Skip to content

Cena e serata benefica in ricordo di Rezia Boggia

settembre 27, 2012


Cena e serata benefica in ricordo di Rezia Boggia
(sindacalista e militante di sinistra)
Venerdì 19 ottobre 2012
Ore 18.30 -24.00

ARBEDO, CENTRO CIVICO

Coordinamento donne sinistra
HELVETAS
Movimento dei Senza Voce
PS Arbedo-Castione
Sindacato VPOD Ticino

Il 21 agosto scorso la co-fondatrice del Movimento dei Senza Voce Rezia Boggia ci ha prematuramente lasciati. Avrebbe compiuto 49 anni il 22 ottobre 2012. Sindacalista battagliera e tenace, Rezia si è impegnata in movimenti sociali, femminili e politici nonché per cause ambientali. Con questa serata benefica e conviviale vogliamo ritrovarci per ricordarla, sicuri che avrebbe approvato anche lei…
Vi aspettiamo numerose/i.

PROGRAMMA

  • Ore 18.30 Aperitivo
  • Ore 19.30 Cena (costo Fr. 50.-; posti limitati a 100; iscrizione obbligatoria sino ad esaurimento dei posti e non oltre giovedì 11 ottobre: paola.vpod@ticino.com oppure c/o VPOD telefono 091 826 12 78 – il ricavato andrà al Movimento dei Senza Voce per il nuovo centro di accoglienza Casa Astra a Mendrisio)

MENU
Boule aperitivo
****
Insalata Tunisina
****
Couscous d’agnello
****
Bouza (Crema di mandorle all’essenza di gelsomino)
****
Eau d’Arbedo e caffè

A disposizione al bancone vino bianco e rosso, birra e gazzose, grappe e digestivi

  • Ore 21.00 – 24.00 Musica, ricordi, solidarietà (ingresso libero e senza iscrizione) Canzoni d’autore con il duo Francesco Pervangher e Federica Winkler (chitarra e voce) – Ricordi di Rezia – Presentazione del Movimento dei Senza Voce – Illustrazione e raccolta fondi a favore del progetto di HELVETAS per il sindacato dei contadini del Benin

POSTEGGI
date preferenza ai posteggi al Denner (Via delle Scuole) e alla Chiesa di S. Giuseppe (Via Mulino Rosso)
Vai alla mappa

Una democrazia in cerca di radicalità

settembre 26, 2012
di Sandro Mezzadra
da il Manifesto del 25 settembre 2012

Nella crisi dello stato sociale, la necessaria definizione di un campo teorico che sfugga alla dialettica tra «costituzione» e «insurrezione» che ha contraddistinto il pensiero politico moderno. E così individuare una via d’uscita dagli assetti istituzionali neoliberali che caratterizzano l’Unione europea. L’ultimo libro del filosofo francese sulla «Cittadinanza» (Bollati Boringhieri)

Intervenendo nel dibattito aperto quest’estate da Jürgen Habermas sulla crisi europea («il manifesto» del 20 settembre), Étienne Balibar ha riproposto una tesi formulata ormai da diversi anni: l’idea cioè che l’Europa politica sia sì necessaria, ma che al tempo stesso – per essere «legittima e quindi possibile» – essa debba realizzare un «sovrappiù» di democrazia rispetto agli Stati nazione che la compongono. Il punto è, tuttavia, che questo «sovrappiù» di democrazia non sembra più pensabile nei termini di una continuità lineare con i processi di «democratizzazione» che hanno caratterizzato la storia dello Stato nazione in Europa: con quei processi cioè che, per quanto contraddittoriamente (e con la cesura dei fascismi), a partire dall’Ottocento hanno determinato una progressiva estensione del suffragio e un arricchimento «intensivo» dei diritti di cittadinanza, culminato nella costruzione dello Stato sociale democratico.
Balibar lo riconosce, e introduce – come a saggiarne la produttività – una serie di categorie che all’interno dei dibattiti critici vengono impiegate per «reagire» a questa soluzione di continuità, che rende problematica ai suoi occhi l’insistenza di Habermas su un «costituzionalismo normativo»: democrazia partecipativa, governance, democrazia conflittuale, costruzione del comune, contro-democrazia. Si tratta di ipotesi teoriche non necessariamente compatibili l’una con l’altra: ma Balibar, lungi dal proporre una sintesi tra di esse, sembra essere interessato – coerentemente con il suo stile di pensiero – a porle in tensione, con l’obiettivo di produrre un campo teorico e politico al cui interno sia possibile avanzare nella ricerca di un’uscita in avanti, a sinistra, dalla crisi europea.

L’universo postnazionale
La recente pubblicazione di un libro dello stesso Balibar (Cittadinanza, traduzione di Fabrizio Grillenzoni, Bollati Boringhieri, pp. 178, euro 9) consente di comprendere meglio l’orizzonte del suo discorso. Fin dall’inizio degli anni Novanta, del resto, Balibar è stato uno dei protagonisti di una nuova stagione di studi sul tema della cittadinanza, che pareva a molti offrire, all’indomani della fine dei socialismi reali, un linguaggio adeguato alla riqualificazione di una teoria politica (più o meno radicalmente) democratica. La critica femminista, e quella che aveva lavorato attorno ai temi della «razza», avevano sì lacerato la figura astratta del cittadino, già messa duramente in discussione dalle critiche marxiste; ma avevano anche inaugurato un modo nuovo di guardare alla cittadinanza, considerandola in primo luogo – per dirla in breve – non più come uno status ma come uno spazio di conflitto e di «movimento». Gli stessi movimenti sociali del resto (quello dei sans papiers del 1996, ad esempio, ma anche movimenti in cui non erano centrali le istanze dei migranti) parlavano sempre più spesso il linguaggio dei diritti e della cittadinanza, mentre l’istituzione della cittadinanza europea pareva mettere in discussione il nesso tra cittadinanza e nazione.
Sull’insieme di questi temi, la riflessione di Balibar è stata un riferimento essenziale, capace di coniugare impegno militante e rigore teorico, denuncia dei rischi che si annidavano all’interno della stessa configurazione «post-nazionale» della cittadinanza europea e scelta di campo comunque netta contro ogni ripiegamento neo-nazionalistico e per l’Europa politica. Il respiro del grande storico della filosofia, d’altra parte, gli ha consentito di definire un approccio originale ai concetti politici fondamentali della modernità, a partire da una ricostruzione genealogica delle figure assunte dalla soggettività (si veda il recente Citoyen Sujet, et autres essais d’anthropologie philosophique, P.U.F., 2011). Fin dalle prime pagine di questo nuovo libro, il concetto di cittadinanza è indagato nella relazione che originariamente (nella tradizione filosofico-politica europea) lo stringe con quello di democrazia. Non nel senso che tra i due concetti vi sia coincidenza: al contrario, secondo Balibar, la democrazia costituisce il centro attorno a cui gravita la filosofia politica fin dall’antichità classica proprio perché «è la democrazia che rende l’istituzione della cittadinanza problematica». Dall’interno di un dialogo serrato con alcuni dei protagonisti dei dibattiti contemporanei (per fare qualche nome: Chantal Mouffe e Jacques Rancière, Toni Negri e Wendy Brown), Balibar rintraccia in questo rapporto tra cittadinanza e democrazia, nella potenziale assolutezza della seconda che interviene a far esplodere ogni chiusura della prima, il «motore» delle trasformazioni politiche. Un’originale interpretazione del concetto greco di politeía (tradotto con res publica dai latini e poi dagli inglesi con polity e commonwealth) gli consente di individuare lo spazio – la «costituzione di cittadinanza» – al cui interno si assestano i rapporti tra quelli che Balibar aveva definito in Le frontiere della cittadinanza (Manifestolibri 1993) i due poli della politica moderna: la «costituzione», appunto, e l’«insurrezione».

