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‘Reddito di 2’500 franchi a tutti i domiciliati’ Lanciata un’iniziativa popolare apartitica

agosto 16, 2012

Il costo dell’operazione è stimato a un terzo del Pil nazionale

Un reddito di base per tutti, così da vivere una vita “modesta, ma dignitosa e che garantisca la possibilità di partecipare alla vita sociale e culturale”. È l’obiettivo di un’iniziativa popolare che, nel suo intento, non fa distinzione fra persone ricche o povere, sane o malate. Il reddito di base incondizionato – così è indicato nel testo dell’iniziativa – è pensato per ogni persona adulta domiciliata in Svizzera.

Lanciata in primavera a livello nazionale da un gruppo apartitico presieduto dallo zurighese Albert Jörimann, l’iniziativa ha già raccolto 20mila firme e vuole fare breccia anche a sud delle Alpi, grazie alla sensibilizzazione promossa dal gruppo amici de ‘L’altra Svizzera’ (www.laltra.ch).

L’iniziativa non entra realmente nel merito riguardo la cifra da destinare “incondizionatamente” a ogni domiciliato nel Paese. Tuttavia abbozza l’ipotesi dei 2’500 franchi al mese per gli adulti (leggermente più alta della sogli di povertà) e la metà per i bambini. Totale: 210 miliardi di franchi annui, ossia quasi un terzo del prodotto interno lordo nazionale. Non son certo noccioline. “Una bella parte di questi soldi sarebbe ripresa da risorse che già oggi fanno parte delle prestazioni sociali – spiegano i promotori –: rendite Avs e Ai, indennità per la disoccupazione, assistenza sociale, ecc.”. Tuttavia “non basterebbero”. E quindi? “Sono necessarie ulteriori misure, anche fiscali. Il testo dell’iniziativa non fa delle proposte concrete in tal senso. Queste decisioni andranno prese più tardi, in un contesto politico, valutando anche l’aspetto economico”. Non sono solo gli elementi finanziari ad essere controversi. C’è il rischio che alla gente passi la voglia di lavorare, con il conseguente crollo dell’economia. “Lavoreranno ancora le persone che amano il loro lavoro o coloro ai quali il reddito di base non basta perché aspirano a un tenore di vita più alto”. Inoltre, “verrebbero riconosciute tante attività oggi non retribuite, come il lavoro domestico, quello artistico o di volontariato”.

Per saperne di più, l’associazione Bien (www.bien-ch.ch) organizza domenica 19 agosto a Lugano, allo Spazio Ado (via Besso 42) un seminario sul tema, dalle 10 alle 15. Oltre a Jörimann, sarà presente pure Martino Rossi, ex capo della Divisione dell’azione sociale. È gradito annunciarsi allo 091/946.18.91 oppure allo 076/280.87.13; e-mail lumee@sunrise.ch.

Lavoro: nell’Ue 800mila persone in schiavitù

luglio 10, 2012

Nell’Unione europea ci sono 800mila persone costrette ai lavori forzati. Lo denuncia una ricerca dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro).
I nuovi schiavi sono in maggioranza donne (58%). Si tratta di 270mila persone vittime di sfruttamento sessuale e altre 670mila vittime di sfruttamento sul lavoro.

Travail forcé: un problème important dans l’UE


« Il ressort clairement de nos analyses que l’agriculture, le travail domestique, la production manufacturée et la construction sont les principaux secteurs où le travail forcé sévit en UE. Les victimes sont attirées par de fausses offres d’emploi et découvrent très vite que les conditions de travail sont bien pires que ce qu’ils avaient espéré. Beaucoup d’entre eux sont en situation irrégulière et ont un pouvoir de négociation très limitée », affirme Beate Andrees, Cheffe du Programme d’Action Spéciale pour combattre le travail forcé de l’OIT.

La costellazione dei mondi migranti

giugno 28, 2012
da il manifesto del 19 giugno 2012
di Sandro Mezzadra

Finalmente tradotto dalle edizioni Odoya il volume di Stephen Castles e Mark J. Miller dedicato ai movimenti su scala globale. Un testo ormai classico nel suo genere, al punto da essere considerato una vera enciclopedia su un fenomeno interpretato come un’«azione collettiva» che ridisegna il panorama sociale, politico e culturale della modernità capitalistica

Sin dalla sua prima edizione, pubblicata nel 1993, The Age of Migration si è rapidamente imposto come un testo di riferimento per le diverse «comunità epistemiche» che si occupano oggi di migrazioni a livello globale: è diventato una sorta di wikipedia cartacea (a cui ora si aggiunge un sito internet) per operatori dell’informazione e policy makers, ricercatori, funzionari di organizzazioni internazionali e Organizzazioni non governative. Di edizione in edizione (quella che qui si parla è la quarta, tradotta con il titolo L’era delle migrazioni, Odoya edizioni, pp. 400, euro 24), il libro di Stephen Castles e Mark J. Miller ha proposto una cartografia in continuo aggiornamento delle migrazioni contemporanee, dei più rilevanti problemi che pongono nonché del mutamento di indirizzo dei dibattiti pubblici e scientifici che le accompagnano. Fin da principio, infatti, l’ambizioso obiettivo dei due autori è consistito nel combinare questi diversi piani, nel non limitarsi a proporre un semplice «atlante delle migrazioni globali», ma nell’intrecciare dati, mappe e grafici con la discussione dei mutamenti di paradigma teorico intervenuti in questi anni nella ricerca sulle migrazioni e con un costante monitoraggio degli orientamenti dei governi, delle «opinioni pubbliche» e delle principali agenzie globali che intervengono sul tema. Costruito sulla base di una solida esperienza di ricerca di entrambi gli autori, che affonda le proprie radici in una serie di studi sulle migrazioni operaie in Europa occidentale nel secondo dopoguerra1, questo volume unisce il pregio di una scrittura chiara e accessibile alla capacità di restituire nei loro termini essenziali dibattiti e sviluppi teorici spesso di notevole complessità. Chiunque voglia farsi un’idea dello «stato dell’arte» relativamente alle migrazioni globali contemporanee troverà insomma in questo libro le basi essenziali da cui partire.

Tra espulsione e attrazione
L’era delle migrazioni, tuttavia, è anche qualcosa di più. Le migrazioni sono qui intese e analizzate secondo una prospettiva che le pone al centro dei processi di globalizzazione. In questione è prima di tutto la formazione di un nuovo sguardo teorico sui movimenti migratori, emerso dalle critiche che sono state rivolte negli ultimi decenni all’approccio «neo-classico», che ha a lungo considerato la migrazione come una sorta di effetto «automatico» dell’azione di «fattori di espulsione» (push) e di «fattori di attrazione» (pull). Da queste critiche, che hanno posto in evidenza il ruolo delle reti familiari e comunitari nel determinare la migrazione, la densità storica dei «sistemi migratori» e gli elementi di «autonomia» che caratterizzano l’esperienza migratoria, Castles e Miller giungono a definire la migrazione come una forma di «azione collettiva», al tempo stesso espressione e causa di profonde trasformazioni sociali tanto nei Paesi di provenienza quanto nei Paesi in cui i migranti si stabiliscono (temporaneamente o permanentemente). È in questo senso che va intesa la centralità dei movimenti migratori all’interno dei processi di globalizzazione: per quanto i migranti subiscano spesso forme particolarmente violente di «spoliazione» di diritti, discriminazione e sfruttamento (se ne troveranno molti esempi nelle pagine del volume), la migrazione è considerata in questo libro come una delle forze essenziali che stanno attivamente ridisegnando il paesaggio sociale, politico, economico e culturale del mondo contemporaneo. Combinando questi due punti di vista, la migrazione diviene nell’analisi di Castles e Miller un vero e proprio «fatto sociale totale», che consente di leggere in filigrana le tendenze più generali della globalizzazione, di cui questo libro è un eccellente sismografo.

