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«Dobbiamo schierarci contro il razzismo»

dicembre 4, 2011


Dopo 16 anni, Georg Kreis lascia la presidenza della Commissione contro il razzismo. Spesso criticato dalla destra conservatrice, lo storico ammonisce contro la tendenza a ritenere virtuoso un atteggiamento rozzo verso gli altri. A suo avviso serve maggiore coraggio civile per arginare le crescenti discriminazioni.

swissinfo.ch: Lei ha presieduto per 16 anni la Commissione federale contro il razzismo. Qual è stato il suo maggiore successo in questi anni?

Georg Kreis: Dal 1996 la questione del razzismo è affrontata con maggiore serietà, anche se talvolta solo a livello superficiale. La gente si chiede: Cosa posso dire? Fin dove posso arrivare per evitare sanzioni? Bisognerebbe invece puntare su ciò che migliora la convivenza, preoccuparsi di instaurare rapporti corretti con il prossimo.

swissinfo.ch: Uno dei compiti della CFR è monitorare l’atteggiamento della società verso la popolazione straniera. Qual è la situazione?

GK: L’atteggiamento verso gli stranieri, verso gli altri, è indubbiamente peggiorato. La contrapposizione tra “io e gli altri”, tra “noi e gli altri” è più marcata. Evidentemente la denigrazione dell’altro serve a rafforzare, a dare maggior valore alla propria identità.

swissinfo.ch: I casi di discriminazione razziali denunciati – episodi che hanno coinvolto soprattutto persone di origine africana e di religione islamica – sono in aumento. La CFR ha sbagliato qualcosa?

GK: Non escludo che abbiamo fatto degli sbagli. Ma né le autorità preposte alla prevenzione, né quelle attive nella repressione possono essere giudicate in base a queste cifre. Non sappiamo quanti casi ci sarebbero stati senza la nostra attività.
E poi non abbiamo dati relativi a episodi di razzismo in ambito privato. C’è un’enorme zona grigia, che comprende discriminazioni razziali nei confronti di chi cerca un’abitazione, un posto d’apprendistato o di lavoro.

swissinfo.ch: Ma perché la situazione è peggiorata?

GK: Rimango scettico rispetto a tutti i tentativi di spiegazione univoci. Parliamo di globalizzazione, di crescita dell’immigrazione, di futuro incerto. Ma tutte queste spiegazioni tendono a giustificare il razzismo.
Dovremmo chiederci prima di tutto perché il nazionalismo sia riemerso con tale forza. La discriminazione dell’altro dipende in qualche modo da questa mentalità tribale arcaica, costruita attorno a origini mitiche. È una mentalità che si ritrova in ampi settori della popolazione, fin dentro l’area politica di centro.

swissinfo.ch: C’è una relazione tra il clima politico del paese e i fenomeni di razzismo?

GK: Certo che c’è una relazione. Nella nostra società è diventato accettabile affermare con forza la propria identità e assumere un atteggiamento grossolano nei confronti degli altri. È un atteggiamento considerato persino virtuoso.
È un’evoluzione che dipende dal clima di concorrenza neoliberale in cui viviamo: il più forte sopravvive, non bisogna farsi troppi scrupoli. Un’evoluzione che approfitta della cosiddetta libertà di opinione.
Ciò che ci inquieta di più è l’opinione pseudo-democratica, sempre più diffusa, che la definizione di razzismo dipenda solo dai punti di vista. È vero che in alcune questioni marginali ci possono essere problemi di definizione, ma relegare l’intero problema nell’ambito delle opinioni individuali è un atteggiamento preoccupante.
Non è nostro compito agire sull’opinione delle persone. Certo, sarebbe meglio se qualcuno non fosse antisemita e non considerasse i nomadi persone inferiori. Ma è soprattutto importante che non manifesti pubblicamente le sue convinzioni razziste.

swissinfo.ch: Ci sono dunque dei limiti alla libertà di espressione?

GK: Certo. Quasi tutti consideriamo normale che la libertà di espressione, un valore fortemente radicato nella mentalità confederata, trovi i suoi limiti nella diffamazione di singoli individui.
È invece apparentemente più difficile far accettare l’idea che lo stesso principio debba valere nei confronti della diffamazione di una collettività, diffamazione che pure ha effetti negativi sugli individui che ne fanno parte. Quando si dice che gli africani sono pigri e non hanno un’etica del lavoro, le conseguenze ricadono sui singoli individui che fanno parte di quella collettività.

swissinfo.ch: Crede che le campagne dell’Unione democratica di centro (UDC), caratterizzate da manifesti ostili ad alcune categorie di stranieri (per esempio i musulmani) siano corresponsabili del clima xenofobo?

GK: Sì, però non bisogna dare tutte le colpe all’UDC. La responsabilità ricade sempre sugli individui. Non posso dire di essere stato incoraggiato a compiere atti o manifestare opinioni razziste dai manifesti dell’UDC, anche se è chiaro che i manifesti danno un’indicazione in tal senso, pur non costituendo un’infrazione alla norma penale contro il razzismo.

swissinfo.ch: Lei sostiene che serve un maggior coraggio civile di fronte a situazioni di discriminazione razziale? La nostra società non è abbastanza sensibile al tema? La CFR non ha fatto abbastanza?

GK: Può darsi, ma cosa vuole dire “sensibilizzare”? La commissione deve dare delle indicazioni, deve allertare, ma non ha scopi prettamente educativi. Non abbiamo mire di onnipotenza e non vogliamo essere responsabili di tutto.
Vorremmo che anche la società civile si assumesse le sue responsabilità. Nel nostro paese ci sono moltissime ONG che fanno ottime cose con mezzi molto limitati. Mi auguro che un numero crescente di persone sostenga il lavoro di queste organizzazioni.

swissinfo.ch: La CFR è stata spesso criticata, soprattutto da parte dell’UDC. Lei è stato accusato di essere di parte. La commissione non dovrebbe essere sopra le parti?

GK: No, dobbiamo schierarci da una parte. La questione semmai è: “Da una parte di cosa?”. Dobbiamo schierarci nella lotta contro il razzismo e nella difesa dei diritti umani. Non si tratta di schierarsi con un partito politico o con l’altro.
Ciò non toglie che le nostre prese di posizione possano riguardare anche alcuni aspetti della politica dei partiti. Non è però la nostra preoccupazione principale. Se possibile preferiamo evitarlo. Nella nostra ultima campagna, intitolata «fair play in campagna elettorale» abbiamo volutamente evitato di nominare i partiti. Sono i media che hanno reagito scrivendo: «Ma ditelo che vi riferite all’UDC».
In fondo credo che l’UDC e altri gruppi non siano poi così infelici della nostra esistenza. Siamo un nemico ideale. Durante il giorno ci combattono, durante la notte pregano di non perderci.

Gabriele Ochsenbein, swissinfo.ch
(traduzione dal tedesco e adattamento: Andrea Tognina)

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