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Toujours plus d’inégalité : pourquoi les écarts de revenus se creusent

aprile 12, 2012

Ces 30 dernières années, l’écart entre les riches et les pauvres s’est creusé dans la plupart des pays de l’OCDE. Cette évolution s’est produite au cours d’une longue période de croissance économique, avant la Grande Récession. Que va-t-il se passer alors que 200 millions d’individus sont au chômage dans le monde et que les perspectives de croissance sont médiocres ? De nouvelles analyses de l’OCDE indiquent que le mouvement de creusement des inégalités n’est pas inéluctable : les gouvernements peuvent et doivent agir.

Dans son rapport phare de 2008 intitulé Croissance et inégalités, l’OCDE a montré que l’écart entre les riches et les pauvres s’était creusé dans la majorité de ses pays membres. Trois années plus tard, les inégalités sont devenues un sujet universel de préoccupation tant parmi les responsables de l’action publique que dans la société en général. La nouvelle étude de l’OCDE intitulée Toujours plus d’inégalité : pourquoi les écarts de revenus se creusent révèle un nouvel élargissement de ce fossé dans la plupart des pays.
Aujourd’hui, dans les économies avancées, le revenu moyen du décile le plus riche de la population représente environ neuf fois celui du décile le plus pauvre. Même dans des pays à tradition égalitaire tels que l’Allemagne, le Danemark et la Suède, l’écart entre les riches et les pauvres est passé de 5 à 1 dans les années 80 à 6 à 1 désormais. Il est de 10 à 1 en Corée, en Italie, au Japon et au Royaume-Uni, atteint 14 à 1 aux États-Unis, en Israël et en Turquie, et dépasse 25 à 1 au Chili et au Mexique.
Le coefficient de Gini, mesure classique des inégalités dans laquelle une valeur nulle indique que tous ont le même revenu et la valeur 1 que l’individu le plus riche perçoit tout le revenu, atteignait dans la zone OCDE, pour les individus d’âge actif, une moyenne de 0.29 au milieu des années 80. À la fin des années 2000, il valait 0.316, soit une hausse de près de 10 %.

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« Parole di espulsi/e » : Una raccolta per far conoscere la realtà di quella che viene pudicamente definita « riammissione »

marzo 9, 2012

Per scaricare la raccolta

Dagli anni ’90, l’Unione europea si dedica alo sviluppo dell’asse “esterno” della sua politica di immigrazione ed asilo, meglio noto come “processo di esternalizzazione”. Numerosi mezzi, dispositivi e strumenti sono stati approntati per far in modo che siano i suoi vicini (più o meno prossimi) a prendersi carico del controllo dei flussi migratori. Tra questi, gli accordi di riammissione che sono diventati uno dei cardini dell’esternalizzazione.

Gli Stati membri dell’Unione europea, e l’Unione stessa, spingono gli Stati terzi a firmare questi accordi che li impegnano ad accettare il rimpatrio sul loro territorio di tutte le persone giudicate indesiderabili sul suolo europeo (che si tratti di cittadini/e del paese terzo in questione o persone di nazionalità diversa che vi abbiano transitato per raggiungere l’Europa). In cambio, a questi Stati terzi vengono proposte delle “compensazioni”, aiuti allo sviluppo, esenzione dall’obbligo di visto o facilitazioni nel rilascio di visti o ancora aiuti economici.

Di fronte alla mancanza di trasparenza sia nella negoziazione che nell’applicazione di questi accordi e alle scarse informazioni disponibili, la rete euro-africana Migreurop ha costituito un gruppo di lavoro dedicato al loro studio. Questo gruppo è impegnato nella ricerca, l’archiviazione e la diffusione dei testi di questi accordi e mette regolarmente in allarme i parlamentari nazionali ed europei e la società civile, in generale, sui pericoli, specialmente in termini di rispetto dei diritti dell’uomo, derivanti dalla loro sottoscrizione.

