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Se gli immigrati “fanno impresa” e assumono lavoratori italiani

novembre 28, 2011

di Vladimiro Polchi
da Repubblica.it del 28 novembre 2011

Uno studio commissionato dal Cnel fotografa la realtà del migrante imprenditore: la maggiore concentrazione è al Nord (il record in provincia di Prato) la minore al Sud. Hanno in media 4.7 dipendenti e sono ottimisti sulla fuoriuscita dalla crisi
ROMA – Kahinda ha fiutato il business del riciclo e ci si è tuffata: all’inizio di quest’anno ha fondato a Roma la Barazavenir, società di distribuzione e vendita di prodotti italiani di seconda mano. Kahinda Katirisa è nata in Congo nel 1965 ed è arrivata in Italia come rifugiata politica nel ’97. Oggi la sua azienda raccoglie apparecchi informatici dismessi, abbigliamento, oggetti hi-tech usati e li rivende all’estero. Il suo principale mercato? L’Africa Subsahariana, in particolare il Congo. Come Kahinda tanti sono i migranti che oggi “fanno impresa”. Perché non sempre gli stranieri tolgono lavoro agli italiani, talvolta lo danno. E la media è alta: un assunto italiano ogni due imprese di immigrati attive.

Resistenti alla crisi.
 A tracciare l’identikit dell’imprenditore straniero è una lunga ricerca, che il Cnel presenta oggi a Roma. Cosa emerge? Innanzitutto che la resistenza delle piccole imprese allo shock della crisi economica si deve “alla progressiva sostituzione di imprenditori autoctoni con imprenditori immigrati”. La maggiore concentrazione è al Nord e nelle aree dei distretti industriali. Più nel dettaglio: il peso dei titolari di azienda stranieri raggiunge il suo record in provincia di Prato (dove sono il 27,16% del totale) e il suo minimo in provincia di Taranto (2,97%). “Nelle regioni più ricche del Nord  –  spiega il responsabile nazionale della ricerca, Antonio Maria Chiesi dell’università di Milano  –  imprese straniere e italiane sono spesso complementari, al Sud è invece più facile trovare situazioni di diretta concorrenza e perfino di tensione”.
Imprenditore straniero, dipendente italiano. Ma qual è il profilo dell’imprenditore straniero? Ha studiato nel Paese di origine, è emigrato in Italia a 24 anni, ha lavorato dapprima come dipendente, ha avviato l’attività imprenditoriale a 33 anni. Il 77% ha fondato da sé l’azienda, il 21% l’ha rilevata, il 2% l’ha ereditata. Nell’esercito degli imprenditori stranieri  –  stando alla Fondazione Leone Moressa nel nostro Paese sono ben 628mila (tra titolari d’impresa, soci e amministratori)  –  va fatta però una distinzione: in base al campione intervistato dal Cnel il 35,5% è un lavoratore autonomo, senza alcun dipendente e il 64,5% è titolare di impresa con un occupazione media (tra dipendenti e collaborazioni) di 4,7 addetti. “Chi sta resistendo meglio alla crisi  –  precisa Chiesi  –  sono queste imprese con dipendenti e non i lavoratori autonomi stranieri solitamente legati a mono-committenze, cioè a un cliente o poco più”.  E sono le imprese a dare lavoro, non solo agli stranieri. Nel 13% dei casi gli imprenditori immigrati si giovano infatti di dipendenti italiani: “La media generale è un posto di lavoro per italiani ogni due imprenditori stranieri”.

Il ruolo centrale della famiglia. Ben il 58% degli imprenditori immigrati dichiara di avere un parente a sua volta titolare d’impresa, nel 19% dei casi familiari o parenti hanno contribuito a fornire il capitale iniziale. Il 38% usa regolarmente la posta elettronica, il 15% ha un sito internet, il 19% investe nella pubblicità. A distinguerli dai colleghi italiani è soprattutto il minor peso dato al problema del capitale iniziale. “Questo  –  si legge nella ricerca  –  dipende dal fatto che le loro attività non richiedono un’elevata dotazione di capitale e che alta è la capacità di autofinanziamento, resa possibile da un periodo lungo di occupazione come dipendente. In questo modo il 66,8% non ha avuto bisogno di capitali di terzi e un 10,6% coinvolge familiari e parenti nel rischio di impresa”.

Forte integrazione economica. Il 66,5% ha clienti italiani e il 77,3% si rivolge a ditte fornitrici italiane. Ma se nel comparto della meccanica e dei trasporti il legame con fornitori italiani è elevatissimo, “si riduce sensibilmente nell’abbigliamento che rispecchia l’organizzazione ‘cinese’ della filiera”. E ancora: il 65% lascia gestire la propria contabilità a consulenti italiani. Pur essendo dunque coinvolto con partner italiani, il 16% degli imprenditori mantiene stretti rapporti d’affari col Paese d’origine. Il 14% ha la cittadinanza italiana, il 4,5% vive con un partner di nazionalità italiana. Le richieste più diffuse? Il diritto di voto e la possibilità di fruire del trattamento pensionistico tornando a vivere nel Paese di origine.

La lingua? È importante, ma non per tutti. La conoscenza delle lingue, soprattutto dell’italiano, rappresenta un aspetto importante del bagaglio culturale per la maggioranza degli imprenditori immigrati, ma non mancano eccezioni. Nella realtà imprenditoriale cinese di Prato emerge la possibilità di esercitare l’attività imprenditoriale senza bisogno di sapere l’italiano, attraverso una serie di collaborazioni e di assunzioni di personale autoctono.

Ottimisti nonostante la crisi. Metà degli imprenditori stranieri è “abbastanza ottimista”, poiché ritiene che la propria azienda uscirà rafforzata dalla crisi. I più ottimisti? I commercianti d’abbigliamento e gli edili. I più pessimisti? Senza dubbio i metalmeccanici. Un imprenditore su quattro, infine, vorrebbe che i figli proseguissero l’attività, mentre oltre i due terzi vorrebbero che i figli trovassero un lavoro diverso e solo il 3% vorrebbe che tornassero in patria.

(28 novembre 2011)

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