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Differenze al lavoro. La riproduzione del possibile

dicembre 22, 2011


Intervista di Anna Curcio
da il manifesto del 21 dicembre 2011

In una vita colonizzata dalla produzione, la famiglia e l’etica del lavoro sono gli ostacoli che impediscono la costruzione di altre forme di vita. Un’intervista con la studiosa femminista Kathi Weeks.
Docente alla Duke University, Kathi Weeks lavora nel dipartimento dei Women’s Studies. Femminista, autrice del volume Constituting Feminist Subjects, per molto tempo si è occupata anche di ciò che negli Stati Uniti vengono chiamati gli utopian studies, cioè quel settore di analisi dell’immaginario collettivo che spazia dalla storia orale alla fantascienza, dalla filosofia alle pratiche politiche dei movimenti sociali. Kathi Weeks ha recentemente mandato alle stampe il volume The Problem with Work: Feminism, Marxism, Antiwork Politics, and Postwork Imaginaries (Duke University Press), saggio in cui analizza la divisione sessuale del lavoro, sviluppando al contempo una critica dell’etica del lavoro. Argomenti che sono stati al centro del seminario che ha tenuto alla «Venice International University». Ed è proprio a Venezia che è avvenuta l’intervista.
Qual è il problema con il lavoro, da cui parte il suo ultimo libro?
I problemi sono tanti. Se ne possono citare almeno tre. Innanzitutto il lavoro monopolizza la nostra vita. Spendiamo nel lavoro una gran quantità di tempo ed energie: per preparare e organizzare il lavoro, per renderlo sicuro e per recuperare le energie spese. Noi non lavoriamo, diventiamo lavoro! Il secondo problema riguarda la capacità del lavoro di dominare il nostro immaginario politico e sociale. Al lavoro sono legati i diritti e le opportunità di riconoscimento sociale, il modo in cui sviluppiamo la nostra identità, accediamo alle reti sociali e costruiamo la socialità. Infine il lavoro salariato è un problema perché non funziona come come sistema di redistribuzione del reddito e dell’inclusione sociale.
La critica femminista ha evidenziato che ci sono molte forme di produttività sociale non legate al lavoro salariato. Infene, c’è il problema dei problemi: l’etica del lavoro di weberiana memoria. Oggi quest’etica è ancora più centrale perché nelle forme di produzione postfordista c’è un enorme bisogno di uomini e donne disposte ad investire soggettivamente e a identificarsi nel lavoro. Nel sistema di fabbrica esisteva una precisa disciplina del lavoro. Le forme di lavoro che costellano oggi l’universo postfordista non consentono analoghi modelli di controllo. L’autodisciplina, e dunque una spiccata etica del lavoro, diventa l’asse portante della produzione di merci.
Nel tuo libro ci sono continui rimandi, anche critici, al femminismo marxista degli anni Settanta: in che termini queste analisi hanno influenzato la tua riflessione?
Mi hanno soprattutto ispirato le elaborazioni del gruppo «Salario al lavoro domestico», in particolare il modo in cui hanno incorporato il rifiuto del lavoro nel progetto femminista per il riconoscimento della dimensione produttiva del lavoro domestico, una specificità forte anche all’interno del femminismo marxista degli anni Settanta. Sono state donne che hanno innanzitutto riconosciuto il lavoro domestico come lavoro socialmente necessario senza il quale l’economia non potrebbe funzionare. Da qui la complementarietà tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo. Oggi che produzione e riproduzione si sovrappongono, questi termini non funzionano più in modo pieno, ma in quegli anni hanno reso possibile la la critica e la rimessa in discussione delle responsabilità delle donne rispetto al lavoro di riproduzione. In questo senso, hanno produttivamente declinato il discorso sul lavoro domestico come rifiuto di una dimensione moralizzante del lavoro inteso come impegno etico e come lavoro d’amore all’interno della famiglia. Così, mentre si impegnavano a rendere visibile il lavoro di riproduzione come immediatamente produttivo, intendevano al contempo combatterlo. Un progetto molto complicato e a tratti anche contradditorio, che resta ancora di estrema attualità.
Perché contraddittorio?
Il problema è come riconoscere il lavoro domestico come lavoro socialmente necessario e ripartirlo equamente senza doverlo sommare a quello salariato. Il tempo di vita non può esaurirsi tra lavoro domestico e lavoro salariato. Né che il tempo liberato dall’ambito domestico possa diventare tempo per il lavoro salariato o viceversa. Ciononostante, alcuni discorsi femministi sono caduti in questa contraddizione e hanno riprodotto l’etica del lavoro e della famiglia, tralasciando il fatto che il lavoro domestico o salariato domina la nostra vita e che va dunque combattuto. Tuttavia, se è chiaro cosa si intende per rifiuto del lavoro salariato, cosa vuol dire rifiutare il lavoro domestico? Vuol dire abbandonare i propri impegni di cura? Non credo sia possibile. Piuttosto credo si tratti di capire come riorganizzare la cura e ridistribuirla in modo che non occupi completamente la vita delle persone.
Ma oggi che produzione e riproduzione tendono a coincidere, riorganizzare la cura vuol dire anche in qualche misura riorganizzare la produzione. Come possiamo ripensare questo rapporto?
Questa è parte della difficoltà incontrate dal gruppo sul «Salario al lavoro domestico». Rivendicare un salario per le casalinghe è anche una debolezza. Negli anni Settanta, le stesse femministe sottolineavano che le donne non si identificano, almeno non tutte, con la figura della casalinga. Inoltre, nominando il lavoro domestico come lavoro di donne c’era il rischio di rafforzare l’associazione tra genere e lavoro domestico. Oggi la domanda di un salario per il lavoro domestico andrebbe rimpiazzata con una domanda di basic income che è neutro rispetto al genere e non attiene alla mera dimensione domestica, dunque una rivendicazione ancora più potente perché riguarda tutte e tutti. Resta però il problema di come rendere visibile il lavoro domestico svolto dalle donne. Si tratta di trovare il modo per conciliare l’analisi femminista con la domanda di basic income: in questo modo diventa possibile porre la vita al centro della vita associata. Detto altrimenti, va riconosciuto che i processi di valorizzazione poggiano su forme di socialità e temporalità che si trovano al di fuori di tempi, spazi e pratiche del lavoro salariato. Ed è da qui che oggi passa la linea del conflitto.