Uno strumento per far conoscere questa realtà sempre più significativa è dare la parola ai/alle diretti/e interessati/e : gli/le “espulsi/e”. Il lavoro “Parole di espulsi/e” è il frutto di un lavoro collettivo con le associazioni della rete Migreurop. Non si propone solo di spiegare il quadro giuridico all’interno del quale sono organizzate le “riammissioni” dei/delle migranti/e, ma anche e soprattutto di riportare la voce delle persone espulse, rimpatriate o respinte, voci che rendono conto meglio di qualsiasi altro strumento degli effetti drammatici di questo processo.

Apprendistato per i “sans-papier”: avvio della procedura di consultazione

marzo 8, 2012

Comunicati, Il Consiglio federale, 02.03.2012

Berna. I giovani stranieri in situazione irregolare (sans-papier) potranno in futuro svolgere un apprendistato, a condizione che siano bene integrati e abbiano frequentato almeno per cinque anni la scuola dell’obbligo in Svizzera. È quanto propone il Consiglio federale nell’ambito dell’attuazione della mozione Barthassat “Giovani in situazione irregolare. Accesso all’apprendistato”. La consultazione si concluderà l’8 giugno 2012.

La mozione Barthassat (08.3616), che chiede l’accesso all’apprendistato per i giovani in situazione irregolare, era stata adottata dall’Assemblea federale nel 2010. Il Consiglio federale intende ora attuarla mediante una modifica dell’ordinanza sull’ammissione, il soggiorno e l’attività lucrativa (OASA). Il nuovo articolo completa le disposizioni vigenti sui casi di rigore e definisce i presupposti per l’accesso all’apprendistato da parte di giovani sans-papier. Questi devono essere ben integrati, ossia devono in particolare padroneggiare una lingua nazionale e rispettare l’ordine pubblico. Devono inoltre aver frequentato per almeno cinque anni la scuola dell’obbligo.

Di norma questi giovani si trovano in situazione irregolare perché hanno seguito i genitori in Svizzera. Oggi è per loro impossibile svolgere un apprendistato, poiché in mancanza di un permesso di soggiorno o di lavoro non possono concludere un contratto di lavoro. Del resto, i datori di lavoro che assumono un apprendista in situazione irregolare si rendono punibili. I giovani sans-papier non possono pertanto accedere a un apprendistato, mentre niente impedisce loro di frequentare il liceo.

In sede di consultazione, i Cantoni, i partiti e le cerchie interessate sono invitati a pronunciarsi sul progetto di modifica.

POPOLI – Un appello agli intellettuali europei. Salviamo la Grecia dai suoi salvatori

febbraio 23, 2012

da il manifesto del 22 febbraio 2012
APERTURA – Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya*
Il caso greco e il suo epilogo sono arrivati a un punto di non ritorno. La battaglia da fare per costruire un’altra Europa.
Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.
L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.
Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i “rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.
Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio – ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di solidarietà sociale?
Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa “o la distruzione della società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d’aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?*Rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi.Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso

(RE)PENSER L’EXIL – une revue en ligne

febbraio 20, 2012


Une nouvelle revue en ligne

Dans le cadre du programme 2010-2016 – Exil, Création Philosophique et Politique, Repenser l’Exil dans la Citoyenneté Contemporaine –  la revue en ligne (Re)Penser l’Exil se propose de présenter le travail de réflexion critique des participant.e.s sur les représentations, les mots, les discours sur l’exil, en vue de mettre en lien l’exil, la création philosophique et politique et la citoyenneté contemporaine. Le Programme vise à faire un travail critique sur les modes de (dés)subjectivation, la fragmentation du mouvement social et le poids du déterminisme sur la pensée philosophique actuelle. Elle est un moyen de collectiviser les réflexions en cours, en vue d’une synthèse à la fin du programme (2016).

