due passi necessari a una radicale decolonizzazione tanto della follia quanto della psichiatria. Fanon ci offre un’applicazione eccellente di questi due presupposti in un altro dei saggi della raccolta: «Condotte di confessione in Nord-Africa». Qui egli ci mostra che se in Algeria c’è la pratica di negare la propria ovvia responsabilità per delitti commessi davanti alla corte ciò non è dovuto a una tendenza genetica alla bugia da parte dei nativi, come sosteneva la psichiatria di Porot. Piuttosto, ci dice Fanon, rifiutando la confessione i nativi non fanno che destituire di ogni legittimità il potere (coloniale) giudicante: «Questo rifiuto dell’imputato musulmano di autenticare, attraverso la confessione del suo gesto, il contratto sociale che gli si propone significa che la sua sottomissione, spesso profonda, osservata nei confronti di tale potere, non può essere affatto confusa con l’accettazione di tale potere».
Questi scritti psichiatrici di Fanon dunque possono rivelarsi fondamentali per comprendere nel suo farsi molte delle concezioni attorno cui egli costruirà la trama dei suoi testi più noti. Particolarmente rilevante è l’interesse mostrato in questi scritti per gli studi di Lacan sulle origini culturali della paranoia, sulla «fase dello specchio» e sulla follia come elementi costitutivi della soggettività; di Ferenczi sugli effetti sociali del «trauma»; di Mauss sul «fatto sociale totale» e di M. Klein sulla «cultura del corpo come superamento dell’angoscia». Sono concezioni che verranno rielaborate e incorporate alla sua critica dell’ontologia del colonialismo. Ma soprattutto è dall’esperienza psichiatrica che comincia a prendere corpo la sua teoria sul razzismo; una teoria che egli cercherà di mettere a punto in «Razzismo e cultura». Fanon qui è molto chiaro. Il razzismo non va mai pensato come una mera tara psicologica. Non è un semplice atteggiamento mentale, non è xenofobia, non è paura dell’altro.
Il razzismo è violenza materiale, corporea, il prodotto di un sistema di sfruttamento complessivo. Il razzismo è conseguenza e non causa. È l’asservimento materiale a comportare inesorabilmente l’inferiorizzazione culturale dei gruppi subalterni. Per tutto questo, non si può combattere il razzismo senza mettere in discussione l’intero sistema di cui è prodotto. Come a dire che non può esistere un antirazzismo che non sia radicale, che non sia rivoluzionario: che non sia capace di mettere in discussione integralmente una società che non sa riprodursi se non attraverso meccanismi di «inclusione differenziale», attraverso la razzializzazione e la gerarchizzazione della cittadinanza.

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