Dall’Ottocento ai nostri giorni
Qualche parola va spesa sul titolo del libro, The Age of Migration. In che senso la nostra può essere definita «l’età della migrazione»? Senza risalire oltre nel tempo, la mobilità (tanto coatta quanto «libera») non è uno dei caratteri che definiscono la modernità capitalistica? E più specificamente, secondo un’argomentazione insistentemente proposta dagli storici: non c’è almeno un’«età» altrettanto segnata dalle migrazioni quanto quella contemporanea, ovvero i decenni della grande migrazione transatlantica tra Otto e Novecento? Non v’è dubbio che si tratti di domande pertinenti, e la grande vivacità degli studi storiografici sulle migrazioni negli ultimi anni aiuta a impostarle nel modo più produttivo e a guadagnare utili termini di comparazione per l’analisi delle migrazioni contemporanee. Castles e Miller, ovviamente consapevoli del rilievo di queste questioni, sono tuttavia convinti che a prevalere siano oggi gli elementi di novità rispetto al passato. Vale la pena di anticipare le ragioni di questa convinzione. È in primo luogo la geografia delle migrazioni a essere mutata, sia per la complicazione e la sovrapposizione delle rotte seguite dai migranti sia – e soprattutto – per il fatto che, a partire dalla decolonizzazione e poi in modo più marcato dagli anni Ottanta del Novecento, le migrazioni interessano l’intero pianeta, sono cioè un fenomeno per eccellenza «globale». Un numero crescente di regioni e Paesi sta poi vivendo una fase di prolungata «transizione migratoria», presentandosi cioè sia come aree di emigrazione sia come aree di immigrazione e contribuendo a complicare le «mappe» migratorie. In secondo luogo, all’accelerazione dei movimenti migratori si accompagnano una tendenza alla diversificazione dei modelli e degli status (immigrazione temporanea o insediamento permanente, migrazione per lavoro o ricerca d’asilo) e una profonda trasformazione della loro composizione: decisiva, da quest’ultimo punto di vista, è la progressiva «femminilizzazione» delle migrazioni, il crescente protagonismo delle donne al loro interno, con tutto ciò che ne consegue sotto il profilo della trasformazione dei rapporti tra i generi. In terzo luogo, infine, Castles e Miller parlano di una «maggiore politicizzazione», di una crescita senza precedenti del rilievo politico delle migrazioni, tanto su scala interna quanto su scala globale.

Dentro i confini nazionali
Sulla «novità» di ognuno di questi elementi sono ovviamente possibili obiezioni. Si potrebbe ad esempio notare, sulla traccia dei lavori di studiose femministe e postcoloniali, che l’autonoma mobilità delle donne non è un fatto recente e che migrazioni di grande importanza (ancora una volta: coatte e «libere») hanno accompagnato l’intero arco storico dell’espansione coloniale europea al di fuori del cosiddetto Occidente. Il problema sarebbe dunque in primo luogo lo «sguardo» – maschile e bianco – della scienza della migrazione, cieco di fronte a queste realtà. Pur assunta la correttezza e la rilevanza di queste osservazioni, a me pare tuttavia che, considerati nel loro insieme, gli elementi di «novità» segnalati da Castles e Miller giustifichino pienamente la scelta del titolo di questo libro. Ancora una volta, del resto, la migrazione caratterizza a loro giudizio l’«età» in cui viviamo perché è un’esperienza che non riguarda soltanto gli uomini e le donne che migrano. Un’altra obiezione che viene spesso mossa a quanti insistono sul rilievo della migrazione nel mondo contemporaneo è quella di «sovrastimare» un fenomeno tutto sommato statisticamente limitato, considerato che riguarderebbe non più del 3% della popolazione mondiale. In questione, qui, non sono soltanto i limiti delle statistiche che riguardano le migrazioni (a quanto osservano a questo proposito Castles e Miller in un’apposita nota preliminare si potrebbe ad esempio aggiungere che le «migrazioni interne» in Cina, un fenomeno gigantesco che sta cambiando la struttura demografica, sociale e culturale del Paese, coinvolgono secondo i dati del governo 150 milioni di donne e uomini, non censiti nelle statistiche sulle migrazioni «internazionali»).

Le rimesse dei cervelli
Il punto è, più in profondità, quello già ricordato: essendo una forma di «azione collettiva» e una forza di trasformazione sociale, la migrazione è un movimento che, lungi dal coinvolgere soltanto gli individui che migrano, agisce sulla società nel suo complesso, crea nuovi spazi sociali e culturali, ostacola attraverso il brain drain lo «sviluppo» dei Paesi di provenienza dei migranti oppure lo facilita attraverso le rimesse, modifica la composizione del lavoro nei Paesi di insediamento rendendo possibile l’affinamento di nuovi dispositivi di sfruttamento ma anche dando nuova linfa ai movimenti di rivolta contro di essi, agevola la diffusione di fondamentalismi più o meno «inventati» ma è anche all’origine di nuove pratiche di «ibridazione» culturale, crea nuovi canali «transnazionali» in cui circolano corpi in ceppi ma anche desideri potenti di libertà e uguaglianza.Su ciascuno di questi aspetti, e sui molti altri che si possono derivare dalla lettura del libro di Castles e Miller, agisce oggi come potente moltiplicatore e amplificatore lo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione. È facile vedere, in ogni caso, che la migrazione è ben lungi dal riguardare soltanto chi migra. Studiare il tempo della migrazione significa davvero, in questo senso, studiare il nostro tempo.
L’introduzione a questa edizione di The Age of Migration si apre con un riferimento a due delle più significative esperienze di lotta che si sono determinate attorno alla migrazione negli ultimi anni in Occidente: le rivolte delle banlieues francesi dell’autunno del 2005 e le straordinarie mobilitazioni per i diritti dei migranti negli Stati Uniti nel corso dell’anno successivo. Si tratta evidentemente di movimenti molto diversi tra loro, tanto per le forme quanto per i «linguaggi» in cui si sono espressi. E tuttavia, scrivono Castles e Miller, «sia le rivolte francesi sia le proteste negli Stati Uniti mostrano la trasformazione della società avvenuta negli ultimi decenni in seguito alla migrazione internazionale». Le rivolte nelle banlieues sono uno specchio in cui si riflette la difficoltà crescente che incontrano, in Europa e non solo, i diversi modelli di «integrazione» dei migranti.

I confini della cittadinanza
La moltiplicazione degli attacchi al «multiculturalismo» appare in questa luce il segno del prevalere di una reazione difensiva a quella sfida della diversificazione culturale che, secondo una delle tesi fondamentali di Castles e Miller, le migrazioni pongono alle concezioni tradizionali della «nazione» e della cittadinanza. Quel che ne risulta è un’enfasi sull’«integrazione» (evidente nell’introduzione di «test» e «accordi» di integrazione in diversi Paesi, tra cui l’Italia) che finisce per dilatare l’esperienza migratoria attraverso le generazioni, coinvolgendo nel sospetto di una lealtà deficitaria ai «valori» della cittadinanza non solo i migranti di recente arrivo, ma anche i figli e i nipoti di quelli giunti in epoche ormai lontane.
Le mobilitazioni statunitensi, d’altro canto, si sono indirizzate direttamente contro l’inasprimento della legislazione sull’immigrazione, la criminalizzazione degli «irregolari» e la costruzione di muri e fortificazioni lungo il confine con il Messico, dove l’azione di vigilantes privati e polizia di frontiera ha fatto da sfondo negli ultimi anni a un drammatico aumento nel numero di donne e uomini che hanno perso la vita nel tentativo di attraversarlo. A essere qui in questione sono i «confini della cittadinanza», tanto in senso letterale quanto in senso metaforico: la mobilitazione avviata nel 2006 dai migranti (in primo luogo latinos) ha infatti mostrato come tali confini attraversino la società statunitense nel suo complesso, a partire dal mercato del lavoro, e ha interpellato in profondità tanto il tessuto dell’associazionismo (prefigurando un nuovo «movimento per i diritti civili») quanto il movimento operaio (praticando nuove forme di sciopero sociale e attribuendo nuovo significato alla giornata del primo maggio, notoriamente non festiva negli Usa).
La migrazione è dunque anche terreno di lotta e di movimento (e questa affermazione potrebbe essere meglio verificata e qualificata spingendo lo sguardo al di fuori dell’Occidente, come Castles e Miller ci invitano a fare ricordando lo sciopero del 2006 degli operai edili migranti a Dubai).