Il diritto ad avere diritti
È così delineato un punto di vista metodologico che guida la ricostruzione degli scarti concettuali e delle svolte storiche che segnano il percorso della cittadinanza moderna. Grandi temi, di rilievo tutt’altro che «antiquario», ne sono investiti e felicemente rinnovati. Ne scelgo solo un paio: l’autonomia del politico viene ricondotta da Balibar a un processo di secolarizzazione, di critica di ogni fondazione trascendente, che la consegna a un «piano di immanenza»; al tempo stesso, l’analisi critica della globalizzazione contemporanea mostra tanto l’impossibilità di una «chiusura autarchica» attorno a una «comunità» organizzata nelle forme dello Stato nazionale quanto quella di una separazione della politica dalle «condizioni materiali della vita». Le «Dichiarazioni dei diritti», che hanno avuto un ruolo così importante nella storia moderna della cittadinanza, si presentano d’altro canto agli occhi di Balibar non come semplici «limiti» all’azione dei poteri ma come documenti in cui si è iscritto l’insieme delle conquiste rese possibili dall’azione collettiva e da una storia di lotte, nonché al tempo stesso come «punti d’appoggio per nuove invenzioni». Riletta in chiave «costituente», e dunque assegnata senz’altro al polo «insurrezionale» della politica moderna, la figura arendtiana del «diritto ad avere diritti» si incarica di mantenere aperto questo spazio di «invenzione democratica» (Claude Lefort): non solo sul lato dell’«esclusione» dalla cittadinanza, ma anche all’interno dei conflitti che sorgono dalla «violenza dell’inclusione» (e la critica di una opposizione secca tra esclusione e inclusione è uno degli aspetti più preziosi di questo libro).
L’ipotesi di una «cittadinanza conflittuale» che sembra così emergere era stata del resto già impiegata da Balibar, con un riferimento machiavelliano, per definire la figura assunta dalla cittadinanza stessa all’interno dei sistemi di welfare, in quello che definisce lo «Stato nazional-sociale». Qui in effetti, sotto la spinta incessante delle lotte operaie, era parsa trovare espressione in una figura «dialettica», in specifici diritti e meccanismi istituzionali, la mediazione tra «costituzione» e «insurrezione». E dall’interno di quell’esperienza storica potevano sembrare convincenti ricostruzioni della storia della cittadinanza (come quella del sociologo inglese T.H. Marshall in Cittadinanza e classe sociale, Laterza) nei termini di un movimento continuo e progressivo di democratizzazione. Il fatto è, tuttavia, che quella storia si è interrotta. Balibar ne è ben consapevole, tanto da scrivere nel primo capitolo del libro che il «potere stesso» della categoria di cittadinanza, «cioè la capacità di reinventarsi storicamente, sembra improvvisamente annientato». L’analisi del neoliberalismo, condotta alla luce del concetto di «de-democratizzazione» e con attenzione particolare alla crisi della rappresentanza, porta copiosi argomenti a supporto di questa eventualità, qui presentata in termini più netti che altrove. Resta così al lettore l’impressione di uno iato, di un salto, quando nelle pagine conclusive Balibar torna a ragionare con la solita maestria attorno al progetto di «democratizzare la democrazia», a partire da una dimensione di «cittadinanza riflessiva», capace di ritornare «ai principi» – ovvero alla radice conflittuale della propria storia.

Oltre le alchimie istituzionali
È in fondo un’impressione non diversa da quella che suscita una battuta nell’intervento in risposta a Habermas da cui sono partito. «Bisognerà pure», scrive qui Balibar verso la fine dell’articolo, che sulle questioni poste dalla crisi europea «si faccia avanti qualcosa come un’opposizione o un movimento sociale». Colpisce in effetti la timidezza, il carattere quasi incidentale, di questa osservazione, che mi pare tocchi il punto centrale della crisi in atto (e non dimentichiamo che in questi anni di crisi le mobilitazioni e le lotte in Europa, come ha ad esempio ricordato Mary Kaldor su «il manifesto» di domenica, hanno intrattenuto con la dimensione europea un rapporto quantomeno problematico). Per dirla in estrema sintesi: non sembra esserci oggi in Europa una «costituzione» disponibile a recepire – per quanto in modo contraddittorio – le istanze proposte dai movimenti di «insurrezione» (utilizzando, come è ovvio, il termine nel significato che gli attribuisce Balibar). Siamo piuttosto in presenza di una trasformazione profonda della stessa istituzionalità europea (nonché delle alchimie geografiche del processo di integrazione) che la rende impermeabile a ogni progetto di «democratizzazione della democrazia» e funzionale esclusivamente a un’«uscita neoliberale» dalla crisi che, nella sua apparente impossibilità, ha già ora un impatto devastante (ancorché evidentemente differenziato) sulle società europee. E tuttavia il problema posto da Balibar rimane: il ripiegamento sulla dimensione nazionale non può che essere disastroso, l’Europa politica è necessaria, una nuova ipotesi costituente è più urgente che mai. La ricerca deve ripartire da qui, dalla riflessione sui soggetti capaci materialmente di sostenere questa ipotesi e dall’individuazione di una tattica che consenta finalmente di mettere all’ordine del giorno la costruzione di una forza e di un programma per conquistare l’Europa a una politica – per dirla ancora con Balibar – della libertà e dell’uguaglianza.