Possiamo allora dire che fuori dal lavoro salariato la linea del conflitto passa per la famiglia?
Nel libro, discutendo le lotte per la riduzione dell’orario di lavoro, ho provato a immaginare un’alternativa all’idea di ridurre l’orario lavorativo per avere «più tempo per la famiglia». Negli Stati Uniti, ma anche qui in Europa, il movimento per la giornata lavorativa chiedeva «otto ore per lavorare, otto ore per riposare e otto ore per quello che vogliamo». Io sono interessata al «quello che vogliamo», perché è tempo e spazio del possibile: del lavoro cooperativo, delle relazioni fuori dal lavoro salariato e dalla famiglia intesa come istituzione sociale che regola il lavoro domestico gratuito e le relazioni di potere. Insomma, ciò di cui abbiamo bisogno è di un oltre la famiglia e il lavoro salariato: lo spazio, cioè, in cui inventare altre forme e possibilità di relazioni sociali che mettono profondamente a critica l’idea di lavoro quale fondamento razionale dell’accumulazione capitalistica.

Tra produzione e riproduzione, dunque, prende forma uno spazio diciamo «altro» che si declina come ciò che definisci «un’idea espansiva della riproduzione sociale»: puoi approfondire?
La dimensione espansiva della riproduzione sociale è una categoria che utilizzo per proporre in modo differente l’antagonismo tra accumulazione capitalistica e riproduzione sociale. Invece di pensare il lavoro salariato da una parte e la famiglia e il lavoro domestico gratuito dall’altra, riprendendo il lavoro delle femministe degli anni Settanta, rifletto sui conflitti che intercorrono tra questi due ambiti. Soffermarsi solo sul lavoro domestico e ragionare esclusivamente di riproduzione offre una soluzione al problema che non convince. Diventa l’idea di servizi che possono essere acquistati: un processo di mercificazione della cura che funziona per alcuni – chi può acquistare – ma non per tutti. Credo invece che la critica all’organizzazione del lavoro domestico debba puntare alla costruzione di nuove forme di relazione e di cooperazione sociale dentro e fuori la famiglia.

Credi che la crisi possa essere un’occasione ulteriore per la costruzione di queste nuove forme di relazione?
Negli Stati Uniti la crisi ha favorito lo sviluppo di nuove modalità di consumo, ma ciò ha a che fare più con la possibilità di gestire diversamente il tuo tempo che non con il lavoro e la sua organizzazione. La crisi potrebbe senz’altro essere una possibilità per ripensare in modo più cooperativo la propria vita ma è soprattutto la lotta per il basic income che mi pare assuma una particolare connotazione come alternativa e spazio di possibilità di una trasformazione radicale.

