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Il Ps e l’ennesima revisione della Legge sull’asilo

dicembre 17, 2012

di Rosemarie Weibel, Lugano

Su ‘laRegioneTicino’ del 28.11.2012, Carlo Lepori, vicepresidente Ps, ha scritto – tra le altre cose – che i punti criticati dalle associazioni che hanno lanciato il referendum contro la modifica urgente della Legge sull’asilo, “non sono di grande portata”.

Lasciamo un momento da parte la questione di sapere se il referendum è opportuno o meno e dedichiamoci soltanto ad un aspetto: quello per così dire di politica giuridica, a cominciare dalla clausola d’urgenza.

La maggioranza del parlamento può dichiarare urgente una legge la cui entrata in vigore non può essere ritardata. L’uso di questa possibilità è delicato perché facendo uso di poteri speciali si deroga alle regole fondamentali della democrazia semidiretta. È tanto più delicata quando il sentimento di urgenza è stato abilmente creato durante anni di campagne denigratorie. Di fatto, l’unica urgenza forse effettiva è quella di avere una capacità di accoglienza adeguata per far fronte ad un aumento dei richiedenti l’asilo, dopo che negli ultimi anni si è fatto di tutto per giungere a questa situazione (nel 1999 le richieste d’asilo furono 47’595, poi si sono chiusi la maggior parte dei centri d’accoglienza, ma il numero di domande non è mai sceso stabilmente alle 10’000 “promesse”; nel 2011 erano 22’551, 3’711 le concessioni d’asilo).

Altamente critica, nell’ottica di uno Stato di diritto, anche la delega praticamente illimitata al Consiglio federale di poter prevedere delle fasi di test per valutare nuove procedure. Unico paletto, l’indicazione di un termine di ricorso minimo di 10 giorni (naturalmente nei casi in cui il termine non è già comunque ridotto a 5). Se si pensa che la durata media di una procedura d’asilo è di 413 giorni e di 756 nei casi in cui è stato presentato ricorso, diventa palese che si riducono i termini di ricorso non per accelerare la procedura, ma per impedire agli interessati di far valere efficacemente i loro argomenti. È questa una procedura corretta ed equa?

Anche la norma secondo cui non sono rifugiate le persone che sono esposte a seri pregiudizi per aver rifiutato di prestare servizio militare o per aver disertato ha del ridicolo, perché il solo fatto di aver disertato già non costituiva motivo di asilo. L’effetto principale sarà un’ulteriore precarizzazione di queste persone, provenienti per lo più dall’Eritrea, uno degli Stati più repressivi e militarizzati del mondo. E poi si dirà che non si sono integrate. Ancora una volta, una modifica legislativa è fondamentalmente diretta contro persone provenienti da un determinato Stato. Anche questa “etnicizzazione” del diritto svizzero dovrebbe destare una qualche preoccupazione.

Arriviamo ai centri speciali: possono essere creati per “collocare i richiedenti l’asilo che compromettono la sicurezza e l’ordine pubblici o che con il loro comportamento disturbano considerevolmente l’esercizio regolare dei centri di registrazione”. Cosa significa “centri speciali”, quali saranno le condizioni in questi centri? Cosa significa “disturbare considerevolmente”? Cosa significa “compromettere l’ordine pubblico” quando a volte già il solo fatto di esistere è considerato un disturbo? Chi deciderà il trasferimento e in quale procedura? E non abbiamo già il diritto penale, le misure coercitive e altri strumenti? Persino l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha chiesto alla Svizzera di chiarire il concetto di “centri speciali”, misura poco chiara rispetto ad effetti pratici e realizzazione. Invita inoltre la Svizzera a rinunciare a misure speciali per persone nel settore dell’asilo e a rispettare il principio della non discriminazione.

Nel 2002 il Ps era ancora tra i cofirmatari di una petizione “Per una reale integrazione e un centro di primo aiuto; contro la repressione e il centro ‘recalcitranti’ per richiedenti l’asilo”. Era stato avviato un dibattito, poi la proposta è stata abbandonata. Che cosa è cambiato nel frattempo, da non suscitare neppure più perplessità?

Se tutte queste misure non sono di grande portata, che visione abbiamo dei principi che garantiscono un minimo di protezione dall’arbitrio, della sicurezza del diritto, dell’uguaglianza? O è perché toccano meno dell’1% di chi si trova attualmente in Svizzera? E se si trattasse soltanto di testarle sulle spalle degli “asilanti”, per poi estenderle all’intera popolazione, come successo con le misure coercitive, il discorso sull’abuso, i dati biometrici?

 

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