La democrazia viene da Occupy

settembre 25, 2012


da il manifesto 21 settembre 2012
INTERVISTA A DAVID GRABER di François Peverali

Le politiche dell’austerità servono a consolidare il potere costituito senza tuttavia risolvere la crisi del capitalismo. Un’intervista con l’antropologo statunitense autore di un saggio sul «Debito»
L’antropologo David Graeber ricorda con piacere il suo viaggio in Germania, per presentare l’edizione tedesca del suo libro sul Debito (tradotto in Italia dal Saggiatore con il titolo Debito. I primi 5000 anni, pp. 581, euro 23. Il volume è stato analizzato nel numero del settimale «Alias» allegato al «manifesto» del 31 marzo 2012): un’analisi critica del nesso di sudditanza tra debitori e creditori attraverso 5.000 anni di storia, e dei punti di rottura della sottomissione quando i debiti diventano insostenibili. In Germania, il libro ha trovato recensioni entusiaste perfino in un giornale conservatore come la Frankfurter Allgemeine Zeitung, e resta ai primi posti nelle classiche dele vendite come i bestseller. Forse proprio perché la Germania è il paese che più ha ideologizzato, in chiave rigorista, la sacralità dei vincoli del debito, c’è tanto interesse per chi mette in dubbio questa costruzione.

Recentemente, sei stato invitato a una discussione pubblica dal presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico, Frank Walter Steinmeier. Poi sei stato in Grecia per incontrare alcuni gruppi anarchici. In Italia hai partecipanto a incontri in centri sociali e in alcuni teatri occupati dai lavoratori dello spettacolo come il Teatro Valle di Roma. Sei un interlocutore sia per chi vuole abolire lo stato, sia per i partiti tradizionali. Come lo spieghi?
Quando la Spd mi ha invitato, ho pensato che sono proprio nei pasticci e non sanno che pesci prendere. Credo che le élites politiche abbiano due problemi, strettamente connessi. Primo problema: invece di prendere di petto le disfunzioni del capitalismo, hanno speso molto più tempo nella guerra ideologica per convincerci che sia l’unico sistema che possa funzionare. Secondo problema: questa guerra all’immaginazione ha danneggiato le stesse élites, che hanno disimparato a pensare su lunghi periodi storici. I pochi che ancora lo fanno sono disposti a raccogliere suggerimenti ovunque.

C’è il rischio che usino strumentalmente le tue analisi per confermare le politiche di austerità…
Io cerco di analizzare la situazione in cui ci troviamo, e di cavarne fuori qualche prospettiva e qualche idea. Credo che si dovrà arrivare in qualche modo a un massiccio azzeramento del debito pubblico. Ci sono tre opzioni quando si è arrivati a un livello di indebitamento come quello attuale. Sperare di risarcirlo grazie alla crescita economica, che però proprio non si vede. Oppure puntare sull’inflazione, ma la leadership politica non la vuole. Resterà per il debito solo la terza e ultima via: non farlo pagare.
La questione è se dirlo o no. Ovviamente chi è al potere non vuole che si ponga in questione la base morale del sistema: il principio per cui tutti dovrebbero lavorare più sodo, per pagare i debiti, è una delle più formidabili armi ideologiche. Cercheranno di fare come se niente fosse, e non ammetteranno che l’annullamento del debito ci sarà. Proprio come non hanno ammesso di aver già cancellato debiti per migliaia di miliardi di dollari, per salvare banche e assicurazioni. Dunque dobbiamo dirlo noi, ancora più esplicitamente.
Dobbiamo inoltre cambiare il nostro modo di concepire il lavoro. Cos’altro è il debito, se non una promessa di fare leva sul lavoro futuro a vantaggio del creditore, per rimborsarlo? Si pensa all’aumento del lavoro come a una soluzione. Invece il problema è che lavoriamo già troppo. L’idea che si debba lavorare di più, che la disciplina del lavoro sia una buona cosa, dal punto di vista economico è insensata. E porterebbe al suicidio ecologico.

Sei professore universitario e attivista anarchico. Come tieni insieme lavoro accademico e impegno politico?
Non si dovrebbe mai separare la teoria dalla prassi, sebbene l’università cerchi di farlo. Non le importa quel che pensi, finchè sei disposto a non trarne le conseguenze, con una buona dose di ipocrisia. Il problema sorge quando cerchi di sviluppare una prassi coerente con le tue idee.
L’università, rispetto al potere, ha un po’ il ruolo del buffone di corte. Al re, circondato da cortigiani ossequienti, serve che qualcuno osi dirgli se fa una stupidaggine. Anche nella nostra società servono persone non del tutto conformiste, sebbene rischino, come il buffone, di non essere prese sul serio. Perciò l’università garantisce uno spazio di libertà, da dove tradizionalmente provengono idee radicali. Dopo tutto l’università è uno di quei pochi posti dove ci è concesso di sperimentare con valori non mercificati.

Hai scritto della presenza di un movimento politico globale, collegando così Occupy Wall Street con le proteste egiziane di piazza Tahrir. Ma in Egitto ci si è battuti per diritti politici «di base», mentre Occupy ha finalità ulteriori, anticapitaliste. Vedere un nesso non sarà un pio desiderio?
Il capitalismo si basa tuttora su strutture imperialiste a livello globale: di qui il legame tra quanto avviene nelle diverse regioni del pianeta. È vero che, coll’avvicinarsi delle proteste al centro dell’impero, la tematica si focalizza sul conflitto di classe e sul capitale. Se ti trovi in Egitto è più facile tematizzare l’imperialismo Usa, perché ha un impatto diretto sulla tua vita. Se sei statunitense è più difficile.
Non voglio dire che i reggenti locali siano tutti marionette degli Usa, ma sottolineare che una struttura di potere globale esiste veramente. La gente se ne rende conto, e perciò cerca di connettersi su scala internazionale.

