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La democrazia viene da Occupy

settembre 25, 2012


da il manifesto 21 settembre 2012
INTERVISTA A DAVID GRABER di François Peverali

Le politiche dell’austerità servono a consolidare il potere costituito senza tuttavia risolvere la crisi del capitalismo. Un’intervista con l’antropologo statunitense autore di un saggio sul «Debito»
L’antropologo David Graeber ricorda con piacere il suo viaggio in Germania, per presentare l’edizione tedesca del suo libro sul Debito (tradotto in Italia dal Saggiatore con il titolo Debito. I primi 5000 anni, pp. 581, euro 23. Il volume è stato analizzato nel numero del settimale «Alias» allegato al «manifesto» del 31 marzo 2012): un’analisi critica del nesso di sudditanza tra debitori e creditori attraverso 5.000 anni di storia, e dei punti di rottura della sottomissione quando i debiti diventano insostenibili. In Germania, il libro ha trovato recensioni entusiaste perfino in un giornale conservatore come la Frankfurter Allgemeine Zeitung, e resta ai primi posti nelle classiche dele vendite come i bestseller. Forse proprio perché la Germania è il paese che più ha ideologizzato, in chiave rigorista, la sacralità dei vincoli del debito, c’è tanto interesse per chi mette in dubbio questa costruzione.

Recentemente, sei stato invitato a una discussione pubblica dal presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico, Frank Walter Steinmeier. Poi sei stato in Grecia per incontrare alcuni gruppi anarchici. In Italia hai partecipanto a incontri in centri sociali e in alcuni teatri occupati dai lavoratori dello spettacolo come il Teatro Valle di Roma. Sei un interlocutore sia per chi vuole abolire lo stato, sia per i partiti tradizionali. Come lo spieghi?
Quando la Spd mi ha invitato, ho pensato che sono proprio nei pasticci e non sanno che pesci prendere. Credo che le élites politiche abbiano due problemi, strettamente connessi. Primo problema: invece di prendere di petto le disfunzioni del capitalismo, hanno speso molto più tempo nella guerra ideologica per convincerci che sia l’unico sistema che possa funzionare. Secondo problema: questa guerra all’immaginazione ha danneggiato le stesse élites, che hanno disimparato a pensare su lunghi periodi storici. I pochi che ancora lo fanno sono disposti a raccogliere suggerimenti ovunque.

C’è il rischio che usino strumentalmente le tue analisi per confermare le politiche di austerità…
Io cerco di analizzare la situazione in cui ci troviamo, e di cavarne fuori qualche prospettiva e qualche idea. Credo che si dovrà arrivare in qualche modo a un massiccio azzeramento del debito pubblico. Ci sono tre opzioni quando si è arrivati a un livello di indebitamento come quello attuale. Sperare di risarcirlo grazie alla crescita economica, che però proprio non si vede. Oppure puntare sull’inflazione, ma la leadership politica non la vuole. Resterà per il debito solo la terza e ultima via: non farlo pagare.
La questione è se dirlo o no. Ovviamente chi è al potere non vuole che si ponga in questione la base morale del sistema: il principio per cui tutti dovrebbero lavorare più sodo, per pagare i debiti, è una delle più formidabili armi ideologiche. Cercheranno di fare come se niente fosse, e non ammetteranno che l’annullamento del debito ci sarà. Proprio come non hanno ammesso di aver già cancellato debiti per migliaia di miliardi di dollari, per salvare banche e assicurazioni. Dunque dobbiamo dirlo noi, ancora più esplicitamente.
Dobbiamo inoltre cambiare il nostro modo di concepire il lavoro. Cos’altro è il debito, se non una promessa di fare leva sul lavoro futuro a vantaggio del creditore, per rimborsarlo? Si pensa all’aumento del lavoro come a una soluzione. Invece il problema è che lavoriamo già troppo. L’idea che si debba lavorare di più, che la disciplina del lavoro sia una buona cosa, dal punto di vista economico è insensata. E porterebbe al suicidio ecologico.

