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HOMO FABER Il pragmatico flâner del legame sociale

aprile 17, 2012

da Il Manifesto del 17 aprile 2012
di Benedetto Vecchi

Il nuovo volume di Richard Sennett è emblematicamente titolato «Insieme». Dopo la riscoperta delle virtù dell’uomo artigiano, la posta in gioco per sopravvivere al capitalismo flessibile serve infatti apprendere la cooperazione e la condivisione delle poche risorse per vivere in società
Il «flâner del sapere» si aggira per biblioteche e per la Rete. Legge una pagina, visita un sito Internet, appunta alcune righe per poi passare, con voracità, ad altri brani e nodi della Rete. È alla ricerca della soluzione a un problema contingente. È un pragmatico che non si fa distrarre da nulla, perché ha un compito, meglio una vision che lo guida nelle sue peregrinazioni Non ha dunque nessuna delle caratteristiche dell’inoperoso viandante metropolitano descritto da Walter Benjamin. In questo Insieme (Feltrinelli, pp. 331, euro 25) Richard Sennett non si limita ad addomesticare la figura del flâner, ma lo accosta all’artigiano, parola chiave scelta dal sociologo statunitense per descrivere una via d’uscita dal darwinismo sociale che caratterizza il capitalismo contemporaneo.
Il flâner artigiano si avvicina così a un problema con cautela; lo analizza, pondera tutte le alternative per poi scegliere la migliore soluzione, secondo una strategia incentrata sulla cooperazione con i suoi simili, prevenendo così conflitti distruttivi. Non è detto che la soluzione trovata sia innovativa; può accadere infatti che venga riproposto il già noto. Nella sua attività, la mano non è mai separata dalla mente, mirabile ricomposizione tra lavoro intellettuale e manuale che il capitalismo ha ferocemente separato nel processo lavorativo moderno.

Congedo dalla tradizione
Come scrive la scrittrice Antonia Susan Byatt ne Il libro dei bambini (Einuadi), mirabile storia del socialismo utopico inglese, l’artigiano plasma la materia, provando a esprimere una tensione artistica che, oltre allo stile, sia funzionale rispetto l’uso del manufatto. L’uomo artigiano è un artista che ha un’attenzione maniacale alla pragmatica dell’oggetto. Ma se questo apparteneva al passato prossimo della modernità capitalistica, nel presente l’artigiano è il designer, il programmatore informatico e l’operaio che lavora in un’organizzazione produttiva che ha preso congedo dall’organizzazione scientifica del lavoro a favore del lavoro di squadra. C’è però il sospetto che il flâner-artigiano, più che griglia analitica per analizzare i rapporti tra capitale e lavoro vivo sia in realtà un metadiscorso, disincarnato dai rapporti sociali dominanti, per indicare il soggetto centrale di una proposta politica per avviare una lenta trasformazione del capitalismo. Sospetto rafforzato dal fatto che questo libro di Sennett è il secondo appuntamento di una trilogia iniziata, appunto, con la pubblicazione dell’Uomo artigiano (Feltrinelli). A differenza del primo volume, tuttavia, Insieme è un libro che ha una struttura labirintica, dove il rischio di perdersi è molto alto, nonostante una prosa che ricorda più un romanzo storico che non un saggio sociologico.
L’avvio di questa seconda puntata del «Progetto Homo Faber» è dedicato alle differenze presenti nel movimento operaio delle origini, stabilendo l’esistenza di due tradizioni opposte. La prima è esemplificata dalla socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento, un partito operaio interessato a un superamento del capitalismo attraverso la conquista del potere politico (e dunque dello stato). La seconda tradizione, la sinistra sociale, è quella che ha puntato a risolvere i problemi contingenti degli operai. È la sinistra degli attivisti sociali, legata alla comunità operaia, che organizza mense, scuole, cooperative di consumo. Tradizione minoritaria, ma che può prendersi la sua rivincita dopo il fallimento del socialismo reale e della socialdemocrazia.
Il lettore avvertito non ha difficoltà a trovare echi di una discussione anche italiana. Ma nella narrazione di Sennett, cha ha la sua origine dal Museo della questione sociale inaugurato a Parigi durante l’esposizione universale, non c’è spazio per il conflitto di classe, né è scandita da vittorie e sconfitte, bensì da pratiche sociali che vogliono, pragmaticamente, modificare i rapporti di forza tra le classi presenti nella società capitalistica a partire dal mutuo soccorso e dalla ricostruzione di legami sociali che lo sviluppo capitalistico distrugge. Per fare questo, gli attivisti sociali sanno che devono rafforzare la personalità di chi è messo ai margini o in una condizione di sottomissione dallo sviluppo capitalistico, creando reti di solidarietà e di condivisione delle risorse, attraverso tecniche di collaborazione, dove le relazioni vis-à-vis svolgono un ruolo preminente rispetto alle logiche dell’organizzazione politica, dove la specializzazione e la divisione del lavoro danno luogo a una gerarchia che alimenta il risentimento dei rappresentati nei confronti dei rappresentanti. Da qui la centralità della diplomazia, cioè di quel lavoro dialogico per far sì che non venga meno la relazione tra soggetti antagonisti. (Nel libro ci sono pagine molto belle di analisi del quadro «Gli ambasciatori» del pittore cinquecentesco Hans Holbein). E se nelle relazioni tra stati, la diplomazia ha propri codici, per la «diplomazia dal basso», cioè quella esistente all’interno della classe operaia e tra questa e le forme politiche statali decentrati – le amministrazioni comunali e le istituzioni del welfare state – è necessario elaborare codici linguistici e comportamentali specifici.