Il ridisegno della sovranità
La «politicizzazione» delle migrazioni precedentemente menzionata si carica da questo punto di significati ulteriori rispetto all’investimento politico-elettorale effettuato sul tema da vecchie e nuove destre, all’insegna della criminalizzazione dei migranti, e al rilievo assunto dal nesso tra politiche migratorie e sicurezza tanto nella politica interna di molti Paesi quanto nelle relazioni bilaterali, regionali e globali tra gli Stati. Definita da Castles e Miller una «forza chiave della globalizzazione», la migrazione si presta in modo particolare a una lettura politica, nel senso che – come si è mostrato a proposito della cittadinanza, e come emerge nelle pagine dedicate al tema della sovranità – in essa si riflettono alcune delle più rilevanti trasformazioni che stanno investendo nel nostro tempo istituti e concetti politici fondamentali: il punto di vista delle migrazioni consente di gettare luce non solo sulle determinazioni «strutturali» di queste trasformazioni, ma anche sulle tensioni e sulle contestazioni che le segnano.
La migrazione, scrivono Castles e Miller, «complica la politica». Questo libro si incarica di mostrarlo ricostruendo le tendenze in atto a livello globale rispetto alle politiche migratorie e all’attivismo dei migranti, alla diversità culturale e ai processi di «segmentazione» del mercato del lavoro lungo linee di «genere, etnia, razza, origine e status giuridico». Su ciascuno di questi punti, e su molti altri, il lettore troverà qui i riferimenti fondamentali (tanto fattuali quanto bibliografici e teorici) e un’impostazione equilibrata del problema. Quanto è necessario, insomma, per avviare una ricerca che potrà poi svolgersi lungo linee e verso approdi anche diversi da quelli suggeriti da Castles e Miller, a cui andrà comunque riconosciuto il merito di avere offerto a chiunque sia interessato alle migrazioni uno strumento di lavoro imprescindibile.

La “Marcia europea dei sans-papiers e delle/dei migranti” arriva in Ticino

giugno 21, 2012


COMUNICATO STAMPA

Lugano, 21 giugno 2012

Lunedì 25 giugno a Chiasso
La marcia dei sans-papier arriva in Ticino: per un’Europa dei diritti e della solidarietà

I partecipanti alla “Marcia Europea dei Sans-papiers” organizzata dalla Coalizione Internazionale dei Sans-papiers” hanno fatto oggi il loro ingresso in Svizzera a Basilea. Partita il 2 giugno da Bruxelles, la marcia terminerà il 2 luglio prossimo, dopo un percorso che la porterà in diversi Paesi europei, con una manifestazione a Strasburgo sede del Parlamento europeo.

In Svizzera le tappe della marcia sono: dopo Basilea, Berna il 23 dove si unirà alla manifestazione nazionale “STOP a una politica migratoria che viola i diritti umani”, Wünnewil (Friburgo) il 24 e infine Chiasso il 25.
In Canton Ticino la marcia sosterà alcune ore prima di ripartire alla volta dell’Italia passando attraverso il valico di Chiasso. Molte le organizzazioni che aderiscono all’iniziativa (Csoa il Molino, Movimento dei Senza Voce, Scintilla, Sos Ticino, Stop all’ignoranza e sindacato Unia) e le iniziative previste.

Le ragioni della marcia sono molteplici ma non riguardano solo le persone sans-papiers: vanno dalla rivendicazione della libertà di circolazione e di residenza per tutte e tutti alla denuncia delle politiche europee repressive contro i migranti (Frontex, frontiere militarizzate, continue revisioni e inasprimenti del diritto d’asilo in Europa ed in Svizzera) contro la criminalizzazione strumentale e sistematica degli stranieri che si spinge sino ad un autoritarismo ed un paternalismo che si ripercuotono anche sulla parte più debole delle popolazioni autoctone.

La marcia vuole anche solidarizzare e stringere legami transnazionali con tutte quelle realtà, studenti, lavoratori, precari, No Tav, ecc. che in questi anni subiscono le ricadute delle politiche di austerità dettate dalla grande finanza e avallate da governi supini agli interessi del capitale.



La marcia arriva in Svizzera
Qui potete scaricare le immagini della marcia in Svizzera !!!

PROGRAMMA
Venerdì 22 giugno: Serata Cinemolino, Csoa il Molino, Lugano
Ore 19:00       Cena popolare in sostegno alla marcia europea
Ore 20:30      Presentazione della marcia dei Sans-Papiers a Chiasso
Proiezione del video sulla marcia Parigi-Nizza 2010: “Puisqu’on nous envoie promener” di Orlane Descout, Katie Baillot & Erwan Ricordeau, 112’, versione originale francese. “1 maggio 2010: un centinaio di sans papiers di tutti i dove partono da Parigi con la ferma intenzione di arrivare a Nizza per il vertice Francia-Africa. Ultima sfida al divieto di circolare a cui sono sottoposti, attraversano il paese a piedi. Da città a città, fra duri sforzi e incontri commoventi, l’obiettivo iniziale perde poco a poco d’importanza: al termine di questa avventura umana, non saranno più gli stessi.”

Sabato 23 giungo: Serata Scintilla Benefit, Bar dal Giovann, Osogna
19.00              Cena popolare vegan e concerto Juni e Quana musica nostrana

Lunedì 25 giugno: Marcia ticinese e passaggio della frontiera
14.00              Arrivo della marcia e pranzo solidale a Balerna, Grotto St. Antonio, Piazza Tarchini.
15.30              Partenza della Marcia alla volta di Chiasso e passaggio della frontiera.

CONTATTI:
in Ticino:
Euro de Ornelas, euro.deornelas@unifr.ch, 079 373 95 84

in Svizzera:
Basilea: Anna Lustenberger e Anina Zahn, medienmarschbasel@gmail.com, 076 285 57 86
Berna: Jacqueline Kalbermatter, jacqueline.kalbermatter@unifr.ch, 076 447 75 54
Friborgo: Mirjam Brunner, mirimali@hotmail.com, 078 759 78 66

Coalizione Internazionale dei Sans-Papiers:
Anzoumana Sissoko, marche.europeenne.sanspapiers@gmail.com , 0033 626 77 04 02

Ulteriori informazioni sulla marcia:
http://marcia-europea-dei-sans-papiers.blogspot.ch/

Informazioni sulla manifestazione del 23 giugno a Berna:
http://www.asyl.ch

L’APPELLO:
MARCIA EUROPEA DEI SANS–PAPIERS E DEI MIGRANTI DAL 2 GIUGNO AL 2 LUGLIO 2012

La Coalizione Internazionale dei Sans-papiers e migranti (CISPM) organizza una marcia dei diritti che farà tappa in cinque Paesi europei tra cui l’Italia. L’obiettivo è di rivendicare la libertà di circolazione e di residenza, la regolarizzazione globale di tutti i Sans-papiers, l’esercizio totale dei diritti dei migranti, la protezione e il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo, la cittadinanza di residenza, il rispetto dei diritti dei Rom e dei Sinti. Dal 2 giugno al 2 luglio 2012, la CISPM chiama tutti i difensori dei diritti umani, le associazioni, i sindacati, i lavoratori, i pensionati, gli indignati, gli studenti, i movimenti sociali, i partiti politici e tutti i cittadini a partecipare, in segno di solidarietà, alla MARCIA EUROPEA DEI SANS – PAPIERS E DEI MIGRANTI che avrà come tappa finale la sede delle istituzioni europee, il Parlamento europeo di Strasburgo.

La crisi economica e sociale tocca per prima le popolazioni che vivono in condizioni precarie, tra le quali i Sans-papiers e i migranti. La risposta dei governi è costantemente una politica di austerità e di rigore, di utilitarismo migratorio e di derive razziste e xenofobe.

Questa Marcia Europea è innanzitutto diretta contro le leggi repressive (arresti, detenzioni, espulsioni) di cui gli Stati europei si sono  dotati dalla creazione dello spazio Schengen, con istituzioni come Frontex, per « trattare » la questione dell’immigrazione. L’applicazione di queste leggi sta diventando sempre più brutale, xenofoba e arbitraria, motivi per i quali riteniamo che sia giunto il momento per i Sans-papiers e per i migranti di marciare verso il Parlamento Europeo di Strasburgo.

