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Ripensare le migrazioni: per una libera circolazione nello spazio mediterraneo

ottobre 30, 2011

Atti del convegno di Tunisi 30 settembre/1 ottobre 2011

Spazi in migrazione Intervento introduttivo al convegno

“Ce que nous devons aux Sans-papiers” è l’intervento che Etienne Balibar aveva tenuto nel 1997 durante una giornata in onore dei « Sans-papiers di Saint-Bernard » organizzata dal coordinamento dei cineasti. Un insegnamento, per molti di noi, ricercatori e militanti, nel cui solco vorrei iscrivere il mio intervento e, possibilmente, il senso generale di questo convegno.

A più di dieci anni di distanza, “Ce que nous devons aux migrants tunisiens” credo, infatti, che non sia solo una delle domande fondamentali a cui rispondere dopo la rivoluzione tunisina del 14 gennaio, ma anche un interrogativo che ci sollecita a pensare e provare a immaginare possibilità diverse, per il presente, dello spazio delle migrazioni.

Già; uno spazio, in migrazione; perché credo sia innanzitutto questo che noi dobbiamo ai migranti tunisini: un improvviso e reale sommovimento dello spazio rispetto all’immagine ormai abituale disegnata per più di dieci anni in questa zona del Mediterraneo dalle politiche di controllo e governo delle migrazioni messe in atto dall’Unione europea con la complicità dei governanti, più o meno dittatoriali, di tutti i paesi del Nord Africa.

Certo, nemmeno quell’immagine abituale ci restituiva uno spazio fisso, immobile, rappresentabile nella bidimensionalità di una carta geografica, di una fotografia, o nell’evocazione troppo antica della fortezza, a lungo slogan dei movimenti di opposizione a quelle politiche. Era, e continua in parte ad essere, invece, uno spazio in continua evoluzione, alla cui fluidità hanno contribuito attori diversi, tutti agenti altrettanto mobili di una propagazione del confinamento con cui dirigere, catturare e a volte, non sempre e non necessariamente, bloccare la mobilità degli esseri umani.

In tale spazio, politiche di vicinato, partenariati, unioni mediterranee, e persino “patti di amicizia” erano le retoriche su cui imbastire la sostanza di alcuni elementi imprescindibili di queste stesse politiche: l’esternalizzazione dei controlli e dei confini; gli accordi bilaterali per il controllo delle coste e dei mari; l’imposizione di una “filosofia” di prevenzione di cui forse il concetto di “emigrazione clandestina” così come le pratiche di respingimento in mare erano i caposaldi. Interpretati, quest’ultimi, con sempre maggior perfezione tanto dai dittatori del sud con le loro legislazioni nazionali quanto da quella nuova forma di esercito di cui l’Unione europea si è dotata nella sua guerra ai migranti: Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Ue.

Uno spazio mobile, dunque, ma per il controllo e il governo della mobilità. Mobile, senza dubbio, ma sotteso al quale restava quell’idea forgiata nel lungo periodo del colonialismo che relegava una delle due sponde del Mediterraneo, quella africana, se non in un indistinto altrove, comunque nella distanza di una linea di separazione non più marcata dall’incontrastata sovranità della colonizzazione ma rinnovata nell’attuale politica dei “patti”, delle “pattuglie miste”, dei finanziamenti alla “campizzazione” di alcuni territori, degli scambi economici all’ombra dei quali diramare muri e frontiere elettroniche, degli agentiintergovernativi capaci di mantenere “il buon ordine delle migrazioni” con lo spettro dei ritorni, e degli alti commissariati sempre più flessibili nel selezionare gli “scarti” tra i “buoni” rifugiati.

Continua a leggere il testo di Federica Sossi su storie migranti 

Per i testi del convegno vi rimandiamo al sito di storie migranti

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