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Spazi aperti al potere dei molti

novembre 12, 2011

di Juan Pedro García del Campo
da il Manifestodel 12 novembre 2011
La pratica assembleare del movimento degli indignati spagnoli nasce dalla convinzione che il modello politico basato sulla dialettica tra un popolo e un sovrano che lo rappresenta abbia determinato lo smantellamento della democrazia

Il potere diffida della pluralità: non solo del conflitto, ma anche della diversità e della differenza. Per questo detesta la moltitudine, perché questa è difficilmente governabile. Niccolò Machiavelli sottolinea il carattere selvatico e disobbediente di ciò che non si fa ridurre all’unità e racconta, con una certa ammirazione, di come le tribù iberiche fossero riuscite a resistere per molto tempo al potere unificatore-civilizzatore di Roma, evitando sempre di combattere come un esercito regolare, adottando la tecnica della guerriglia e sferrando attacchi a sorpresa contro legioni addestrate al combattimento diretto e organizzato.
Quando i «signori della moneta» cercarono il modo di organizzare la loro sovranità, Hobbes trovò il modo di unificare e disciplinare le singolarità intorno alla categoria della rappresentanza. Rappresentanza dell’Uno da parte dell’Uno. Il Leviatano instaura contemporaneamente l’unicità del Sovrano e l’unicità del Popolo, che è tale solo in quanto Uno che si imbatte in un Uno che esercita il potere in sua rappresentanza. Un popolo costituito da individui (senza ulteriori specificazioni: meri individui e, per questo, nominalmente uguali) che liberamente (e per loro questo è l’unico, possibile, atto libero) decidono di consegnare a un Uno-altro i loro diritti e poteri rendendo possibile la governamentalità e garantendo, tanto nella normalità quanto nell’eccezione, il rispetto dei contratti privati. Il Sovrano «rappresenta» il Popolo, esercita il potere in nome suo o, che poi è la stessa cosa, sostituendosi a esso. Perché la rappresentanza è sempre e necessariamente una sostituzione: figura macabra, ma secondo Hobbes necessaria nella sua perversità, perché necessario è un patto in assenza del quale l’uomo (senza ulteriori specificazioni) sarebbe homini lupus. La rappresentanza è sempre, anche, sublimazione delle differenze reali tra gli individui (delle loro cause e dei loro effetti) in nome della governamentalità. Mostro terribile il Leviatano dice Hobbes, terribile ma necessario.

Unità bifronte
Il filosofo scozzese e illuminista John Locke e la tradizione repubblicana danno un giro di vite decisivo alla nozione di rappresentanza, e riescono a far dimenticare il tratto immediatamente negativo che invece Hobbes non poteva non riconoscere in essa. E lo fanno riconoscendo nell’«espressione» una delle note caratteristiche della rappresentanza: il parlamento, nella sua pluralità, «esprime» la sovranità popolare. Il popolo non esercita il potere, ma il potere è legittimo perché emanando da un patto fondativo mai risolto tutte le norme che il parlamento elabora «esprimono» (senza ulteriori giustificazioni oltre alla sua definizione stessa) la volontà del popolo, autentico autore delle decisioni che il Sovrano adotta interpretando i suoi desideri e attenendosi alle norme fissate dai suoi «rappresentanti». Il sovrano è il braccio esecutore della rappresentanza e, come in Hobbes, è un attore, un vicario: in senso stretto l’unico attore, mero «potere esecutivo». Il popolo però non è il sovrano, perché la sovranità che da esso emana, allo stesso tempo gli sfugge legittimando le norme che il parlamento stabilisce «esprimendolo», sostituendosi al popolo come soggetto della sovranità.
Ma se da una parte l’introduzione della pluralità sul terreno della rappresentanza permette di rendere meno evidente la materialità della sostituzione, dall’altra ripropone il problema della differenza reale: lì dove la pluralità della rappresentanza si può intendere solo come rappresentanza della pluralità (di interessi), rimane una sorta di memoria costante del conflitto, ricompare sul terreno politico-istituzionale quella stessa guerra di tutti contro tutti che il patto e la rappresentanza scongiuravano instaurando quella unità bifronte (unità del popolo e unità del sovrano) posta a fondamento della governamentalità. Quello che ora è in gioco è l’articolazione istituzionale della gestione degli interessi privati (centralismo o federalismo, governance forte o moderata), ma la rappresentanza e la supplenza non sono messe in discussione: senza di loro la sovranità non si giustifica, senza di loro non può esserci Stato.