Vogliamo portare presso i deputati le nostre richieste, con proposte tratte dalla nostra esperienza difficile di Sans-papiers e migranti e dalle nostre lotte in Francia (con l´occupazione e l’espulsione dalla chiesa St Bernard di Parigi nell’agosto del 1996), in Italia (con la grande marcia su Roma il 7 ottobre 1989 in memoria di Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano assassinato in provincia di Caserta) e in molti altri paesi europei (Svizzera, Spagna, Germania, Belgio, Lussemburgo, ecc.). Riporteremo alla memoria di tutti, l´immigrazione del XX secolo, dove soldati e operai hanno, durante le due Guerre mondiali o sul lavoro, contribuito a gettare le basi della libertà sulla quale si è costruito in Europa lo sviluppo industriale del secolo scorso.

Marceremo contro l’ingiustizia, le discriminazioni e la disuguaglianza che affliggono sempre di più le popolazioni straniere e più generalmente tutti gli strati precari europei, facendo tappa anche a Verdun e Schengen per ribadire quanto l´Europa degli accordi di Schengen abbia tradito la sua vocazione all’emancipazione dei popoli.

TUTTI INSIEME A STRASBURGO!

Coalition Internationale des Sans-papiers et Migrant.e.s (CISPM)

23 giugno 2012, Manifestazione a Berna, STOP ad una politica migratoria che non rispetta i diritti umani.

giugno 20, 2012


Il 23 GIUGNO 2012 – Berna

Inizio: ore 14.30 – Schützenmatt
Fine: ore 17.00 – Piazza federale
Il percorso della manifestazione

Scarica il Manifesto

Da tanti anni in questo paese predomina una campagna diffamatoria contro i/le richiedenti d’asilo, i rifugiati, i Rom, i sans-papiers, contro immigrati/e e stranieri/e irregolari in generale. Partiti e media attribuiscono i problemi sociali ed economici della Svizzera coscientemente agli immigrati/alle immigrate. Sono indesiderati come persone, ma i benvenuti per addossare loro tutte le colpe. In più, da sempre sono strumentalizzati politicamente come i simboli di minacce e insicurezza. Invece di ridurre gli ostacoli strutturali e politici nell’accesso a educazione, al lavoro e ai diritti politici, gli/le immigrati/e vengono rimproverati/e di mancanza d’integrazione. Ora, le condizioni per i richiedenti d’asilo e gli/le immigrati/e – già adesso inaccettabili e invivibili– sono aggravate. Noi invece diciamo:

  • No alla campagna diffamatoria contro i richiedenti d’asilo!

Una nuova revisione della legge sull’asilo (LAsi) prevede di escludere di principio gli obiettori di coscienza
dall’asilo, d’interdire le attività politiche dei rifugiati in Svizzera e di abolire le possibilità di presentare
una domanda d’asilo nelle ambasciate svizzere all’estero.

  • No alla prassi di naturalizzazione inasprita!

Solo gli/le immigrati/e «ben integrati/e» sono naturalizzati/e. Secondo la nuova legge, la naturalizzazione
sarà possibile unicamente per gli/le immigrati/e con permesso di soggiorno C (permesso di domicilio). La
naturalizzazione agevolata per i/le giovani che sono cresciuti e andati a scuola qui, ma che hanno solo
una decisione d’ammissione provvisoria (permesso F) o un permesso di dimora (libretto B), sarà abolita
con la revisione della legge federale sull’acquisto della cittadinanza svizzera (LCit).

  • No all’integrazione forzata!

Una nuova legge sull’integrazione produce una norma di «buona integrazione». E una nozione molto
vaga che però sarà decisiva per le future somministrazioni e proroghe di permessi di soggiorno.

  • No allo sfruttamento e all’oppressione sistematica di più di 100’000 sans-papiers che vivono in
    Svizzera! Rivendichiamo la regolarizzazione colletiva di tutti i sans-papiers!

Lo stato federale svizzero – con le previste revisioni della legge sull’asilo, della legge sull’acquisto della cittadinanza e la nuova legge sull’integrazione – tenta di chiudere le sue frontiere e di negare i diritti agli/alle immigrati/e che vivono in Svizzera. Perciò facciamo appello ad una manifestazione svizzera il 23 giugno 2012. Così dimostriamo che non accettiamo le previste modifiche della legge sull’asilo, ostili ai diritti umani e agli/alle immigrati/e! Ancora una volta combattiamo contro la pubblica campagna diffamatoria contro i/le richiedenti
d’asilo e contro i previsti peggioramenti della legge sull’asilo.

Difendiamo il diritto all’asilo, all’immigrazione e all’integrazione nella nostra società!
Rivendichiamo una politica migratoria degna dell’essere umano!
Rivendichiamo gli stessi diritti per tutti e la gestione sociale comune anziché un’integrazione forzata!

AL Schaffhausen | Alternative Linke Bern (AL Bern) | Anlaufstelle für Sans-Papiers Basel | augenauf Bern | augenauf Zürich | Bleiberecht Schweiz | C.E.D.R.I. Comité Européen pour la Défense des Réfugiés et Immigrés | CaBi – Anlaufstelle gegen Rassimus | CCSI Genève | CCSI/SOS Racisme Fribourg | cfd – die feministische friedensorganisation | Collectif de soutien et de défense des Sans-Papiers de la Côte | Collectif Vaudois de Soutien aux Sans-Papiers | Coordination Asile Migration Vaud | Coordination asile.ge | CSP Genève | CSP-VD (Centre Social Protéstant Vaud) | Djb – Demokratische Juristen und Juristinnen Bern | Entwicklungszusammenarbeit der Evang.-ref. Gesamtkirchgemeinde Bern | FIMM Schweiz | FIZ Fachstelle Frauenhandel und Frauenmigration | Forum Civique Européen (FCE) | Frauen für den Frieden Schweiz | Freiplatzaktion Zürich | Gesellschaft für bedrohte Völker (GfbV) | grundrechte.ch | Grüne Kanton Luzern | Grünes Bündnis Stadt Bern | GSsA – Groupe pour une Suisse sans Armée | Humanrights.ch / MERS | IG Binational | Interprofessionelle Gewerkschaft der ArbeiterInnen IGA, Basel | ITIF (Föderation der Arbeiter aus der Türkei in der Schweiz) | JDS – Juristes démocrates Suisse | Jeune Verts Suisse | JS Suisse | Junge Alternative JA! | Junge Grüne Aargau | Kommission für Oekumene, Mission und Entwicklungszusammenarbeit der Evang.-ref. Gesamtkirchgemeinde Bern | Kontakt- und Beratungsstelle für Sans-Papiers Luzern | l’autre syndicat | Les Verts | Liste 13 gegen Armut und Ausgrenzung | Luzerner Asylnetz | Movimento dei Senza Voce | PCS Suisse | PS Suisse | Schweizerischer Friedensdienst SFR, Zürich | SIT – Syndicat interprofessionnel de travailleuses et travailleurs | Solidaritätsnetz für Sans-Papiers Bern | Solidaritätsnetz Ostschweiz | Solidarité sans frontières | Solinetz Basel | SOS Asile Vaud | SPAZ – Anlaufstelle für Sans-Papiers Zürich | Stopexclusion | Syndicat Syndicom | Syndicat Unia | TERRE DES FEMMES Schweiz | Union der ArbeiterInnen ohne geregelten Aufenthalt Basel | vpod-ssp |

Scuola libera per i bimbi sans papier

giugno 16, 2012

Il Consiglio federale: nessun obbligo di dichiarare lo status degli alunni

BERNA – Tutti i bambini hanno diritto alla scolarità: a partire da questa considerazione il Consiglio federale ha rinunciato – sulla base anche di possibili incompatibilità con la costituzione e il diritto internazionale – alla misura che rendeva obbligatorio per le scuole dichiarare gli allievi sans-papier.

L’obbligo di dichiarare i sans-papier – ha suggerito il Consiglio federale – dovrebbe essere associata a una possibilità di regolarizzazione, sebbene questa è molto difficile che una simile disposizione riesca a ottenere una maggioranza politica.

Sottolineando la possibilità di migliorare lo scambio dei dati, il Consiglio federale ha ribadito le conclusioni cui era giunto nel dicembre 2010: globalmente le disposizioni sullo scambio di dati fra Confederazione e cantoni sono sufficienti nei settori delle assicurazioni sociali, dell’aiuto sociale, delle naturalizzazione e delle imposte. Il Governo rinuncia, dunque, alla creazione di una banca dati nazionale nel settore sociale: investimento eccessivo rispetto ai benefici. Le differenti assicurazioni sociali devono già trasferire dati fra loro per impedire il pagamento indebito di prestazioni.