Elle présente:

  • Des textes produits  à chaque étape du programme 2010-2016 et des textes en travail en vue de publications qui se préparent par ailleurs (livres notamment)
  • Des matériaux, des documents, des faits divers, des contributions artistiques, poèmes, des textes de création théâtrale, etc..

(RE)PENSER L’EXIL

  • L’exil évoque à la fois les racines (Simone Weil) et la mer (Victor Hugo), la maison (Pinar Selek), le pain amer (François Rigaux). Les métaphores sont nombreuses. C’est un phénomène universel qui traverse l’histoire humaine et tous les continents. C’est une des facettes du diamant de l’expérience humaine (exil intérieur, banissement, expulsion sociale, politique).
  • L’exil est une notion riche, vaste, multiforme qui offre un espace d’hospitalité à une réflexion philosophique transversale visant à défragmenter des expériences humaines, politiques pour permettre un partage de la réflexion.
  • Nous nous proposons de (re)penser l’exil dans ce qu’il contient d’épaisseur de vie, de souffrance, de joie, d’injustice, de violence et aussi de souffle, de puissance, d’opportunité d’invention de la liberté et de la solidarité, de la citoyenneté.
  • Le fil rouge est une question qui nous accompagnera durant toute la durée du programme (2010-2016): serions-nous toutes, tous des exilé.e.s ? L’exil une fatalité du destin, une liberté en tension. Exil-des-exil, comment vivons-nous, pensons-nous cela ?

LE TRAVAIL PHILOSOPHIQUE

  • Le travail d’innovation philosophique dont a parlé Jacques Derrida au moment où il a fondé le Collège International de Philosophie à Paris, appartient à tout le monde. En partant de l’exil, nous voulons inventer et mettre en œuvre un travail à la fois modeste et ambitieux qui croise des expériences, des lieux, des pays, des continents, des temporalités, des générations, des sexes, des domaines de savoirs, des générations, des artistes, etc.. en partageant une réflexion critique.
  • Il vise à favoriser le travail sur l’autonomie, la subjectivation individuelle et collective et la création philosophique.
  • Il participe au débat critique et créatif sur l’exil et le des-exil dans le monde contemporain.

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Prise de position sur la lettre de Simonetta Sommaruga au sujet de la pétition stop-vols-speciaux.ch

febbraio 16, 2012


Cette prise de position répond à la lettre de la conseillère fédérale Simonetta Sommaruga du 16 décembre 2011 concernant la pétition «stop-vols-speciaux.ch» (voir pièce attachée).
 Initiée le 1er octobre 2011, cette pétition demande l’arrêt des vols spéciaux et la fermeture de Frambois et des centres de détention administrative similaires. Elle a reçu le soutien de nombreuses personnalités publiques suisses, issues des milieux culturels, intellectuels et associatifs et a récolté plus de 5300 signatures en deux mois!

Au début de sa lettre, la ministre socialiste admet que «les renvois forcés ainsi que les mesures de contrainte sont, pour toutes les parties concernées, très éprouvants». Or, ces pratiques ne sont pas «éprouvantes» mais mortelles: elles ont coûté la vie à trois personnes déjà, la dernière fois le 17 mars 2010 lorsqu’un jeune Nigérian de 29 ans est décédé sur le tarmac de Kloten.

Rappelons ce que sont ces mesures «éprouvantes»: les mesures de contrainte inscrites dans la Loi fédérale sur les étrangers permettent de détenir une personne en attente de renvoi, dans l’une des 28 structures de détention administrative, sans qu’elle ait forcément commis une infraction pénale. La durée de cette détention peut s’étendre jusqu’à dix-huit mois. A l’exemple du centre de Frambois à Genève, entièrement dévolu à cet effet, les personnes détenues vivent dans des conditions carcérales humiliantes. Des cas de tentatives de suicide, de grèves de la faim et de dépressions ont été rapportés, notamment par la Ligue suisse des droits de l’homme. L’ultime stade de cette procédure de renvoi est le vol «spécial» qui réserve un traitement inhumain aux personnes expulsées. Celles-ci sont ligotées, menottées, langées et attachées sur une chaise afin d’être déportées de Suisse.