Come può formarsi una protesta globale?
È decisivo lo scambio di informazioni. Recentemente ho parlato con i partecipanti di un’iniziativa del Pakistan che promuove lotte sull’elettricità e l’acqua. Anche qui c’entra il Fondo monetario internazionale, ma nessuno sa nulla di queste lotte. Durante il Global Justice Movement, il movimento di critica alla globalizzazione capitalista, avevamo Indymedia, che all’inizio non mi convinceva, ma si è poi dimostrata indispensabile. Dobbiamo sviluppare queste reti d’informazione.

Il movimento Occupy Wall Street potrà durare nel tempo?
Difficile dirlo. Non mancheranno strategie diversive per contrastarlo, per dirottare altrove l’attenzione e le tensioni. In passato negli Stati Uniti, ogni volta che iniziava un movimento, il governo ha promosso una guerra in qualche parte del mondo. Per esemplificare, la risposta al movimento per i diritti civili è stato l’intervento militare in Vietnam. Tuttavia, sebbene stiano lavorando a una guerra all’Iran, non so se potranno permettersi di continuare su questa linea di mobilitazione militare.

Occupy Wall Street non poneva richieste allo stato.
È stata una scelta deliberata per delegittimare le istituzioni esistenti.

Che altre strategie proponi per cambiare la società?
Per un radicale cambiamento sociale occorrono strategie di potere duali, tese a creare istituzioni autonome, forme di democrazia reali che prefigurino il futuro. La questione è sempre: come atteggiarsi rispetto allo stato, al potere costituito? Possiamo distinguere tra quattro possibili modalità d’azione.
La prima è quella di Sadr-City, il quartiere di Baghdad, assai praticata nel Medio oriente. Si comincia con innocue iniziative caritative, magari una clinica ostetrica. Poi si crea una milizia armata per proteggere queste istituzioni. Poco a poco si controlla una porzione di territorio, e la milizia punterà a farsi cooptare nello stato. Non mi sembra un metodo raccomandabile.
Un secondo modello, imperniato su una strategia di negoziazione, si pratica nel Chiapas. Gli zapatisti, con limitate azioni insurrezionali a cui fanno immediatamente seguire un «cessate il fuoco» e l’offerta di trattative, hanno potuto creare strutture di democrazia di base per negoziare con lo stato. Ma le particolari condizioni del conflitto in Chiapas difficilmente potranno riproporsi altrove.
La terza opzione è quella di El Alto, città dove si possono bloccare tutte le vie d’accesso alla vicina La Paz, sede del governo boliviano. Se gli abitanti, indios organizzati in consigli di vicinato, sbarrano le strade, il governo è con le spalle al muro. Così nel 2003 e nel 2005 hanno costretto a dimettersi due presidenti della repubblica, fino all’elezione di Evo Morales. Se si sentissero traditi, potrebbero sempre cacciare il governo con un’insurrezione. Se avessimo negli Usa un simile potere d’interdizione, anche noi potremmo entrare nel gioco politico con nostri candidati. Ma siamo ben lontani dall’averlo.
Resta il quarto modello, sperimentato in Argentina nel pieno della crisi del debito, col cacerolazo del dicembre 2001: la pura e semplice delegittimazione del potere. La folla gridava: Que se vayan todos, se ne vadano tutti, i politici, i banchieri, il Fondo monetario. Pure negli Usa tre quarti dei cittadini detestano i politici, e li manderebbero a casa. Se si delegittimano le strutture politiche e la classe politica, mentre sorgono istituzioni alternative, anche i politici si vedono costretti a seguire la corrente. In Argentina, a partire dal 2003, è stato un socialdemocratico moderato come Kirchner a imporre al Fmi il taglio del debito. È successo in Argentina, quando i politici non potevano più andare al ristorante per paura di essere riconosciuti. E credo possa di nuovo succedere adesso, in Grecia.

Delegittimare il sistema politico non basta però per emanciparsi.
Certo, non basta. Perciò insisto su strategie di dualismo di potere. Senza istituzioni alternative, forme di democrazia diretta, che prefigurino un’alternativa, non si costruisce una svolta.

Negli Usa Occupy contrappone il 99% dei cittadini all’1% di profittatori. Non ti pare che questo slogan perda di vista le «normali» strutture dello sfruttamento capitalista, per polemizzare in modo moralista con una superminoranza di speculatori finanziari?
Uno slogan è uno slogan, non è già un’analisi. Mi pare però che colga una caratteristica specifica del capitalismo finanziario dei nostri giorni. Non sono più dell’1 per cento quelli che hanno davvero guadagnato negli ultimi dieci anni, grazie al loro controllo sul potere politico, che protegge la speculazione. Potere economico e potere politico sono ormai praticamente indistinguibili, in questo capitalismo finanziarizzato.

Negli Usa non si parla molto di comunismo. Resta una bussola indispensabile?
Sul termine comunismo c’è molto lavoro da fare. Il modo di usare questa parola è assolutamente insidioso. Permane il luogo comune che dice: il comunismo non funziona. D’altro canto si sente parlare di comunismo per ogni forma di cooperazione sociale nei rapporti di produzione. Dalle stesse persone! Da qui dovremmo ripartire per mettere ordine nelle nostre idee.
Se usiamo il termine in maniera diversa, come la tradizionale classe operaia faceva, il comunismo è presente in ogni rapporto di cooperazione sociale fondato sul principio: «Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni». Naturalmente anche il capitale sfrutta queste relazioni di cooperaione, questa umana capacità di lavorare insieme. Perciò dico: Il capitalismo è soltanto una forma perversa di organizzare il comunismo. Nemmeno il socialismo di stato era una forma adeguata di organizzazione sociale. È ora di cominciare con una buona organizzazione del comunismo. Tenendo presente che il comunismo, in nuce, c’è già, a riprova della sua praticabilità.

‘Reddito di 2’500 franchi a tutti i domiciliati’ Lanciata un’iniziativa popolare apartitica

agosto 16, 2012

Il costo dell’operazione è stimato a un terzo del Pil nazionale

Un reddito di base per tutti, così da vivere una vita “modesta, ma dignitosa e che garantisca la possibilità di partecipare alla vita sociale e culturale”. È l’obiettivo di un’iniziativa popolare che, nel suo intento, non fa distinzione fra persone ricche o povere, sane o malate. Il reddito di base incondizionato – così è indicato nel testo dell’iniziativa – è pensato per ogni persona adulta domiciliata in Svizzera.