Il feticcio della volontà generale
Dall’ultimo Rousseau fino a Hegel è su questo terreno che si sono confrontate le diverse formulazioni dell’«interesse comune» e della «volontà generale» che finiscono per fondare la legittimità del potere nell’unità e universalità del diritto o nell’architettura etica dello Stato. Figure che organizzano la supplenza e la nascondono, che producono una nuovo modello di unificazione e naturalizzano l’indifferenza degli individui (senza altra determinazione che quella di essere giuridicamente liberi e uguali), permettendo di articolare un’organizzazione del potere grazia alla quale la sovranità si riproduce. Ecco che allora la politica può essere intesa come governo e il «buon governo» consiste essenzialmente nella gestione della volontà generale, in una sorta di governo apolitico degli interessi privati a vantaggio del cosiddetto «bene comune», neutralizzando la differenza e il conflitto.
Lo Stato moderno, lo Stato del capitalismo, ha trionfato imponendo queste categorie come insuperabili evidenze. Ne troviamo traccia anche nel Manifesto del Partito Comunista quando si fa del proletariato la classe portatrice dell’interesse generale, e in una certa tradizione marxista lì dove sopravvive l’idea dell’azione politica come mezzo per la presa del potere che poi si pretende esercitare in «rappresentanza» del proletariato. In questo caso il buon governo consiste in una gestione delle differenze in vista di un bene superiore che deve essere stabilito dalle «avanguardie»: l’illuminismo e le sue istituzioni come trionfo della governamentalità.
Se, contro Hobbes, Baruch Spinoza ha respinto la rappresentanza e pensato la pluralità, più in là ancora di Machiavelli, come una potenza che non è solo capace di resistenza, ma è anzitutto una forza creatrice – generatrice di una dinamica di articolazione sociale e fonte, nella sua irriducibilità, di una sovranità altra che deve articolarsi come democrazia -, il movimento spagnolo che conosciamo con il nome di 15M sta mettendo in pratica, senza teoria (o se si preferisce, senza saperlo), questo stesso percorso. Una novità che segna una rottura e inaugura un progetto.
Al di là delle parole d’ordine («la chiamano democrazia e non lo è», «non ci rappresentano»), necessariamente polisemiche, le pratiche degli indignados e le loro «istituzioni» (le assemblee aperte e orizzontali che esigono la ricerca del consenso senza fretta, senza altre urgenze che non siano l’analisi collettiva e le decisione condivise) inaugurano un nuovo modo d’intendere la politica e di metterla in pratica, senza lasciare che le differenze e il conflitto possano essere «risolti» dalle «avanguardie» e senza cadere nella tentazione della rappresentanza neanche come elemento organizzativo.
Nelle «istituzioni» del 15M tutti parlano, tutti ascoltano, tutti discutono, tutti concordano e tutti agiscono. Tutti e ciascuno: una pluralità di individui provenienti da diverse tradizioni di pensiero e da diverse esperienze di vita, coscienti delle differenze alle quali non rinunciano, analizzando piuttosto, articolando e confrontando le diverse opzioni che permettono di tessere una comunità di individui liberi nelle loro differenze, confermando la loro irrinunciabile volontà di continuare a discutere e agire, affrontando i problemi che si frappongono alla messa in pratica delle loro decisioni.

Una comunità di eguali
Di fronte al potere dei mercati (e qui la parola d’ordine è: «loro comandano ma nessuno gli ha eletti»), non c’è solo una critica in astratto della corruzione, ma anche una messa in questione delle condizioni della produzione e dell’uso comune dei beni comuni («il loro debito non lo paghiamo» o anche «nessun servizio pubblico in mano ai privati»), che punta necessariamente a una distribuzione della ricchezza non mediata dalle relazioni di proprietà e a un’organizzazione dell’attività lavorativa e del lavoro secondo criteri che non siano più quelli dell’interesse privato. Per i partecipanti al 15M (e secondo i mass-media sono più di 8 milioni i cittadini che hanno partecipato e partecipano al movimento), sono le assemblee, e non già gli ambiti rappresentativi, il luogo in cui la democrazia prende forma. Certamente non tutti la pensano alla stessa maniera né vogliono le stesse cose, ma tutti nelle loro pratiche rivendicano la necessità di prendere decisioni comuni attraverso la discussione e l’accordo, «direttamente» e senza supplenze. È per questo che, dopo molti anni di smobilitazione, il 15M ha ripoliticizzato l’esistenza. Una moltitudine che si rifiuta di vivere sottomessa sta cominciando a prendere forma.
A partire dallo scorso 15 maggio la politica è tornata nelle strade, è di nuovo vita quotidiana. Nelle istituzioni della rappresentanza ci sono solo il potere, la gestione e la governamentalità.
Per quelli che vogliono farla finita con il dominio capitalista, per quelli che vogliono una comunità libera di donne e uomini liberi che decidono di organizzarsi senza ubbidire ad altro potere che non sia quello delle decisioni prese liberamente e in comune, la politica non può essere pensata (non può più essere pensata) né come direzione di un movimento che dimostra a ogni passo di non avere bisogno di «avanguardie dirigenti», né come strategia per conquistare ed esercitare il potere. Contro il potere l’unica politica possibile è l’articolazione comune della potenza collettiva.
Contro il potere, inoltre, la politica deve organizzare il modo di annullare il potere di coloro i quali (in maniera diretta o indiretta) esercitano il dominio. Per questo sarà senz’altro necessario articolare l’egemonia e il controllo degli apparati nei quali e attraverso i quali il potere si riproduce. Mai però per «gestire» – attraverso questi – gli interessi privati, ma piuttosto per «comandare obbedendo».
Traduzione di Nicolas Martino

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