 

 

Oltre l’identità di genere / IL SAGGIO DI KATHI WEEKS
Un mondo in bilico tra autonomia e la gabbia del controllo sociale

In una realtà dove gli affetti sono merce pregiata per far funzionare fabbriche e imprese, la riduzione del tempo di lavoro e il reddito di cittadinanza sono gli antidoti alla «società del lavoro»
Discutere di lavoro da un punto di vista femminista e senza riferirsi in modo esclusivo al lavoro delle donne, è questa la peculiarità e la forza teorica-politica di The Problem with Work. Feminism, Marxism, Antiwork Politics and Postwork Immaginaries (Duke University Press, pp. 287) di Kathi Weeks. L’autrice prende di petto la questione per muovere una critica serrata alla centralità che il lavoro assume sul piano soggettivo e delle relazioni sociali. E dunque tutt’altro che «bene comune», il lavoro è piuttosto inteso come «problema» all’interno di un’analisi acuta e tagliente che punta a liberare la vita. Il nodo del rifiuto del lavoro costituisce perciò la trama della riflessione: una pratica di trasformazione radicale dell’esistente; un oltre a ciò che l’autrice definisce la work society, ovvero oltre il lavoro salariato e la famiglia che incarna i rapporti su cui si fonda il lavoro domestico gratuito.
Facendo proficuamente dialogare L’etica protestante e lo spirito de capitalismo di Max Weber con il capitolo sull’accumulazione originaria ne Il Capitale di Karl Marx, Weeks cerca di svelare l’arcano della produzione di soggettività attraverso il lavoro, ponendo tuttavia l’etica del lavoro – all’estremo opposto del suo rifiuto – come un potente dispositivo di assoggettamento. Esiste, spiega l’autrice, un’identità del lavoro che pesa profondamente sulla produzione di soggettività e determina, nel caso delle donne, identità gendered, cioè processi di segregazione occupazionale e dei salari che coincidono grosso modo con le attività lavorative che le donne svolgono tradizionalmente in ambito domestico. Nello stesso tempo, afferma con convinzione, sulla scorta di ciò che definisce «la tradizione del femminismo operaista», che il lavoro è anche spazio di soggettivazione, l’ambito cioè in cui prendono forma soggetti e pratiche «sovversive».
Il tema del lavoro dunque si sviluppa nel libro con questo sguardo ambivalente, articolandosi tra etica e rifiuto, tra spazio di assoggettamento e luogo di irriducibile soggettivazione e autonomia.
Come dispositivo di assoggettamento, il lavoro non ha mai smesso di costruire una sua specifica divisione sessuale, che oggi tuttavia assume articolazioni differenti. Senza seguire una precisa razionalità di genere, si determina infatti attraverso un meccanismo di funzionamento casuale in cui, ad esempio nei fast-food, gli uomini lavorano in cucina e le donne in sala nella relazione con il pubblico. Si rovescia qui, afferma l’autrice, l’idea che relegava le donne nello spazio privato. Ma, sottolinea, si tratta di un fatto solo in parte nuovo: la divisione sessuale del lavoro resta saldamente ancorata a un presupposto ideologico di naturalità secondo cui «le donne fanno meglio questo e non quest’altro». Conseguentemente, avverte Weeks, la femminilizzazione del lavoro è un concetto che va maneggiato con cura: si rischia altrimenti di tralasciare «modelli di genere e forme di segregazione occupazionale» che tuttavia persistono anche quando le figure produttive risultano, come accade oggi, «immerse in codici di genere».
Iil volume stabilisce inoltre una fitta interlocuzione con il femminismo marxista degli anni Settanta. E ispirandosi, non senza accenti critici, alle lotte per il «salario al lavoro domestico», si propone di innovare la relazione tra produzione e riproduzione elaborata in quegli anni. Oltre la rivendicazione di un salario per il lavoro domestico (che resta agganciato all’etica del lavoro ed è pensato prevalentemente per le donne), propone un basic income e la riduzione dell’orario di lavoro come strategie per liberare la vita di tutte e tutti. Nello stesso tempo elabora «un’idea espansiva di riproduzione sociale», intesa come nuove forme di relazione e cooperazione attraverso cui riarticolare il rapporto tra accumulazione capitalistica e riproduzione sociale. A partire da qui Weeks sviluppa la sua critica radicale al lavoro quale fondamento razionale dell’accumulazione capitalistica, alla sua etica e ai suoi valori, ma anche alla famiglia, intesa come l’istituzione sociale che garantisce e riproduce il lavoro domestico gratuito.
In questo senso, sebbene prevalentemente rivolto a un pubblico nordamericano, il volume fornisce alcune chiavi interpretative di grande importanza per comprendere e lottare nel presente. Per l’autrice rivendicazioni come quelle del reddito di cittadinanza o della riduzione dell’orario di lavoro disegnano un orizzonte utopico, inteso – sulla scorta degli utopian studies – come capacità di trasformazione degli immaginari. E tuttavia, nella misura in cui si incarnano nella composizione del lavoro vivo e nelle pratiche di movimento, esse configurano innanzitutto elementi di programma politico delle lotte nella crisi: è qui che il volume di Weeks si rivela uno strumento prezioso per pensare quell’«oltre» il lavoro salariato e la famiglia che vive già nella materialità delle relazioni sociali in cui sono immerse le singolarità.
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