Parce que ces pratiques seraient «éprouvantes», Simonetta Sommargua prétend également que «les autorités mettent tout en œuvre afin que de telles procédures puissent être évitées» et affirme qu’en matière de détention administrative «la privation de liberté des personnes concernées constitue une restriction grave à un droit fondamental et que ces mesures doivent être appliquées de manière très restrictive». Or, selon ses propres chiffres, les mises en détention administrative, ainsi que les renvois forcés, sont des mesures appliquées à un rythme machinal. Ainsi, du 1er janvier 2008 au 30 septembre 2011, 11 700 mises en détention administrative ont été prononcées. Cela équivaut à près de neuf personnes par jour incarcérées en Suisse sans qu’il y ait un délit pénal à l’origine de cette mise en détention. Dans ce contexte, chaque heure de détention administrative est une heure de trop! Concernant les vols spéciaux, 805 personnes ont été renvoyées en l’espace de trente-neuf mois (entre mars 2010, suite au décès du jeune Nigérian à Kloten, et janvier 2011 les vols spéciaux ont été interrompus). Cela correspond pratiquement à une personne renvoyée par vol spécial par jour! Ainsi en 2009, selon les chiffres de l’Office fédéral des migrations (ODM), 360 personnes étaient expulsées de force sur 27 vols spéciaux. Bref, la politique menée par les autorités suisses en matière de renvois est une véritable machine à expulser, responsable de déjà trois décès!

Au vu de ces faits, il est difficile à comprendre comment la ministre ose souligner «que la dignité humaine doit en tout temps être respectée et préservée» ou «qu’elle [la mesure prise] respecte la dignité humaine de la personne concernée». Où est-elle cette dignité invoquée à deux reprises par la ministre socialiste? La détention administrative et les vols spéciaux sont depuis longtemps dénoncés par la Ligue suisse des droits de l’homme. Cette organisation constate «que les moyens de contrainte utilisés lors de ces vols spéciaux afin de mettre en œuvre une mesure d’expulsion sont totalement disproportionnés et inacceptables aussi bien d’un point de vue humain que juridique» (http://www.lsdh.net/pdf/com_presse/CP_DA_2011_02_17.pdf).

Le président de la Commission nationale pour la prévention de la torture, Jean-Pierre Restellini, souligne également l’inhumanité de cette politique: « Nous avons été frappés par les mesures de sécurité, trop souvent appliquées à leur niveau maximal. Cette tolérance zéro est en opposition avec le respect des droits de la personne. Ficeler les personnes à déporter comme des saucissons, les empêcher d’aller aux toilettes pendant le vol, sans tenir compte de circonstances particulières, n’est pas acceptable. La plupart des vols se déroulent sans incident, mais lorsque les conditions de sécurité sont maximales, elles aboutissent à un traitement dégradant et humiliant.» (Le Temps, 2 décembre 2011) En juillet 2011 encore, soit après la mort du requérant nigérian, un reportage de l’émission 10 vor 10 de la télévision suisse alémanique a diffusé des images choquantes montrant des policiers frappant à coup de matraques et tabassant une personne ligotée, sur le point d’être expulsée depuis l’aéroport de Kloten. Plutôt que de défendre et légitimer les vols spéciaux, comme le fait ici la ministre socialiste, nous préférons nous indigner avec Laurent Flütsch de leur existence: «Qu’est-ce qui peut justifier, dans un pays dit civilisé, un traitement digne des négriers d’antan ?» (Vigousse n°74, p. 5)

Simonetta Sommaruga passe en outre sous silence le fait que les autorités mélangent des personnes détenues en voie d’expulsion avec des criminels de droit commun. Aussi bien le Comité européen pour la prévention de la torture (CPT) que la Commission nationale pour la prévention de la torture (CNPT) ont critiqué la Suisse en raison de la cohabitation de détenus criminels et de détenus administratifs dans un même espace carcéral. Il y a en effet seulement cinq centres dédiés uniquement à la détention administrative, mais vingt structures intégrées dans des établissements pénitenciers ordinaires.