Lanciata in primavera a livello nazionale da un gruppo apartitico presieduto dallo zurighese Albert Jörimann, l’iniziativa ha già raccolto 20mila firme e vuole fare breccia anche a sud delle Alpi, grazie alla sensibilizzazione promossa dal gruppo amici de ‘L’altra Svizzera’ (www.laltra.ch).

L’iniziativa non entra realmente nel merito riguardo la cifra da destinare “incondizionatamente” a ogni domiciliato nel Paese. Tuttavia abbozza l’ipotesi dei 2’500 franchi al mese per gli adulti (leggermente più alta della sogli di povertà) e la metà per i bambini. Totale: 210 miliardi di franchi annui, ossia quasi un terzo del prodotto interno lordo nazionale. Non son certo noccioline. “Una bella parte di questi soldi sarebbe ripresa da risorse che già oggi fanno parte delle prestazioni sociali – spiegano i promotori –: rendite Avs e Ai, indennità per la disoccupazione, assistenza sociale, ecc.”. Tuttavia “non basterebbero”. E quindi? “Sono necessarie ulteriori misure, anche fiscali. Il testo dell’iniziativa non fa delle proposte concrete in tal senso. Queste decisioni andranno prese più tardi, in un contesto politico, valutando anche l’aspetto economico”. Non sono solo gli elementi finanziari ad essere controversi. C’è il rischio che alla gente passi la voglia di lavorare, con il conseguente crollo dell’economia. “Lavoreranno ancora le persone che amano il loro lavoro o coloro ai quali il reddito di base non basta perché aspirano a un tenore di vita più alto”. Inoltre, “verrebbero riconosciute tante attività oggi non retribuite, come il lavoro domestico, quello artistico o di volontariato”.

Per saperne di più, l’associazione Bien (www.bien-ch.ch) organizza domenica 19 agosto a Lugano, allo Spazio Ado (via Besso 42) un seminario sul tema, dalle 10 alle 15. Oltre a Jörimann, sarà presente pure Martino Rossi, ex capo della Divisione dell’azione sociale. È gradito annunciarsi allo 091/946.18.91 oppure allo 076/280.87.13; e-mail lumee@sunrise.ch.

Lavoro: nell’Ue 800mila persone in schiavitù

luglio 10, 2012

Nell’Unione europea ci sono 800mila persone costrette ai lavori forzati. Lo denuncia una ricerca dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro).
I nuovi schiavi sono in maggioranza donne (58%). Si tratta di 270mila persone vittime di sfruttamento sessuale e altre 670mila vittime di sfruttamento sul lavoro.

Travail forcé: un problème important dans l’UE


« Il ressort clairement de nos analyses que l’agriculture, le travail domestique, la production manufacturée et la construction sont les principaux secteurs où le travail forcé sévit en UE. Les victimes sont attirées par de fausses offres d’emploi et découvrent très vite que les conditions de travail sont bien pires que ce qu’ils avaient espéré. Beaucoup d’entre eux sont en situation irrégulière et ont un pouvoir de négociation très limitée », affirme Beate Andrees, Cheffe du Programme d’Action Spéciale pour combattre le travail forcé de l’OIT.

La costellazione dei mondi migranti

giugno 28, 2012
da il manifesto del 19 giugno 2012
di Sandro Mezzadra

Finalmente tradotto dalle edizioni Odoya il volume di Stephen Castles e Mark J. Miller dedicato ai movimenti su scala globale. Un testo ormai classico nel suo genere, al punto da essere considerato una vera enciclopedia su un fenomeno interpretato come un’«azione collettiva» che ridisegna il panorama sociale, politico e culturale della modernità capitalistica

Sin dalla sua prima edizione, pubblicata nel 1993, The Age of Migration si è rapidamente imposto come un testo di riferimento per le diverse «comunità epistemiche» che si occupano oggi di migrazioni a livello globale: è diventato una sorta di wikipedia cartacea (a cui ora si aggiunge un sito internet) per operatori dell’informazione e policy makers, ricercatori, funzionari di organizzazioni internazionali e Organizzazioni non governative. Di edizione in edizione (quella che qui si parla è la quarta, tradotta con il titolo L’era delle migrazioni, Odoya edizioni, pp. 400, euro 24), il libro di Stephen Castles e Mark J. Miller ha proposto una cartografia in continuo aggiornamento delle migrazioni contemporanee, dei più rilevanti problemi che pongono nonché del mutamento di indirizzo dei dibattiti pubblici e scientifici che le accompagnano. Fin da principio, infatti, l’ambizioso obiettivo dei due autori è consistito nel combinare questi diversi piani, nel non limitarsi a proporre un semplice «atlante delle migrazioni globali», ma nell’intrecciare dati, mappe e grafici con la discussione dei mutamenti di paradigma teorico intervenuti in questi anni nella ricerca sulle migrazioni e con un costante monitoraggio degli orientamenti dei governi, delle «opinioni pubbliche» e delle principali agenzie globali che intervengono sul tema. Costruito sulla base di una solida esperienza di ricerca di entrambi gli autori, che affonda le proprie radici in una serie di studi sulle migrazioni operaie in Europa occidentale nel secondo dopoguerra1, questo volume unisce il pregio di una scrittura chiara e accessibile alla capacità di restituire nei loro termini essenziali dibattiti e sviluppi teorici spesso di notevole complessità. Chiunque voglia farsi un’idea dello «stato dell’arte» relativamente alle migrazioni globali contemporanee troverà insomma in questo libro le basi essenziali da cui partire.

