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Le forme della resistenza: intervista a Sylvain George

dicembre 4, 2011


di Daniela Persico
dal sito Filmidee.it

Quando si parla di resistenza, il senso politico si associa alla persistenza che l’immagine cinematografica dovrebbe possedere per radicalizzare la realtà. Tale pratica corrisponde al lavoro solitario e ostinato di un giovane cineasta come Sylvain George che, da oltre dieci anni, ricerca una nuova forma cinematografica in grado di dare la giusta dignità ai migranti e agli emarginati della società. La sua intransigenza nei confronti di un sistema politico che non si fa carico della disperazione dell’altro si esplica in una visione rinnovata, frutto dell’abilità di cogliere l’attimo fuggevole e svelarne la portata simbolica. Dal magma di immagini filmate, i moli di Calais, i polpastrelli bruciati e i volti incappucciati e segnati dallo sferzare del vento, Sylvain George ha realizzato un trittico incandescente: L’impossible (2009), Qu’ils reposent en révolte (2010), vincitore del BAFICI, e, adesso, Les éclats, presentato al Torino Film Festival e a Filmmaker Festival di Milano.

In Les éclats, il tuo ultimo film, l’urgenza di chi si sta costruendo una nuova vita e una nuova identità, di chi è alla ricerca di un posto in cui poter vivere, si scontra con le strutture paludate della nostra società (il tribunale da cui gli immigrati sono giudicati, nel finale, le carte di espulsione, all’inizio). Come ti sei accostato a queste due realtà così diverse?

Sono realtà intrinsecamente legate fra loro. Il film è ambientato a Calais, una città nel nord della Francia dove persone migranti che provengono da diverse regioni del mondo (principalmente Eritrea, Sudan, Iraq e Afghanistan) tentano di raggiungere l’Inghilterra. Questa città è diventata molto famosa in Francia a partire dal 2002, quando l’attuale presidente della Repubblica, e allora Ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy aveva fatto chiudere il campo di Sangatte, gestito dalla Croce Rossa. È una città in cui la politica si espone e i corpi sono esposti politicamente. Retate, cacce all’uomo, arresti, violenze della polizia, internamento nei campi di detenzione, sentenze in tribunale… sono la quotidianità delle persone migranti. Nel film ho cercato di rendere conto di queste realtà e di mostrare che cosa sono le politiche migratorie in Europa, i dispositivi incaricati della loro applicazione e le loro conseguenze sulle persone interessate.

L’immigrazione è al centro di tutti i tuoi lavori. Cosa ti ha spinto a concentrarti sui clandestini? Cosa pensi possano incarnare?

Penso che la figura dello straniero e la sorte che gli è riservata, e più in particolare quella dei rifugiati, ci fornisca un’idea molto eloquente sullo stato delle nostre democrazie. Ci si è potuti rendere conto di questo negli anni ’30, e si può farlo ancora oggi in un’Europa che moltiplica gli spazi di esclusione degli stranieri in seno a se stessa, alla sua periferia, al di là dei mari. Un’Europa che dispiega dei dispositivi sempre più bellicosi nei confronti di persone migranti considerate come nemici e potenziali terroristi, che è fondamentale combattere a qualsiasi costo. Umberto Bossi nel 2003 diceva di «far tuonare il cannone» contro le imbarcazioni che si arenavano sulle spiagge di Lampedusa… Nell’eco di queste minacce, la morte dei perdenti in questa guerra larvata diventa banale, se non normale. Non si contano più le migliaia di morti e dispersi in mare, nel deserto…
Quello che traspare in queste politiche e in questi dispositivi sono delle ripartizioni del sensibile, delle logiche d’inclusione e d’esclusione, di appartenenza e separazione al servizio dell’ultraliberismo da una parte e del neo-colonialismo dall’altra. E, sempre, in queste politiche e dispositivi si rivela anche la creazione di interstizi di eccezione, di zone grigie nelle quali a farsi beffe della legge sono gli stessi soggetti incaricati della sua applicazione, come la polizia. La legge è quindi sospesa. Gli individui sono spogliati dei loro diritti, ridotti a quello stato che il filosofo tedesco Walter Benjamin chiama «la nuda vita».
Attraverso i miei film, cerco da un lato di attestare e di rendere conto della creazione di questi interstizi, estremamente leggibili, evidenti all’interno delle politiche migratorie ma altrettanto presenti nel complesso delle politiche pubbliche; e che colpiscono innanzitutto le persone più svantaggiate delle nostre società: gli immigrati, gli studenti, gli scioperanti etc. E, d’altro lato, provo ad operare un rivolgimento dialettico. Ossia creare, tramite il film, un interstizio, uno spazio-tempo singolare, nel quale gli individui si presentano nella loro singolarità e irriducibilità, redimono il presente e il passato. Le rappresentazioni politiche e mediatiche dominanti vengono demolite nel loro stesso prodursi.