Nel settore del lavoro nero, invece, bisognerà valutare se gli organi di controllo devono beneficiare di un migliore accesso alla banche dati della assicurazioni sociali e dell’assistenza. Un’inchiesta, invece, è stata avviata dal Governo attraverso i dipartimenti federali per valutare se lo statuto dei sans-papier può essere coerente con la legislazione sugli stranieri, il diritto delle assicurazioni sociali e le disposizioni applicabili al lavoro nero.

ats

Consiglio Nazionale: nuovo giro di vite nell’asilo, solo aiuto urgente

giugno 13, 2012


Il Consiglio nazionale ha iniziato stamani il dibattito fiume sulla revisione del diritto d’asilo e dalle prime decisioni già emerge un ulteriore “giro di vite”.

I richiedenti l’asilo non riceveranno più l’aiuto sociale, ma solo quello urgente, quelli “problematici” saranno rinchiusi in centri speciali, l’asilo sarà concesso solo al coniuge e ai figli minorenni di un rifugiato e non sarà più possibile depositare una domanda d’asilo in un’ambasciata svizzera. La revisione era già stata discussa dagli Stati in dicembre. Fin dal dibattito d’entrata in materia, accolta con 158 voti contro 34 e 2 astenuti, la sinistra ha tentato invano di bloccare la revisione. Questo progetto segna un cambiamento di filosofia: al posto di combattere gli abusi, se la prende con i veri rifugiati, ha dichiarato Antonio Hodgers (Verdi/GE), pure lui a suo tempo rifugiato. Inasprire la legge, come sta facendo il parlamento da 30 anni con una decina di revisioni, non è servito a combattere gli abusi. Destra e centro sono invece convinti della necessità di maggiore fermezza in questo settore.

Abolito l’aiuto sociale
L’abolizione dell’aiuto sociale per gli asilanti, chiesto da Philipp Müller (PLR/AG), è stata accolta con 109 voti contro 76 e 5 astenuti. In futuro dovranno tutti accontentarsi dell’aiuto urgente. Attualmente, i richiedenti l’asilo ricevono l’aiuto urgente al posto di quello sociale soltanto quando le autorità competenti hanno già respinto la loro richiesta o non sono nemmeno entrate nel merito.
Per Ueli Leuenberger (Verdi/GE) rifiutare l’aiuto sociale a tutti i richiedenti, tagliando loro i viveri, significa produrre nuovi delinquenti e punire le persone veramente perseguitate. Città e cantoni si oppongono a questo provvedimento, ha pure ricordato l’ecologista.
I beneficiari dell’aiuto urgente non hanno un alloggio fisso e non hanno il diritto di lavorare. Estendere questa soluzione a persone traumatizzate e torturate è inumano ed è contrario alla tradizione umanitaria della Svizzera, ha osservato inutilmente la consigliera federale Simonetta Sommaruga.
Lo schieramento borghese è rimasto insensibile a questi appelli. Alloggio, vitto e cure mediche: l’aiuto urgente non è inumano, ha sostenuto Ruth Humbel (PPD/AG). Inoltre le necessità delle persone particolarmente vulnerabili saranno prese in considerazione, ha garantito Philipp Müller.

No ai centri d’internamento
L’idea di creare centri d’internamento per i richiedenti problematici, lanciata da UDC e Lega, non ha convinto il Consiglio Nazionale che si è invece pronunciato, con 136 voti contro 54, a favore di centri speciali, non chiusi.
Per Roberta Pantani (Lega/TI) l’internamento è l’unica soluzione per porre fine a “aggressioni a scopo di rapina, furti, molestie ai danni della popolazione e pestaggi”. “Chiasso ne sa qualcosa”, ha aggiunto. È più che mai giunto il momento di rinchiudere “elementi del genere”, ha aggiunto Hans Fehr (UDC/ZH).
“Non è ammissibile rinchiudere chicchessia senza la decisione di un giudice. Chi introduce una prassi del genere si allontana dai principi basilari di questo Stato”, ha risposto Daniel Vischer (Verdi/ZH). PS e Verdi si sono opposti anche ai centri speciali, ma senza successo.
Meno contestata è stata l’introduzione di un’altra regola: in futuro, cantoni e comuni non potranno più opporsi al fatto che sul loro territorio siano accolti – provvisoriamente – richiedenti l’asilo. Il Nazionale ha pure accolto la proposta di Philipp Müller (PLR/AG) di inserire i provvedimenti in un progetto separato per poter far uso della clausola d’urgenza. Sulla questo punto si voterà comunque in un secondo tempo, dopo l’eliminazione delle divergenze.

Ricongiungimento
La Camera del popolo ha inoltre reso più restrittivo l’asilo per ragioni famigliari: solo il coniuge e i figli minorenni di un rifugiato potranno ottenere infatti lo stesso statuto. Non è la fine del ricongiungimento famigliare: un rifugiato potrà far venire la famiglia, ma i parenti non otterranno lo stesso statuto, ha detto Ruth Humbel (PPD/AG).
La sinistra si è battuta per lo statu quo. Un rifugiato si integra molto meglio se vive in famiglia, ha fatto notare Antonio Hodgers (Verdi/GE). Inoltre le persone che vengono in Svizzera per il ricongiungimento famigliare non sono milioni: nel 2010 erano in tutto 1566.
Sul fronte opposto, Yvan Perrin (UDC/NE) ha chiesto la soppressione totale dell’asilo famigliare per ridurre l’attrattiva della Svizzera. Alla fine è stato accolto il compromesso proposto da Roland Fischer (Verdi liberali/LU) – asilo famigliare solo al coniuge e figli minorenni – ma con due soli voti di scarto.
Come gli Stati, anche il Nazionale ha stralciato la possibilità di chiedere l’asilo in un’ambasciata. Ha inoltre deciso che gli obiettori di coscienza non dovrebbero più essere riconosciuti in qualità di rifugiati.
Il dibattito proseguirà domani.

(ats)

Il Consiglio federale approva il rapporto sull’assicurazione malattie e l’accesso all’assistenza sanitaria per i sans-papiers

maggio 24, 2012

Berna, 23.05.2012 – Il Consiglio federale ha approvato il rapporto «Assicurazione malattie e accesso all’assistenza sanitaria per i sans-papiers», elaborato in adempimento del postulato del 28 maggio 2009 depositato dalla consigliera nazionale Heim. Il rapporto illustra la situazione dei sans-papiers in relazione all’assicurazione malattie e all’assistenza sanitaria. Il Consiglio federale ritiene decisamente opportuno che l’assicurazione malattie sia estesa per quanto possibile a tutti i sans-papiers.

Dato che sono residenti in Svizzera, i sans-papiers sono assoggettati all’assicurazione sociale malattie in virtù della LAMal. In risposta al postulato Heim, il Consiglio federale ha esaminato la situazione di questo gruppo di popolazione nei diversi Cantoni in relazione all’assicurazione malattie e all’assistenza sanitaria.

Emerge che, in realtà, solo una minoranza di essi è assicurata contro le malattie. Ciò è attribuibile, da un lato, alla resistenza degli stessi sans-papiers nei confronti delle autorità e alla loro precarietà finanziaria e, dall’altro, all’atteggiamento degli assicuratori e ai mezzi di controllo a disposizione dei Cantoni per garantire l’obbligatorietà assicurativa di queste persone. Per quanto attiene alle cure prodigate ai sans-papiers non assicurati, si constata altresì che, a seconda dei Cantoni, il loro accesso alle cure è limitato e diseguale rispetto al resto della popolazione.

I sans-papiers non assicurati possono generare costi sociali elevati: infatti, se le fatture non sono saldate, a farne le spese sono in primo luogo i fornitori di prestazioni, e in seguito – come è spesso il caso – l’ente pubblico. Rinviando le visite mediche fino al momento in cui diventano inevitabili, i sans-papiers necessitano sovente di trattamenti più costosi.
Il Consiglio federale auspica pertanto un aumento del livello di copertura assicurativa dei sans-papiers. Non ritiene invece necessaria una revisione della LAMal, poiché il quadro giuridico incentrato sull’obbligo generale di assicurazione è sufficientemente chiaro.