Tra espulsione e attrazione
L’era delle migrazioni, tuttavia, è anche qualcosa di più. Le migrazioni sono qui intese e analizzate secondo una prospettiva che le pone al centro dei processi di globalizzazione. In questione è prima di tutto la formazione di un nuovo sguardo teorico sui movimenti migratori, emerso dalle critiche che sono state rivolte negli ultimi decenni all’approccio «neo-classico», che ha a lungo considerato la migrazione come una sorta di effetto «automatico» dell’azione di «fattori di espulsione» (push) e di «fattori di attrazione» (pull). Da queste critiche, che hanno posto in evidenza il ruolo delle reti familiari e comunitari nel determinare la migrazione, la densità storica dei «sistemi migratori» e gli elementi di «autonomia» che caratterizzano l’esperienza migratoria, Castles e Miller giungono a definire la migrazione come una forma di «azione collettiva», al tempo stesso espressione e causa di profonde trasformazioni sociali tanto nei Paesi di provenienza quanto nei Paesi in cui i migranti si stabiliscono (temporaneamente o permanentemente). È in questo senso che va intesa la centralità dei movimenti migratori all’interno dei processi di globalizzazione: per quanto i migranti subiscano spesso forme particolarmente violente di «spoliazione» di diritti, discriminazione e sfruttamento (se ne troveranno molti esempi nelle pagine del volume), la migrazione è considerata in questo libro come una delle forze essenziali che stanno attivamente ridisegnando il paesaggio sociale, politico, economico e culturale del mondo contemporaneo. Combinando questi due punti di vista, la migrazione diviene nell’analisi di Castles e Miller un vero e proprio «fatto sociale totale», che consente di leggere in filigrana le tendenze più generali della globalizzazione, di cui questo libro è un eccellente sismografo.

Dall’Ottocento ai nostri giorni
Qualche parola va spesa sul titolo del libro, The Age of Migration. In che senso la nostra può essere definita «l’età della migrazione»? Senza risalire oltre nel tempo, la mobilità (tanto coatta quanto «libera») non è uno dei caratteri che definiscono la modernità capitalistica? E più specificamente, secondo un’argomentazione insistentemente proposta dagli storici: non c’è almeno un’«età» altrettanto segnata dalle migrazioni quanto quella contemporanea, ovvero i decenni della grande migrazione transatlantica tra Otto e Novecento? Non v’è dubbio che si tratti di domande pertinenti, e la grande vivacità degli studi storiografici sulle migrazioni negli ultimi anni aiuta a impostarle nel modo più produttivo e a guadagnare utili termini di comparazione per l’analisi delle migrazioni contemporanee. Castles e Miller, ovviamente consapevoli del rilievo di queste questioni, sono tuttavia convinti che a prevalere siano oggi gli elementi di novità rispetto al passato. Vale la pena di anticipare le ragioni di questa convinzione. È in primo luogo la geografia delle migrazioni a essere mutata, sia per la complicazione e la sovrapposizione delle rotte seguite dai migranti sia – e soprattutto – per il fatto che, a partire dalla decolonizzazione e poi in modo più marcato dagli anni Ottanta del Novecento, le migrazioni interessano l’intero pianeta, sono cioè un fenomeno per eccellenza «globale». Un numero crescente di regioni e Paesi sta poi vivendo una fase di prolungata «transizione migratoria», presentandosi cioè sia come aree di emigrazione sia come aree di immigrazione e contribuendo a complicare le «mappe» migratorie. In secondo luogo, all’accelerazione dei movimenti migratori si accompagnano una tendenza alla diversificazione dei modelli e degli status (immigrazione temporanea o insediamento permanente, migrazione per lavoro o ricerca d’asilo) e una profonda trasformazione della loro composizione: decisiva, da quest’ultimo punto di vista, è la progressiva «femminilizzazione» delle migrazioni, il crescente protagonismo delle donne al loro interno, con tutto ciò che ne consegue sotto il profilo della trasformazione dei rapporti tra i generi. In terzo luogo, infine, Castles e Miller parlano di una «maggiore politicizzazione», di una crescita senza precedenti del rilievo politico delle migrazioni, tanto su scala interna quanto su scala globale.

Dentro i confini nazionali
Sulla «novità» di ognuno di questi elementi sono ovviamente possibili obiezioni. Si potrebbe ad esempio notare, sulla traccia dei lavori di studiose femministe e postcoloniali, che l’autonoma mobilità delle donne non è un fatto recente e che migrazioni di grande importanza (ancora una volta: coatte e «libere») hanno accompagnato l’intero arco storico dell’espansione coloniale europea al di fuori del cosiddetto Occidente. Il problema sarebbe dunque in primo luogo lo «sguardo» – maschile e bianco – della scienza della migrazione, cieco di fronte a queste realtà. Pur assunta la correttezza e la rilevanza di queste osservazioni, a me pare tuttavia che, considerati nel loro insieme, gli elementi di «novità» segnalati da Castles e Miller giustifichino pienamente la scelta del titolo di questo libro. Ancora una volta, del resto, la migrazione caratterizza a loro giudizio l’«età» in cui viviamo perché è un’esperienza che non riguarda soltanto gli uomini e le donne che migrano. Un’altra obiezione che viene spesso mossa a quanti insistono sul rilievo della migrazione nel mondo contemporaneo è quella di «sovrastimare» un fenomeno tutto sommato statisticamente limitato, considerato che riguarderebbe non più del 3% della popolazione mondiale. In questione, qui, non sono soltanto i limiti delle statistiche che riguardano le migrazioni (a quanto osservano a questo proposito Castles e Miller in un’apposita nota preliminare si potrebbe ad esempio aggiungere che le «migrazioni interne» in Cina, un fenomeno gigantesco che sta cambiando la struttura demografica, sociale e culturale del Paese, coinvolgono secondo i dati del governo 150 milioni di donne e uomini, non censiti nelle statistiche sulle migrazioni «internazionali»).

Le rimesse dei cervelli
Il punto è, più in profondità, quello già ricordato: essendo una forma di «azione collettiva» e una forza di trasformazione sociale, la migrazione è un movimento che, lungi dal coinvolgere soltanto gli individui che migrano, agisce sulla società nel suo complesso, crea nuovi spazi sociali e culturali, ostacola attraverso il brain drain lo «sviluppo» dei Paesi di provenienza dei migranti oppure lo facilita attraverso le rimesse, modifica la composizione del lavoro nei Paesi di insediamento rendendo possibile l’affinamento di nuovi dispositivi di sfruttamento ma anche dando nuova linfa ai movimenti di rivolta contro di essi, agevola la diffusione di fondamentalismi più o meno «inventati» ma è anche all’origine di nuove pratiche di «ibridazione» culturale, crea nuovi canali «transnazionali» in cui circolano corpi in ceppi ma anche desideri potenti di libertà e uguaglianza.Su ciascuno di questi aspetti, e sui molti altri che si possono derivare dalla lettura del libro di Castles e Miller, agisce oggi come potente moltiplicatore e amplificatore lo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione. È facile vedere, in ogni caso, che la migrazione è ben lungi dal riguardare soltanto chi migra. Studiare il tempo della migrazione significa davvero, in questo senso, studiare il nostro tempo.
L’introduzione a questa edizione di The Age of Migration si apre con un riferimento a due delle più significative esperienze di lotta che si sono determinate attorno alla migrazione negli ultimi anni in Occidente: le rivolte delle banlieues francesi dell’autunno del 2005 e le straordinarie mobilitazioni per i diritti dei migranti negli Stati Uniti nel corso dell’anno successivo. Si tratta evidentemente di movimenti molto diversi tra loro, tanto per le forme quanto per i «linguaggi» in cui si sono espressi. E tuttavia, scrivono Castles e Miller, «sia le rivolte francesi sia le proteste negli Stati Uniti mostrano la trasformazione della società avvenuta negli ultimi decenni in seguito alla migrazione internazionale». Le rivolte nelle banlieues sono uno specchio in cui si riflette la difficoltà crescente che incontrano, in Europa e non solo, i diversi modelli di «integrazione» dei migranti.