Sei professore universitario e attivista anarchico. Come tieni insieme lavoro accademico e impegno politico?
Non si dovrebbe mai separare la teoria dalla prassi, sebbene l’università cerchi di farlo. Non le importa quel che pensi, finchè sei disposto a non trarne le conseguenze, con una buona dose di ipocrisia. Il problema sorge quando cerchi di sviluppare una prassi coerente con le tue idee.
L’università, rispetto al potere, ha un po’ il ruolo del buffone di corte. Al re, circondato da cortigiani ossequienti, serve che qualcuno osi dirgli se fa una stupidaggine. Anche nella nostra società servono persone non del tutto conformiste, sebbene rischino, come il buffone, di non essere prese sul serio. Perciò l’università garantisce uno spazio di libertà, da dove tradizionalmente provengono idee radicali. Dopo tutto l’università è uno di quei pochi posti dove ci è concesso di sperimentare con valori non mercificati.

Hai scritto della presenza di un movimento politico globale, collegando così Occupy Wall Street con le proteste egiziane di piazza Tahrir. Ma in Egitto ci si è battuti per diritti politici «di base», mentre Occupy ha finalità ulteriori, anticapitaliste. Vedere un nesso non sarà un pio desiderio?
Il capitalismo si basa tuttora su strutture imperialiste a livello globale: di qui il legame tra quanto avviene nelle diverse regioni del pianeta. È vero che, coll’avvicinarsi delle proteste al centro dell’impero, la tematica si focalizza sul conflitto di classe e sul capitale. Se ti trovi in Egitto è più facile tematizzare l’imperialismo Usa, perché ha un impatto diretto sulla tua vita. Se sei statunitense è più difficile.
Non voglio dire che i reggenti locali siano tutti marionette degli Usa, ma sottolineare che una struttura di potere globale esiste veramente. La gente se ne rende conto, e perciò cerca di connettersi su scala internazionale.

Come può formarsi una protesta globale?
È decisivo lo scambio di informazioni. Recentemente ho parlato con i partecipanti di un’iniziativa del Pakistan che promuove lotte sull’elettricità e l’acqua. Anche qui c’entra il Fondo monetario internazionale, ma nessuno sa nulla di queste lotte. Durante il Global Justice Movement, il movimento di critica alla globalizzazione capitalista, avevamo Indymedia, che all’inizio non mi convinceva, ma si è poi dimostrata indispensabile. Dobbiamo sviluppare queste reti d’informazione.

Il movimento Occupy Wall Street potrà durare nel tempo?
Difficile dirlo. Non mancheranno strategie diversive per contrastarlo, per dirottare altrove l’attenzione e le tensioni. In passato negli Stati Uniti, ogni volta che iniziava un movimento, il governo ha promosso una guerra in qualche parte del mondo. Per esemplificare, la risposta al movimento per i diritti civili è stato l’intervento militare in Vietnam. Tuttavia, sebbene stiano lavorando a una guerra all’Iran, non so se potranno permettersi di continuare su questa linea di mobilitazione militare.

Occupy Wall Street non poneva richieste allo stato.
È stata una scelta deliberata per delegittimare le istituzioni esistenti.