La triade della sinistra sociale
La sinistra sociale deve quindi attingere a saperi specialistici – la psicologia sociale – o riscoprire i testi dedicati appunto al lavoro artigiano. Meglio deve fare proprie le categorie che hanno scandito i rapporti all’interno dei laboratori artigianali, cioè il talento, il merito, la fiducia, parole che attengono più alle teoria dell’organizzazioni produttive che non a una dimensione politica. In altri termini l’attivismo politico deve produrre «sociabilità», che non va confusa con la socialità, perché indica l’apprendimento alla convivenza con l’Altro.
Sennett prima di diventare un sociologo ha per molto tempo inseguito il sogno di diventare musicista e per esemplificare le pratiche politiche di una rinnovata sinistra introduce l’immagine dell’orchestra, dove c’è sì un direttore e una divisione del lavoro, ma all’interno del quale le differenze non sono cancellate da nessun interesse generale, bensì sono valorizzate in una dialettica che oscilla tra cooperazione e competizione, proprio come avveniva nei laboratori artigiani. Solo così si riesce a contrastare l’«effetto tartaruga» che i singoli sperimentano nelle metropoli contemporanee. Costretti a condividere uno spazio, i singoli tendono infatti a ritirarsi dalla vita pubblica, ripiegando in un individualismo dove la «corrosione del carattere» è l’esito di un capitalismo che ha rinunciato, in nome di un profitto a breve termine, ad essere un progetto di società certo gerarchico ma tuttavia inclusivo. Per questo, annota Sennett, «la collaborazione dialogica è la nostra meta, il nostro Santo Graal».
Dunque, cooperazione, diplomazia del basso, mutuo soccorso per ricostruire il legame sociale. Obiettivo a portata di mano, al punto che lo studioso statunitense non ha molti problemi a evocare la guanxi cinese, cioè quelle reti sociali incardinate sul rispetto, la reciprocità che consentano ai cinesi della diaspora di sentirsi a «casa propria» in ogni posto decidono di vivere. Poco importa se la guanxi ha ben poco a che fare con la libertà, l’eguaglianza e la solidarietà, cioè i tre punti cardinali di una sinistra sociale degna di questo nome. Cinonostante, la guanxi è, per Sennett, la condizione necessaria di una politica della trasformazione che prende definitivamente congedo da quelle tradizioni del movimento operaio che hanno cercato di cambiare il mondo, ma che hanno fallito nel loro obiettivo.
Testo dunque politicamente ambizioso, questo Insieme. ma facile da criticare. La critica non può però partire da una difesa di quelle tradizioni politiche sconfitte. Più realisticamente, l’«uomo artigiano» di Sennett, con la sua antropologia ottimista scandita da cooperazione, condivisione e reciprocità, più che un soggetto critico del capitalismo flessibile è un ordine del discorso teso a ripristinare una idea di comunità e di relazioni sociali complementari, ma non antagoniste ai rapporti sociali dominanti. Relazioni sociali che si diffondono come un virus fino a far diventare il capitalismo un residuo destinato a scomparire. I limiti della lettura di Sennett stanno però nell’assenza di una teoria del Politico adeguata ai rapporti sociali dominanti.
Il Politico, infatti, non è un corpo estraneo ai rapporti sociali. Ne è parte attiva, laddove attiva, sia a livello nazionale, che sovranazionale, forme di governance, cioè su una «diplomazia dal basso» dove la collaborazione dialogica rafforza i legami comunitari su base locale al fine di riprodurre l’ordine esistente. L’assenza di una teoria del Politico, e dunque del rapporto sociale dominante, rende la proposta di Sennett di stare Insieme espressione di un «debole volontarismo». Sia ben chiaro, nessuna nostalgia per qualsiasi tipo di autonomia del politico. Semmai la necessità di avere piedi e testa saldamente ancorati in una realtà dove l’espropriazione della ricchezza avviene nel processo produttivo e nei processi produttivi di, per usare il lessico di Sennett, sociabilità. La malinconia o il suo fratello gemello, l’ottimismo della volontà, è meglio lasciarla ai cultori del legame sociale e delle figure nobili, ancorché interstiziali dell’«uomo artigiano».

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