Quant à la présence d’«observateurs» pendant les vols spéciaux, ils servent pour l’essentiel à maintenir une image soi-disant «acceptable» de pratiques inhumaines. Il est significatif à ce propos que la Fédération des Eglises protestantes de Suisse n’ait pas souhaité poursuivre son mandat après six mois de présence à bord des vols spéciaux. De plus, la Fédération des médecins suisses (FMH) a déconseillé à ses membres d’y participer. Entre autres raisons, elle fait valoir qu’un médecin ne peut intervenir à temps si un captif harnaché est victime d’une thrombose, d’un problème cardiaque ou respiratoire. Du coup, l’ODM mandate l’organisation SOS Médecins, qui encaisse 1200 francs par jour pour cette prestation. Mais qui, selon la FMH, n’est pas formée pour de telles missions. Quant au personnel de cabine de Swiss et Hello, les compagnies aériennes qui œuvrent à la déportation, il se dit souvent écœuré par le traitement réservé aux refoulés.

Enfin, Simonetta Sommaruga défend ces mesures au nom d’une politique migratoire «crédible» de la Suisse. De fait, elle souscrit totalement au système d’accueil à deux vitesses pratiqué dans ce pays depuis des années, au service des possédants et contre les pauvres. D’un côté, la Suisse expulse chaque année des réfugiés et des migrants fuyant les régimes dictatoriaux soutenus par les pays occidentaux, les guerres ou l’extrême misère provoquée par le pillage du dit «Tiers monde». De l’autre, les individus les plus riches et les multinationales les plus puissantes continuent à être accueillis à bras ouverts, malgré leurs responsabilités dans les crises sociales et économiques qui contraignent des milliers de personne à devoir migrer. Contribuant à l’Europe «forteresse», la Suisse pratique une politique migratoire ultrasélective et une politique d’asile extrêmement restrictive, pratiquement vidée de son contenu depuis les années 1990. Ces lois xénophobes créent des sans papiers et condamnent les migrants de pays hors Union européenne à la clandestinité, à l’illégalité et à la précarité, tout en fournissant au patronat de l’hôtellerie, de la restauration ou de la construction une main-d’œuvre sous-payée et corvéable à merci.

Aujourd’hui, en l’absence complète d’une position de gauche au sein du gouvernement sur ces questions, il n’est pas étonnant que la ministre socialiste défende et applique une politique imprégnée de xénophobie et qui perpétue les inégalités entre suisses et immigrés. C’est  une tout autre politique migratoire que nous devons défendre, basée sur la véritable reconnaissance du droit d’asile, la régularisation collective des sans-papiers et le renforcement des droits sociaux des migrants et des migrants. Car une autre politique migratoire est tout à fait possible. C’est même une urgence sociale, humaine, politique si l’on veut faire face aux défis du 21e siècle: crise du capitalisme à répétition, guerres, montée de la pauvreté et des dérèglements climatiques, autant de facteurs qui vont contribuer à des déplacements importants de population dans les décennies à venir.

Pièce attachée: lettre de Simonetta Sommaruga du 16 décembre 2011

Il faut en finir avec l’enfermement des enfants étrangers !

febbraio 10, 2012

mardi 7 février 2012

Hier soir, à la Bourse du travail de Paris, plus de 200 personnes ont lancé un appel à mettre fin aux pratiques d’enfermement des mineurs étrangers dans les Centre de rétention administrative (CRA) et les zones d’attente aux frontières. En dépit des textes internationaux qui garantissent leur protection, les enfants ne sont en effet pas épargnés par la politique « du chiffre » en matière d’immigration et d’enfermement des étrangers, et se trouvent privés de liberté au motif que leurs parents sont sans papiers. Pour la seule année 2010, 356 enfants ont été retenus dans les CRA, dont 80% âgés de moins de 10 ans ; et 518 ont été maintenus dans les zones d’attente, les enfants de 13 à 18 ans étant généralement enfermés dans les mêmes locaux que les adultes. La même année, dans la seule petite île de Mayotte, 6400 mineurs ont été éloignés de force.