Che altre strategie proponi per cambiare la società?
Per un radicale cambiamento sociale occorrono strategie di potere duali, tese a creare istituzioni autonome, forme di democrazia reali che prefigurino il futuro. La questione è sempre: come atteggiarsi rispetto allo stato, al potere costituito? Possiamo distinguere tra quattro possibili modalità d’azione.
La prima è quella di Sadr-City, il quartiere di Baghdad, assai praticata nel Medio oriente. Si comincia con innocue iniziative caritative, magari una clinica ostetrica. Poi si crea una milizia armata per proteggere queste istituzioni. Poco a poco si controlla una porzione di territorio, e la milizia punterà a farsi cooptare nello stato. Non mi sembra un metodo raccomandabile.
Un secondo modello, imperniato su una strategia di negoziazione, si pratica nel Chiapas. Gli zapatisti, con limitate azioni insurrezionali a cui fanno immediatamente seguire un «cessate il fuoco» e l’offerta di trattative, hanno potuto creare strutture di democrazia di base per negoziare con lo stato. Ma le particolari condizioni del conflitto in Chiapas difficilmente potranno riproporsi altrove.
La terza opzione è quella di El Alto, città dove si possono bloccare tutte le vie d’accesso alla vicina La Paz, sede del governo boliviano. Se gli abitanti, indios organizzati in consigli di vicinato, sbarrano le strade, il governo è con le spalle al muro. Così nel 2003 e nel 2005 hanno costretto a dimettersi due presidenti della repubblica, fino all’elezione di Evo Morales. Se si sentissero traditi, potrebbero sempre cacciare il governo con un’insurrezione. Se avessimo negli Usa un simile potere d’interdizione, anche noi potremmo entrare nel gioco politico con nostri candidati. Ma siamo ben lontani dall’averlo.
Resta il quarto modello, sperimentato in Argentina nel pieno della crisi del debito, col cacerolazo del dicembre 2001: la pura e semplice delegittimazione del potere. La folla gridava: Que se vayan todos, se ne vadano tutti, i politici, i banchieri, il Fondo monetario. Pure negli Usa tre quarti dei cittadini detestano i politici, e li manderebbero a casa. Se si delegittimano le strutture politiche e la classe politica, mentre sorgono istituzioni alternative, anche i politici si vedono costretti a seguire la corrente. In Argentina, a partire dal 2003, è stato un socialdemocratico moderato come Kirchner a imporre al Fmi il taglio del debito. È successo in Argentina, quando i politici non potevano più andare al ristorante per paura di essere riconosciuti. E credo possa di nuovo succedere adesso, in Grecia.

Delegittimare il sistema politico non basta però per emanciparsi.
Certo, non basta. Perciò insisto su strategie di dualismo di potere. Senza istituzioni alternative, forme di democrazia diretta, che prefigurino un’alternativa, non si costruisce una svolta.

Negli Usa Occupy contrappone il 99% dei cittadini all’1% di profittatori. Non ti pare che questo slogan perda di vista le «normali» strutture dello sfruttamento capitalista, per polemizzare in modo moralista con una superminoranza di speculatori finanziari?
Uno slogan è uno slogan, non è già un’analisi. Mi pare però che colga una caratteristica specifica del capitalismo finanziario dei nostri giorni. Non sono più dell’1 per cento quelli che hanno davvero guadagnato negli ultimi dieci anni, grazie al loro controllo sul potere politico, che protegge la speculazione. Potere economico e potere politico sono ormai praticamente indistinguibili, in questo capitalismo finanziarizzato.

Negli Usa non si parla molto di comunismo. Resta una bussola indispensabile?
Sul termine comunismo c’è molto lavoro da fare. Il modo di usare questa parola è assolutamente insidioso. Permane il luogo comune che dice: il comunismo non funziona. D’altro canto si sente parlare di comunismo per ogni forma di cooperazione sociale nei rapporti di produzione. Dalle stesse persone! Da qui dovremmo ripartire per mettere ordine nelle nostre idee.
Se usiamo il termine in maniera diversa, come la tradizionale classe operaia faceva, il comunismo è presente in ogni rapporto di cooperazione sociale fondato sul principio: «Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni». Naturalmente anche il capitale sfrutta queste relazioni di cooperaione, questa umana capacità di lavorare insieme. Perciò dico: Il capitalismo è soltanto una forma perversa di organizzare il comunismo. Nemmeno il socialismo di stato era una forma adeguata di organizzazione sociale. È ora di cominciare con una buona organizzazione del comunismo. Tenendo presente che il comunismo, in nuce, c’è già, a riprova della sua praticabilità.

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