I confini della cittadinanza
La moltiplicazione degli attacchi al «multiculturalismo» appare in questa luce il segno del prevalere di una reazione difensiva a quella sfida della diversificazione culturale che, secondo una delle tesi fondamentali di Castles e Miller, le migrazioni pongono alle concezioni tradizionali della «nazione» e della cittadinanza. Quel che ne risulta è un’enfasi sull’«integrazione» (evidente nell’introduzione di «test» e «accordi» di integrazione in diversi Paesi, tra cui l’Italia) che finisce per dilatare l’esperienza migratoria attraverso le generazioni, coinvolgendo nel sospetto di una lealtà deficitaria ai «valori» della cittadinanza non solo i migranti di recente arrivo, ma anche i figli e i nipoti di quelli giunti in epoche ormai lontane.
Le mobilitazioni statunitensi, d’altro canto, si sono indirizzate direttamente contro l’inasprimento della legislazione sull’immigrazione, la criminalizzazione degli «irregolari» e la costruzione di muri e fortificazioni lungo il confine con il Messico, dove l’azione di vigilantes privati e polizia di frontiera ha fatto da sfondo negli ultimi anni a un drammatico aumento nel numero di donne e uomini che hanno perso la vita nel tentativo di attraversarlo. A essere qui in questione sono i «confini della cittadinanza», tanto in senso letterale quanto in senso metaforico: la mobilitazione avviata nel 2006 dai migranti (in primo luogo latinos) ha infatti mostrato come tali confini attraversino la società statunitense nel suo complesso, a partire dal mercato del lavoro, e ha interpellato in profondità tanto il tessuto dell’associazionismo (prefigurando un nuovo «movimento per i diritti civili») quanto il movimento operaio (praticando nuove forme di sciopero sociale e attribuendo nuovo significato alla giornata del primo maggio, notoriamente non festiva negli Usa).
La migrazione è dunque anche terreno di lotta e di movimento (e questa affermazione potrebbe essere meglio verificata e qualificata spingendo lo sguardo al di fuori dell’Occidente, come Castles e Miller ci invitano a fare ricordando lo sciopero del 2006 degli operai edili migranti a Dubai).

Il ridisegno della sovranità
La «politicizzazione» delle migrazioni precedentemente menzionata si carica da questo punto di significati ulteriori rispetto all’investimento politico-elettorale effettuato sul tema da vecchie e nuove destre, all’insegna della criminalizzazione dei migranti, e al rilievo assunto dal nesso tra politiche migratorie e sicurezza tanto nella politica interna di molti Paesi quanto nelle relazioni bilaterali, regionali e globali tra gli Stati. Definita da Castles e Miller una «forza chiave della globalizzazione», la migrazione si presta in modo particolare a una lettura politica, nel senso che – come si è mostrato a proposito della cittadinanza, e come emerge nelle pagine dedicate al tema della sovranità – in essa si riflettono alcune delle più rilevanti trasformazioni che stanno investendo nel nostro tempo istituti e concetti politici fondamentali: il punto di vista delle migrazioni consente di gettare luce non solo sulle determinazioni «strutturali» di queste trasformazioni, ma anche sulle tensioni e sulle contestazioni che le segnano.
La migrazione, scrivono Castles e Miller, «complica la politica». Questo libro si incarica di mostrarlo ricostruendo le tendenze in atto a livello globale rispetto alle politiche migratorie e all’attivismo dei migranti, alla diversità culturale e ai processi di «segmentazione» del mercato del lavoro lungo linee di «genere, etnia, razza, origine e status giuridico». Su ciascuno di questi punti, e su molti altri, il lettore troverà qui i riferimenti fondamentali (tanto fattuali quanto bibliografici e teorici) e un’impostazione equilibrata del problema. Quanto è necessario, insomma, per avviare una ricerca che potrà poi svolgersi lungo linee e verso approdi anche diversi da quelli suggeriti da Castles e Miller, a cui andrà comunque riconosciuto il merito di avere offerto a chiunque sia interessato alle migrazioni uno strumento di lavoro imprescindibile.

La “Marcia europea dei sans-papiers e delle/dei migranti” arriva in Ticino

giugno 21, 2012


COMUNICATO STAMPA

Lugano, 21 giugno 2012

Lunedì 25 giugno a Chiasso
La marcia dei sans-papier arriva in Ticino: per un’Europa dei diritti e della solidarietà

I partecipanti alla “Marcia Europea dei Sans-papiers” organizzata dalla Coalizione Internazionale dei Sans-papiers” hanno fatto oggi il loro ingresso in Svizzera a Basilea. Partita il 2 giugno da Bruxelles, la marcia terminerà il 2 luglio prossimo, dopo un percorso che la porterà in diversi Paesi europei, con una manifestazione a Strasburgo sede del Parlamento europeo.

In Svizzera le tappe della marcia sono: dopo Basilea, Berna il 23 dove si unirà alla manifestazione nazionale “STOP a una politica migratoria che viola i diritti umani”, Wünnewil (Friburgo) il 24 e infine Chiasso il 25.
In Canton Ticino la marcia sosterà alcune ore prima di ripartire alla volta dell’Italia passando attraverso il valico di Chiasso. Molte le organizzazioni che aderiscono all’iniziativa (Csoa il Molino, Movimento dei Senza Voce, Scintilla, Sos Ticino, Stop all’ignoranza e sindacato Unia) e le iniziative previste.