Seguire i tuoi lavori vuol dire anche partecipare degli spostamenti di un gruppo di clandestini. Quale rapporto instauri con loro prima di scegliere di filmarli?

Come dicevo Calais è una città enormemente celebre in Francia. Di conseguenza vi è una presenza dei media costante. Si va dallo studente di giornalismo alla grande produzione cinematografica, passando per la televisione etc. Generalmente le rappresentazioni delle persone migranti o sono mediate dal potere dominante, e dunque stigmatizzanti, oppure adottano un approccio compassionevole, umanitario, sociale e vittimizzante dei migranti e della questione migratoria. Per me si tratta anche in questo caso di un’altra forma di stigmatizzazione dato che, lasciata da parte la politica, le persone migranti vi appaiono come vittime della sorte, del destino, del fato etc. La violenza di questi approcci e di queste rappresentazioni è raddoppiata dalle condizioni di produzione delle immagini. La maggior parte dei media considerano il film o il reportage come un fine in se stesso e, stando così le cose, ogni mezzo è valido per ottenere un’immagine, una testimonianza: fare imboscate come i poliziotti, pagare per un’intervista, creare cameratismi posticci, etc. Pornografia! Per quanto mi riguarda, il cinema è un medium che ho scelto col fine di stabilire e costruire la mia relazione col mondo e con me stesso. Uno strumento dialettico puro. Un mezzo puro. Un mezzo che mi permette di provare a costruire delle relazioni, di intrecciare un dialogo con delle persone e quindi con me stesso. Questa concezione presuppone allora la costruzione di un piano d’uguaglianza con i soggetti filmati e si fonda su una certa etica. Non tutti i mezzi sono validi per arrivare a realizzare un’immagine, per arrivare ai propri fini. Al contrario, è importante privilegiare i mezzi a detrimento dei fini, considerare il cinema come un «mezzo senza fine», che permette un’apprensione, senza giudizi precostituiti e attese deformanti, delle realtà nascoste, dimenticate, represse, stigmatizzate, rimosse. In concreto questo si realizza con/significa un lavoro di presentazione di ciò che si è, di cosa si intende fare, presso le persone che s’intendono incontrare e filmare. Significa non filmare la gente a loro insaputa, non utilizzare stratagemmi disonesti per ottenere un’immagine, una sequenza, etc. Per arrivare a ciò è necessario trovare il modo di passare molto tempo con le persone in modo da stabilire e costruire una situazione se non di confidenza, perlomeno di dignità e rispetto. Questo richiede che non si debba tentare sistematicamente di filmare, di produrre un’immagine. Bisogna saper resistere alla tentazione di realizzare un’immagine, sentire quando è il momento in cui la videocamera può registrare qualcosa e quando non lo è. La videocamera è uno strumento ambivalente. Può incoraggiare una presa di parola come arrivare a urtare un momento che non potrebbe reggere la registrazione e la presa di distanza che essa implica.
Un film si costruisce con delle immagini fisiche, materiali e con delle immagini immateriali, assenti, mancanti: immagini che si trovano nel fuori campo delle riprese, immagini non montate, non girate, immagini mnemoniche/che restano nella memoria, immagini del passato…
Questo gioco dialettico tra le immagini mancanti e le immagini presenti apre le sfere del politico, dell’etico, e del poetico.

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