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Asilo, un dilemma senza soluzioni

febbraio 8, 2012


Dibattito Il ciclico aumento di richieste di asilo, questa volta dovuto alle rivoluzioni arabe, pone la Svizzera di fronte a problemi ricorrenti

di Daniele Piazza
da Azione del  6 febbraio 2012

La politica d’asilo e degli stranieri è complicata e piena di contraddizioni.

Secondo il presidente dell’UDC Toni Brunner le migrazioni producono abusi, sfruttatori economici, criminali e spacciatori di droga. Dal canto suo l’ex comproprietario dell’ex banca Wegelin Konrad Hummler ha un senso elitario del diritto all’asilo. Una paio d’anni fa ha dichiarato che «la fuga di capitali è una legittima difesa ed il segreto bancario un diritto all’asilo… È stolto chi non evade gli eccessi del fisco tedesco».

D’un canto si mettono all’indice i salariati stranieri che non si sono integrati nella nostra società o che biascicano a malapena una delle nostre lingue. Ma poi nessuno ha da ridire sui top manager stranieri cui basta l’inglese, cui non interessano le nostre lingue e che mandano i figli nelle International School . Sono venuti in Svizzera al seguito di società allettate dagli sconti fiscali elvetici. L’integrazione non li concerne e hanno i mezzi per trincerarsi nei ghetti di lusso della Goldküste .

Vi è poi la polarizzazione. La sinistra si focalizza sulla solidarietà, sull’aspetto umanitario e multiculturale trascurando i problemi causati dalle migrazioni. La destra fa esattamente il contrario. È lo scontro muro contro muro carico di emozionalità e strumentalizzazioni politiche che non lasciano spazio ad un dialogo costruttivo. Negli scorsi trent’anni la legislazione è stata costantemente inasprita, ma la situazione non è migliorata, le tensioni si riaccendono a scadenze regolari seguendo gli alti e bassi delle ondate migratorie. È illusorio pensare di eliminare in tempi brevi le vere cause come le guerre, la miseria nel Terzo mondo, le enormi disparità fra paesi ricchi e poveri. Tanto che secondo l’ex mister rifugiati Jean-Daniel Gerber «non si può risolvere il problema delle migrazioni, lo si può soltanto gestire, a meno che anche la Svizzera venga travolta dalla guerra o da una spaventosa crisi economica tanto da non essere più attrattiva, ciò che evidentemente nessuno auspica». Guardare in faccia alla realtà significa anche mantenere le proporzioni del fenomeno. I candidati all’asilo sono appena il 2% degli stranieri che vivono in Svizzera. È in questo quadro che si situa il forte aumento dei richiedenti l’asilo. Lo scorso anno vi è stata una progressione del 45% in seguito alle rivoluzioni magrebine che hanno aperto le vie di fuga verso l’Italia. Sono così giunti nel nostro paese 22’551 fuggiaschi. Ma non è una cifra particolarmente elevata, non è neppure la metà dei rifugiati giunti in Svizzera durante la guerra del Kosovo nel 1999. Negli anni successivi il numero dei richiedenti è oscillato fra gli 11’000 ed i 21’000. Secondo l’UDC si tratta comunque di un afflusso in massa, di una situazione caotica. Fatte le debite proporzioni, la Tunisia si troverebbe allora in una situazione a dir poco catastrofica, dovrebbe proclamare lo stato d’emergenza. Ha infatti accolto 800’000 rifugiati (quasi il 10% della popolazione) che hanno varcato la frontiera con la Libia durante il conflitto armato che ha rovesciato la dittatura di Gheddafi.

Ciò non toglie che bisogna prendere sul serio ed affrontare con determinazione i problemi legati all’afflusso di candidati all’asilo. Problemi che vanno dal comportamento aggressivo ed intollerabile di giovani richiedenti tunisini alla lentezza delle procedure fino al sovraffollamento dei centri di registrazione e d’accoglienza.