Il Rapporto in formato PDF

HOMO FABER Il pragmatico flâner del legame sociale

aprile 17, 2012

da Il Manifesto del 17 aprile 2012
di Benedetto Vecchi

Il nuovo volume di Richard Sennett è emblematicamente titolato «Insieme». Dopo la riscoperta delle virtù dell’uomo artigiano, la posta in gioco per sopravvivere al capitalismo flessibile serve infatti apprendere la cooperazione e la condivisione delle poche risorse per vivere in società
Il «flâner del sapere» si aggira per biblioteche e per la Rete. Legge una pagina, visita un sito Internet, appunta alcune righe per poi passare, con voracità, ad altri brani e nodi della Rete. È alla ricerca della soluzione a un problema contingente. È un pragmatico che non si fa distrarre da nulla, perché ha un compito, meglio una vision che lo guida nelle sue peregrinazioni Non ha dunque nessuna delle caratteristiche dell’inoperoso viandante metropolitano descritto da Walter Benjamin. In questo Insieme (Feltrinelli, pp. 331, euro 25) Richard Sennett non si limita ad addomesticare la figura del flâner, ma lo accosta all’artigiano, parola chiave scelta dal sociologo statunitense per descrivere una via d’uscita dal darwinismo sociale che caratterizza il capitalismo contemporaneo.
Il flâner artigiano si avvicina così a un problema con cautela; lo analizza, pondera tutte le alternative per poi scegliere la migliore soluzione, secondo una strategia incentrata sulla cooperazione con i suoi simili, prevenendo così conflitti distruttivi. Non è detto che la soluzione trovata sia innovativa; può accadere infatti che venga riproposto il già noto. Nella sua attività, la mano non è mai separata dalla mente, mirabile ricomposizione tra lavoro intellettuale e manuale che il capitalismo ha ferocemente separato nel processo lavorativo moderno.

Congedo dalla tradizione
Come scrive la scrittrice Antonia Susan Byatt ne Il libro dei bambini (Einuadi), mirabile storia del socialismo utopico inglese, l’artigiano plasma la materia, provando a esprimere una tensione artistica che, oltre allo stile, sia funzionale rispetto l’uso del manufatto. L’uomo artigiano è un artista che ha un’attenzione maniacale alla pragmatica dell’oggetto. Ma se questo apparteneva al passato prossimo della modernità capitalistica, nel presente l’artigiano è il designer, il programmatore informatico e l’operaio che lavora in un’organizzazione produttiva che ha preso congedo dall’organizzazione scientifica del lavoro a favore del lavoro di squadra. C’è però il sospetto che il flâner-artigiano, più che griglia analitica per analizzare i rapporti tra capitale e lavoro vivo sia in realtà un metadiscorso, disincarnato dai rapporti sociali dominanti, per indicare il soggetto centrale di una proposta politica per avviare una lenta trasformazione del capitalismo. Sospetto rafforzato dal fatto che questo libro di Sennett è il secondo appuntamento di una trilogia iniziata, appunto, con la pubblicazione dell’Uomo artigiano (Feltrinelli). A differenza del primo volume, tuttavia, Insieme è un libro che ha una struttura labirintica, dove il rischio di perdersi è molto alto, nonostante una prosa che ricorda più un romanzo storico che non un saggio sociologico.
L’avvio di questa seconda puntata del «Progetto Homo Faber» è dedicato alle differenze presenti nel movimento operaio delle origini, stabilendo l’esistenza di due tradizioni opposte. La prima è esemplificata dalla socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento, un partito operaio interessato a un superamento del capitalismo attraverso la conquista del potere politico (e dunque dello stato). La seconda tradizione, la sinistra sociale, è quella che ha puntato a risolvere i problemi contingenti degli operai. È la sinistra degli attivisti sociali, legata alla comunità operaia, che organizza mense, scuole, cooperative di consumo. Tradizione minoritaria, ma che può prendersi la sua rivincita dopo il fallimento del socialismo reale e della socialdemocrazia.
Il lettore avvertito non ha difficoltà a trovare echi di una discussione anche italiana. Ma nella narrazione di Sennett, cha ha la sua origine dal Museo della questione sociale inaugurato a Parigi durante l’esposizione universale, non c’è spazio per il conflitto di classe, né è scandita da vittorie e sconfitte, bensì da pratiche sociali che vogliono, pragmaticamente, modificare i rapporti di forza tra le classi presenti nella società capitalistica a partire dal mutuo soccorso e dalla ricostruzione di legami sociali che lo sviluppo capitalistico distrugge. Per fare questo, gli attivisti sociali sanno che devono rafforzare la personalità di chi è messo ai margini o in una condizione di sottomissione dallo sviluppo capitalistico, creando reti di solidarietà e di condivisione delle risorse, attraverso tecniche di collaborazione, dove le relazioni vis-à-vis svolgono un ruolo preminente rispetto alle logiche dell’organizzazione politica, dove la specializzazione e la divisione del lavoro danno luogo a una gerarchia che alimenta il risentimento dei rappresentati nei confronti dei rappresentanti. Da qui la centralità della diplomazia, cioè di quel lavoro dialogico per far sì che non venga meno la relazione tra soggetti antagonisti. (Nel libro ci sono pagine molto belle di analisi del quadro «Gli ambasciatori» del pittore cinquecentesco Hans Holbein). E se nelle relazioni tra stati, la diplomazia ha propri codici, per la «diplomazia dal basso», cioè quella esistente all’interno della classe operaia e tra questa e le forme politiche statali decentrati – le amministrazioni comunali e le istituzioni del welfare state – è necessario elaborare codici linguistici e comportamentali specifici.

La triade della sinistra sociale
La sinistra sociale deve quindi attingere a saperi specialistici – la psicologia sociale – o riscoprire i testi dedicati appunto al lavoro artigiano. Meglio deve fare proprie le categorie che hanno scandito i rapporti all’interno dei laboratori artigianali, cioè il talento, il merito, la fiducia, parole che attengono più alle teoria dell’organizzazioni produttive che non a una dimensione politica. In altri termini l’attivismo politico deve produrre «sociabilità», che non va confusa con la socialità, perché indica l’apprendimento alla convivenza con l’Altro.
Sennett prima di diventare un sociologo ha per molto tempo inseguito il sogno di diventare musicista e per esemplificare le pratiche politiche di una rinnovata sinistra introduce l’immagine dell’orchestra, dove c’è sì un direttore e una divisione del lavoro, ma all’interno del quale le differenze non sono cancellate da nessun interesse generale, bensì sono valorizzate in una dialettica che oscilla tra cooperazione e competizione, proprio come avveniva nei laboratori artigiani. Solo così si riesce a contrastare l’«effetto tartaruga» che i singoli sperimentano nelle metropoli contemporanee. Costretti a condividere uno spazio, i singoli tendono infatti a ritirarsi dalla vita pubblica, ripiegando in un individualismo dove la «corrosione del carattere» è l’esito di un capitalismo che ha rinunciato, in nome di un profitto a breve termine, ad essere un progetto di società certo gerarchico ma tuttavia inclusivo. Per questo, annota Sennett, «la collaborazione dialogica è la nostra meta, il nostro Santo Graal».
Dunque, cooperazione, diplomazia del basso, mutuo soccorso per ricostruire il legame sociale. Obiettivo a portata di mano, al punto che lo studioso statunitense non ha molti problemi a evocare la guanxi cinese, cioè quelle reti sociali incardinate sul rispetto, la reciprocità che consentano ai cinesi della diaspora di sentirsi a «casa propria» in ogni posto decidono di vivere. Poco importa se la guanxi ha ben poco a che fare con la libertà, l’eguaglianza e la solidarietà, cioè i tre punti cardinali di una sinistra sociale degna di questo nome. Cinonostante, la guanxi è, per Sennett, la condizione necessaria di una politica della trasformazione che prende definitivamente congedo da quelle tradizioni del movimento operaio che hanno cercato di cambiare il mondo, ma che hanno fallito nel loro obiettivo.
Testo dunque politicamente ambizioso, questo Insieme. ma facile da criticare. La critica non può però partire da una difesa di quelle tradizioni politiche sconfitte. Più realisticamente, l’«uomo artigiano» di Sennett, con la sua antropologia ottimista scandita da cooperazione, condivisione e reciprocità, più che un soggetto critico del capitalismo flessibile è un ordine del discorso teso a ripristinare una idea di comunità e di relazioni sociali complementari, ma non antagoniste ai rapporti sociali dominanti. Relazioni sociali che si diffondono come un virus fino a far diventare il capitalismo un residuo destinato a scomparire. I limiti della lettura di Sennett stanno però nell’assenza di una teoria del Politico adeguata ai rapporti sociali dominanti.
Il Politico, infatti, non è un corpo estraneo ai rapporti sociali. Ne è parte attiva, laddove attiva, sia a livello nazionale, che sovranazionale, forme di governance, cioè su una «diplomazia dal basso» dove la collaborazione dialogica rafforza i legami comunitari su base locale al fine di riprodurre l’ordine esistente. L’assenza di una teoria del Politico, e dunque del rapporto sociale dominante, rende la proposta di Sennett di stare Insieme espressione di un «debole volontarismo». Sia ben chiaro, nessuna nostalgia per qualsiasi tipo di autonomia del politico. Semmai la necessità di avere piedi e testa saldamente ancorati in una realtà dove l’espropriazione della ricchezza avviene nel processo produttivo e nei processi produttivi di, per usare il lessico di Sennett, sociabilità. La malinconia o il suo fratello gemello, l’ottimismo della volontà, è meglio lasciarla ai cultori del legame sociale e delle figure nobili, ancorché interstiziali dell’«uomo artigiano».