Le ragioni della marcia sono molteplici ma non riguardano solo le persone sans-papiers: vanno dalla rivendicazione della libertà di circolazione e di residenza per tutte e tutti alla denuncia delle politiche europee repressive contro i migranti (Frontex, frontiere militarizzate, continue revisioni e inasprimenti del diritto d’asilo in Europa ed in Svizzera) contro la criminalizzazione strumentale e sistematica degli stranieri che si spinge sino ad un autoritarismo ed un paternalismo che si ripercuotono anche sulla parte più debole delle popolazioni autoctone.

La marcia vuole anche solidarizzare e stringere legami transnazionali con tutte quelle realtà, studenti, lavoratori, precari, No Tav, ecc. che in questi anni subiscono le ricadute delle politiche di austerità dettate dalla grande finanza e avallate da governi supini agli interessi del capitale.



La marcia arriva in Svizzera
Qui potete scaricare le immagini della marcia in Svizzera !!!

PROGRAMMA
Venerdì 22 giugno: Serata Cinemolino, Csoa il Molino, Lugano
Ore 19:00       Cena popolare in sostegno alla marcia europea
Ore 20:30      Presentazione della marcia dei Sans-Papiers a Chiasso
Proiezione del video sulla marcia Parigi-Nizza 2010: “Puisqu’on nous envoie promener” di Orlane Descout, Katie Baillot & Erwan Ricordeau, 112’, versione originale francese. “1 maggio 2010: un centinaio di sans papiers di tutti i dove partono da Parigi con la ferma intenzione di arrivare a Nizza per il vertice Francia-Africa. Ultima sfida al divieto di circolare a cui sono sottoposti, attraversano il paese a piedi. Da città a città, fra duri sforzi e incontri commoventi, l’obiettivo iniziale perde poco a poco d’importanza: al termine di questa avventura umana, non saranno più gli stessi.”

Sabato 23 giungo: Serata Scintilla Benefit, Bar dal Giovann, Osogna
19.00              Cena popolare vegan e concerto Juni e Quana musica nostrana

Lunedì 25 giugno: Marcia ticinese e passaggio della frontiera
14.00              Arrivo della marcia e pranzo solidale a Balerna, Grotto St. Antonio, Piazza Tarchini.
15.30              Partenza della Marcia alla volta di Chiasso e passaggio della frontiera.

CONTATTI:
in Ticino:
Euro de Ornelas, euro.deornelas@unifr.ch, 079 373 95 84

in Svizzera:
Basilea: Anna Lustenberger e Anina Zahn, medienmarschbasel@gmail.com, 076 285 57 86
Berna: Jacqueline Kalbermatter, jacqueline.kalbermatter@unifr.ch, 076 447 75 54
Friborgo: Mirjam Brunner, mirimali@hotmail.com, 078 759 78 66

Coalizione Internazionale dei Sans-Papiers:
Anzoumana Sissoko, marche.europeenne.sanspapiers@gmail.com , 0033 626 77 04 02

Ulteriori informazioni sulla marcia:
http://marcia-europea-dei-sans-papiers.blogspot.ch/

Informazioni sulla manifestazione del 23 giugno a Berna:
http://www.asyl.ch

L’APPELLO:
MARCIA EUROPEA DEI SANS–PAPIERS E DEI MIGRANTI DAL 2 GIUGNO AL 2 LUGLIO 2012

La Coalizione Internazionale dei Sans-papiers e migranti (CISPM) organizza una marcia dei diritti che farà tappa in cinque Paesi europei tra cui l’Italia. L’obiettivo è di rivendicare la libertà di circolazione e di residenza, la regolarizzazione globale di tutti i Sans-papiers, l’esercizio totale dei diritti dei migranti, la protezione e il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo, la cittadinanza di residenza, il rispetto dei diritti dei Rom e dei Sinti. Dal 2 giugno al 2 luglio 2012, la CISPM chiama tutti i difensori dei diritti umani, le associazioni, i sindacati, i lavoratori, i pensionati, gli indignati, gli studenti, i movimenti sociali, i partiti politici e tutti i cittadini a partecipare, in segno di solidarietà, alla MARCIA EUROPEA DEI SANS – PAPIERS E DEI MIGRANTI che avrà come tappa finale la sede delle istituzioni europee, il Parlamento europeo di Strasburgo.

La crisi economica e sociale tocca per prima le popolazioni che vivono in condizioni precarie, tra le quali i Sans-papiers e i migranti. La risposta dei governi è costantemente una politica di austerità e di rigore, di utilitarismo migratorio e di derive razziste e xenofobe.

Questa Marcia Europea è innanzitutto diretta contro le leggi repressive (arresti, detenzioni, espulsioni) di cui gli Stati europei si sono  dotati dalla creazione dello spazio Schengen, con istituzioni come Frontex, per « trattare » la questione dell’immigrazione. L’applicazione di queste leggi sta diventando sempre più brutale, xenofoba e arbitraria, motivi per i quali riteniamo che sia giunto il momento per i Sans-papiers e per i migranti di marciare verso il Parlamento Europeo di Strasburgo.

Vogliamo portare presso i deputati le nostre richieste, con proposte tratte dalla nostra esperienza difficile di Sans-papiers e migranti e dalle nostre lotte in Francia (con l´occupazione e l’espulsione dalla chiesa St Bernard di Parigi nell’agosto del 1996), in Italia (con la grande marcia su Roma il 7 ottobre 1989 in memoria di Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano assassinato in provincia di Caserta) e in molti altri paesi europei (Svizzera, Spagna, Germania, Belgio, Lussemburgo, ecc.). Riporteremo alla memoria di tutti, l´immigrazione del XX secolo, dove soldati e operai hanno, durante le due Guerre mondiali o sul lavoro, contribuito a gettare le basi della libertà sulla quale si è costruito in Europa lo sviluppo industriale del secolo scorso.

Marceremo contro l’ingiustizia, le discriminazioni e la disuguaglianza che affliggono sempre di più le popolazioni straniere e più generalmente tutti gli strati precari europei, facendo tappa anche a Verdun e Schengen per ribadire quanto l´Europa degli accordi di Schengen abbia tradito la sua vocazione all’emancipazione dei popoli.

TUTTI INSIEME A STRASBURGO!

Coalition Internationale des Sans-papiers et Migrant.e.s (CISPM)