Il fatto è che mancano le riserve di alloggi stralciate per motivi di risparmio da Christoph Blocher quand’era capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia. Egli aveva calcolato le riserve su un afflusso di 10’000 candidati all’asilo confidando sulla capacità del Dipartimento della difesa di mettere a disposizione 20’000 posti supplementari in caso di crisi. Una pia illusione, secondo Ueli Maurer le caserme fuori servizio offrono al massimo 6000 posti. E così ci risiamo, com’è già avvenuto in passato bisogna trovare nuovi centri d’asilo. Ciò crea tensioni nella popolazione e mette a dura prova la solidarietà fra Confederazione Cantoni e comuni. Le richieste d’asilo hanno ricominciato ad aumentare nel 2008, quando la responsabile della politica d’asilo era Eveline WidmerSchlumpf. Nell’intento di aumentare l’efficienza, la consigliera federale grigionese ha sottoposto l’Ufficio federale delle migrazioni ad una profonda e dolorosa riorganizzazione. L’operazione si è risolta in un fallimento in settori centrali come quello dell’asilo e dei rinvii. Nel frattempo il Dipartimento di giustizia e polizia è stato ripreso da Simonetta Sommaruga che fa parzialmente marcia indietro per correggere le disfunzioni più gravi, di fatto procede ad una riorganizzazione della riorganizzazione.

Sommaruga ribadisce che la sua priorità assoluta è di accelerare considerevolmente le procedure per le richieste d’asilo. Attualmente possono durano fino a 4 anni, l’intento è di ridurle a 4-6 mesi per poter così rimpatriare tempestivamente i due terzi dei richiedenti che non rispondono ai requisiti per ottenere il diritto d’asilo. Per raggiungere questo obiettivo la ministra di giustizia e polizia vuole fra l’altro creare dei cosiddetti centri federali di procedura dove lavoreranno gomito a gomito i vari attori delle procedure d’asilo: autorità, organizzazioni assistenziali, consulenti giuridici ed istanze di ricorso. D’altro canto la ministra di giustizia e polizia si mostra flessibile di fronte alle resistenze della popolazione. Non insiste più sull’idea di creare grandi centri d’accoglienza centralizzati, ammette che è più attuabile e realista la creazione di centri più piccoli, decentralizzati e distribuiti nelle varie regioni del nostro paese.

D’altro canto Simonetta Sommaruga definisce inaccettabile la sfrontatezza dei gruppetti di giovani richiedenti l’asilo tunisini che rubano, si ubriacano e provocano risse e baruffe in particolare a Chiasso. La consigliera federale bernese sottolinea che questi giovani dovranno comparire davanti alla giustizia elvetica, ma si dichiara anche disponibile ad esaminare l’idea di creare un centro separato in cui confinare i richiedenti l’asilo problematici.

Più che giusto e doveroso punire i violenti, ma a furia di cavalcare a tutti i costi il tema degli abusi si perde il senso della misura. Due commissioni parlamentari hanno approvato una proposta del consigliere nazionale Philippe Müller (PLR/AG) che colpisce per la prima volta i veri rifugiati, quelli che hanno ottenuto ufficialmente tale statuto perché perseguitati nei loro paesi d’origine. Nel mirino i loro figli e famigliari ai quali si vuol negare lo statuto di rifugiato. L’obiettivo dichiarato è di espellerli dal paese nel caso in cui commettessero un reato per il quale vengono d’altronde già condannati in tribunale. Una doppia punizione giudicata sproporzionata dalle organizzazioni umanitarie. Sottolineano che si tratta di casi estremamente rari anche perché coloro che hanno ottenuto lo statuto di rifugiato sono generalmente i più coscienziosi e riconoscenti. Tutti gli schieramenti politici hanno sempre assicurato che la Svizzera protegge i perseguitati ed i veri rifugiati. Ma adesso facendo leva su alcuni casi isolati si apre una crepa in un diritto fondamentale che caratterizza la tradizione umanitaria della Svizzera.

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