Una jam session resistente

aprile 13, 2012

da il manifesto del 13 aprile 2012

Jacques Derrida, Édouard Glissant

La creolizzazione è un termine pacato per indicare come nella mondializzazione la cancellazione delle differenze linguistiche sia un processo destinato al fallimento. E indica altresì un programma di lavoro per definire criticamente le gerarchie presenti nella globalizzazione. Il dialogo tra due teorici della modernità. Un’anticipazione dall’ultimo numero della rivista «Lettera internazionale»
Il testo che segue è la conversazione tra il filosofo francese e lo scrittore e saggista antillano avvenuta all’interno di un seminario di studi sulla realtà contemporanea. La discussione tra i due intellettuali è attorno allo spaesamento provocato da quella condizione definita «Tutto-Mondo», cioè alla tendenza fortemente dominante nella globalizzazione tendente alla produzione di una «cultura omogenea» che cancella le diversità e le differenze. Di fronte a questo scenario, Derrida propone tecniche di sottrazione e di defezione. Diversa è invece la prospettiva di Glissant, che fa della valorizzazione delle differenze un principio politico irrinunciabile. In entrambi i casi, comunque, è forte la sottolinenatura critica del carattere «teologico» con cui il pensiero dominante propone la globalizzazione come migliore dei mondi possibili. Un dialogo che presenta la sua attualità in una situazione dove la globalizzazione ha perso la sua spinta propulisiva, nonostante i suoi apologeti continuino a presentare la religione del libero mercato come soluzione alla crisi di un modello sociale, politico e economico.

Édouard Glissant. Vorrei soltanto indicare due o tre linee di discussione a proposito di quello che ha detto Jacques. La prima è che mi sembra che, sulla questione del tremore, egli si sia collocato risolutamente, e a ragione, in un campo teologico, se non addirittura teleologico, in cui il tremore interviene come categoria del rapporto con Dio. E ha anche giustamente posto la discussione sotto il segno del multilinguismo – che mi è caro perché uno dei miei princìpi è che scrivo in presenza di tutte le lingue del mondo. Ma dove vorrei stimolare un dibattito, è sul fatto che penso che Dio sia monolingue e che gli dèi siano multilingui. Quando dico che Dio è monolingue, voglio dire che Il Dio è monolingue. Gli dèi sono plurilingui perché non sono la stessa cosa. Il Dio – può essere il Dio degli islamici, il Dio degli ebrei, può essere il Dio dei cristiani – è il Dio, il Dio geloso e monolingue ed è lo stesso Dio geloso per gli uni e per gli altri; gli dèi amerindi, invece, che sono dèi sparsi – contrappongo gli dèi sparsi al Dio geloso – sono dèi plurilingui: perdono la loro lingua, ne inventano un’altra, non conoscono la sacralità della lingua e della rivelazione. È questo che voglio dire, c’è una differenza tra il Dio che è monolingue e gli dèi che sono plurilingui.
Allora, dovremmo cercare di discutere sulla questione a partire dalla simbologia della Torre di Babele, ovvero: se si parlano varie lingue, non ci si può più intendere ed è la fine della comunità. Si tratta di una difesa eclatante del monolinguismo. Bisognerebbe forse discutere di tutto ciò. La differenza, rispetto a quello che penso del tremore, è che per me il tremore è una categoria del rapporto con il mondo e con il mondo attuale, mentre Jacques ne fa una categoria prima di tutto del rapporto con Dio.
È una differenza interessante perché ho notato che, nel suo discorso, Jacques, per lo meno a due riprese, ha detto: «Un tremore degno di questo nome», e io penso che non ci sia alcun tremore degno di questo nome perché, se un tremore è degno di questo nome, non è più un tremore. Dunque, c’è la questione, che può essere interessante da trattare, della categoria del rapporto con Dio e della categoria del rapporto con il mondo. E da questo punto di vista, là dove non sono affatto d’accordo – dove non sollevo domande, ma dico che non sono d’accordo – è dove Jacques dice che c’è mondializzazione e, dunque, non c’è mondo: cioè che tutto ciò che costituisce il carattere negativo della mondializzazione, che egli ha mostrato in dettaglio, fa sì che possiamo dire che in effetti non c’è mondo nel suo discorso.
Da parte mia, contrappongo alla mondializzazione ciò che chiamo mondialità: per me la mondialità è l’intuizione, il senso, la prospettiva e la poetica dell’insieme delle interrelazioni del mondo – anche minacciato, anche sotto lo sguardo dei satelliti, anche sotto il dominio delle potenze egemoniche – che fa sì che in noi ci sia questa poetica della mondialità che è il contrario «positivo» (lo diremo tra virgolette perché «positivo» è un termine di cui bisogna diffidare) della mondializzazione. Del resto, quando ho espresso per la prima volta l’idea della poetica della mondialità da contrapporre a ciò che sappiamo del negativo della mondializzazione, ho notato che qualche tempo dopo alcune associazioni internazionali che si dicevano antimondialiste hanno cambiato il loro nome e si sono dette per l’altermondialità. In altre parole, c’è qualcosa che si sta muovendo e non si tratta solo del negativo della mondializzazione, che pure è importante; c’è anche ciò che chiamo una poetica: una poetica non significa scrivere poesie: significa avere una concezione del modo di pensare, di agire e di sentirsi nel mondo. E questa poetica della mondialità fa sì che, per me, ci sia un mondo. Il mondo non smette di esistere e si può agire, secondo me, solo nel mondo, cioè si può agire solo in funzione di questa poetica della mondialità che sarebbe un mondo. Si tratta forse di cose di cui bisognerebbe discutere per vedere se siamo d’accordo.

Jacques Derrida. Hai ragione nel sottolineare che l’espressione «degno di questo nome», di cui mi servo spesso, e che è stata oggetto di discussione permanente con i miei più grandi amici, è problematica. Non voglio fare un discorso lungo sulle ragioni che potrebbero giustificare l’uso di questa espressione; dirò soltanto che oggi, quando dico «un tremore degno di questo nome» intendo suggerire, attraverso tutti i giochi inestricabili degli usi letterali o figurati della parola «tremore», che non si sa che cosa vuole dire questa parola. Si possono riconoscere usi della parola «tremore», ma il tremore degno di questo nome non esiste.
È possibile tuttavia rilevare quanto meno un effetto di senso; quando parliamo tra noi, supponiamo di comprendere che cosa vuol dire «tremare» in una lingua. Abbiamo memoria di un nome e su di noi incombe la responsabilità di determinare che cosa, in linea di principio, questo nome vuol dire: anche se in seguito le cose si complicano infinitamente, c’è una presupposizione di ciò che sarebbe degno di questo nome, del fatto che una cosa sia o non sia degna del suo nome. Se si volesse tradurre tutto ciò in linguaggio saussuriano (significante, significato, referente), si direbbe: il referente è degno di essere chiamato così, è cioè degno del suo significato che è degno del suo significante. Si presuppone un’adeguazione. È il presupposto del linguaggio. Non dico che questa adeguazione abbia luogo: se esistesse veramente, non ci sarebbe mai alcuna possibilità di malinteso, non ci sarebbe poesia.
Infine, un ultimo punto. Ogni volta che ho l’occasione di prendere la parola e di prendere posizione pubblicamente, mi rendo conto di essere sempre più altermondialista. L’ho detto e l’ho scritto – anche se il movimento altermondialista è oggi ancora eterogeneo e caotico. Preferisco l’espressione altermondialista all’espressione antimondialista. Una volta detto questo e trovandoci d’accordo, ti pongo una domanda. Quando parli del «Tutto-Mondo» supponi che ci sia un mondo e che il mondo sia uno? Perché se il mondo è uno, se c’è un mondo, allora tutti i discorsi sull’arcipelago, sul segreto, crollano. Da parte mia, credo che tutti noi supponiamo che ci sia un mondo; ma allo stesso tempo sono esattamente, letteralmente persuaso del contrario, cioè che tra il mio mondo e il mondo di chiunque altro ci sia un abisso incolmabile. C’è un’infinita molteplicità di mondi intraducibili. Per me, il mondo è una pluralità di mondi possibili. Dunque, non c’è un mondo, e dunque, soprattutto, non c’è un «Tutto-Mondo» – se «tutto» vuol dire che tutto vi si raccoglie. Se veramente il tutto presuppone l’unità raccolta di un mondo, allora è lì che si pongono le vere questioni.

Édouard Glissant. Per me, «Tutto-Mondo» vuol dire un processo ininterrotto di relazioni e la quantificazione assoluta di tutte le componenti del mondo, dalla più grande alla più piccola, dalla più spessa alla più sottile, dalla più leggera alla più pesante. La nozione quantitativa di relazioni sostituisce la nozione qualitativa di universale. Per me, è questo il «Tutto-Mondo», un mondo che si ripercuote su di noi in maniera immediata, ma è evidente che si ripercuote su di te in modo differente che su di me. Di conseguenza, per te, il «Tutto-Mondo» non sarà ciò che io chiamo il «Tutto-Mondo», è evidente. Ma quello che ci accomuna è che in questo sistema di relazioni e di quantificazione – che sfugge, che vuole sfuggire, all’impostura dell’astrazione universale per entrare nella quantificazione reale dei dati del mondo – condividiamo la stessa situazione in relazione al «Tutto-Mondo», anche se concepiamo questo Tutto-Mondo in maniera completamente diversa.
Dopo tutto ciò che hai detto sulla paura e sul tremore, cercherò comunque di separare timore da tremore. Perché? Non perché essi siano separabili, credo che ci sia in effetti un tremore legato al timore, il timore dell’altro e soprattutto il timore di Dio. Ne sono convinto. Ma non credo che questo legame sia un legame naturale, credo che sia un legame di situazione. E, opponendomi a ciò o situandomi accanto a ciò, cerco di concepire il tremore come un ritmo. Il tremore è un ritmo. E il mondo è un ritmo nuovo ed è per questo che tremiamo, per questo cambio di ritmo.
Questo ritmo nuovo fa sì che noi cerchiamo di aggrapparci a esso attraverso un pensiero del tremore che è insieme un pensiero del ritmo e non è un pensiero del ritmo, cosa che è un ritmo in sé. E qui cercherò di rispondere alla domanda: il ritmo del tremore e il ritmo del mondo attualmente sono ritmi ripetitivi. La ripetizione è uno dei fondamenti dei ritmi. Credo che la ripetizione sia uno dei modi più attuali e più fecondi di conoscenza, e il balbettamento è una ripetizione, è un modo per cercare di integrare la ripetizione in un dato totale, ed è questo che è interessante nel balbettio profetico. Ed è talmente vero che tutti i grandi libri sacri sono ripetitivi. L’Antico Testamento – parlo dello stile – è un libro ripetitivo. E penso che sia per questo che non si possono separare timore e tremore, ma lo si può fare quando si tratta di affrontare l’aspetto del ritmo ripetitivo che è una questione fondamentale per noi, oggi.
Infatti, se vogliamo incontrarci in un luogo o in un altro, non sapendo ancora né quando né come; se vogliamo veramente incontrarci, noi che veniamo da universi così diversi, da mentalità così diverse, da culture così diverse, da teologie così diverse; se vogliamo incontrarci in un luogo, allora dovremo ripetere insieme, come si dice che un attore di teatro ripete la sua parte. E perché tutto ciò? Perché bisogna ripetere insieme e perché il tremore è un’arte, prima di tutto un’arte della ripetizione? È proprio perché abbiamo a che fare con ciò che diceva il nostro amico: far sì che si incontrino il dentro e il fuori; e il dentro e il fuori che cosa sono nel mondo attuale? È il centro che domina e sono le periferie a essere dominate e ciò è assolutamente incontestabile come situazione nel mondo; noi dobbiamo far incontrare tutto ciò. Potremmo anche dire: «Qui si gioca l’avvenire della democrazia, come si può rifare la democrazia, come si può adattarla?», finché non avremo fatto incontrare il centro, il dentro e il fuori, finché non avremo fatto sì che si congiungano – perché il centro si considerava un dentro, e finora le periferie si sono considerate il fuori -, finché non avremo fatto questo lavoro, che è un lavoro difficile, un lavoro ingrato, non avremo permesso che il nostro ritmo si accordi con il ritmo del mondo. Ed è per questo che penso che, se esiste una parola profetica, e in ogni caso una parola profetica sul divenire-mondo, questa è una parola ripetitiva, una parola dal ritmo ripetitivo.
Uno dei miei rimpianti è che tutti i tentativi, in Occidente, di preparare una riforma dei rapporti dell’uomo con se stesso e con ciò che lo circonda, sono ancora auto-centrati, non considerano il campo assolutamente spaventoso di complessità di ciò che accade nel mondo, per tentare di avviare questo cambiamento. Per questo ritengo che la creolizzazione non abbia solo un carattere linguistico, ma sia qualcosa di interessante che bisogna comunque vedere. Solo cinquant’anni fa, tutti i manuali di linguistica cominciavano con un capitolo sulle lingue indoeuropee perché si pensava che esse costituissero il basamento, l’origine.
Oggi, tutti i manuali di linguistica, sia quelli più scientifici sia quelli destinati alla volgarizzazione, cominciano con un capitolo sulle lingue creole. Perché ci si dice: non abbiamo assistito alla nascita delle lingue; forse possiamo trarre vantaggio dal vedere come queste lingue siano apparse bruscamente e in maniera così fulminante tra il XVI e il XVII secolo e siano arrivate fino a noi. Si può imparare qualcosa da questo, e che cosa si impara? Si impara che tutte le lingue all’inizio sono creole, che la lingua francese all’inizio è una lingua creola, che l’italiano è all’inizio una lingua creola – che sono approcci, mescolanze, tentativi, rifiuti, ribellioni, tra lingue regionali, classicismi del pensiero o dell’inconscio e che queste mescolanze hanno finito, in maniera imprevedibile e impredicibile, con il fare una lingua. Oggi si sa questo. Oggi si può dire, a meno che non ci sia qualcuno che non è d’accordo, che la lingua francese, ai suoi inizi, è una lingua creola; e io mi spingo ancora più lontano, dico che Rabelais è un autore creolo.
Dunque, la creolizzazione può offrire, non modelli, perché nessuno al mondo oggi ha il diritto di proporre modelli, ma approcci di struttura e di destruttura nel nostro universo ed è in questo che la creolizzazione è importante. A una condizione: ovvero che non la si consideri come uno stato, perché la creolizzazione è un processo, ed è un processo inarrestabile. È questa la mia posizione, oggi. Può darsi che cambi, ma penso che il mondo intero si stia creolizzando e che di conseguenza tutte le parti del mondo in cui esiste la parola dettata di Dio comincino, che lo vogliano o no, a sentire la parola degli altri dèi, già barbari e nemici. .
Non faccio l’apologia delle lingue creole, faccio l’apologia della creolizzazione. Non è la stessa cosa. Ci sono giovani scrittori antillesi che prendono a riferimento il mio lavoro e che della creolità hanno fatto un manifesto. E io dico loro che la creolità, come la latinità, è, oggi, qualcosa di assolutamente caduco nel mondo. Non si può tifare per i creoli, né per le lingue creole, né per le letterature creole. Quello che difendo è il principio continuo della creolizzazione. Che è cosa ben diversa.

Traduzione di Monica Fiorini