L’ouverture, en août 2011, de 40 places pour les familles et l’installation de structures d’accueil et aires de jeux dans le nouveau CRA du Mesnil-Amelot, a envoyé le signal d’une augmentation de l’enfermement des enfants programmée par le ministère de l’Intérieur. Tirés du lit au petit matin ou arrêtés avec leur père, leur mère, leurs frères et soeurs, séparés de leurs amis, privés d’école, ces enfants s’en remettront-ils ? Ils sont enfermés près des aéroports, gardés par des policiers, derrière des grillages, à chaque déplacement ils voient devant eux leurs
parents menottés.
L’enfermement des enfants et des mineurs étrangers, seuls ou avec leurs parents, heurte les principes protégés par des textes internationaux dont la Convention Européenne des Droits de l’Homme (CEDH) et la Convention Internationale des Droits de l’Enfant (CIDE). Le Comité des droits de l’enfant des Nations unies rappelle régulièrement la France à l’ordre à ce sujet. En vain. Le 19 janvier 2012 la Cour Européenne des Droits de l’Homme (CEDH) a condamné la France pour les traitements, considérés comme inhumains et dégradants, infligés à de jeunes enfants placés en rétention (CEDH Popov c/ France 19. 01. 12 n° 39472/07 et 39474/07).
Soutenus par des personnalités qualifiées dans le domaine de la protection des enfants, l’Observatoire de l’enfermement des étrangers et le Réseau éducation sans frontières publient un appel à pétition pour que cesse immédiatement et définitivement l’enfermement des enfants et mineurs étrangers.
Soutenus par des personnalités qualifiées dans le domaine de la protection des enfants, l’Observatoire de l’enfermement des étrangers et le Réseau éducation sans frontières publient un appel à pétition pour que cesse immédiatement et définitivement l’enfermement des enfants et mineurs étrangers.
Pétition en ligne sur le site de RESF : http://www.educationsansfrontieres.org/

Asilo, un dilemma senza soluzioni

febbraio 8, 2012


Dibattito Il ciclico aumento di richieste di asilo, questa volta dovuto alle rivoluzioni arabe, pone la Svizzera di fronte a problemi ricorrenti

di Daniele Piazza
da Azione del  6 febbraio 2012

La politica d’asilo e degli stranieri è complicata e piena di contraddizioni.

Secondo il presidente dell’UDC Toni Brunner le migrazioni producono abusi, sfruttatori economici, criminali e spacciatori di droga. Dal canto suo l’ex comproprietario dell’ex banca Wegelin Konrad Hummler ha un senso elitario del diritto all’asilo. Una paio d’anni fa ha dichiarato che «la fuga di capitali è una legittima difesa ed il segreto bancario un diritto all’asilo… È stolto chi non evade gli eccessi del fisco tedesco».

D’un canto si mettono all’indice i salariati stranieri che non si sono integrati nella nostra società o che biascicano a malapena una delle nostre lingue. Ma poi nessuno ha da ridire sui top manager stranieri cui basta l’inglese, cui non interessano le nostre lingue e che mandano i figli nelle International School . Sono venuti in Svizzera al seguito di società allettate dagli sconti fiscali elvetici. L’integrazione non li concerne e hanno i mezzi per trincerarsi nei ghetti di lusso della Goldküste .

Vi è poi la polarizzazione. La sinistra si focalizza sulla solidarietà, sull’aspetto umanitario e multiculturale trascurando i problemi causati dalle migrazioni. La destra fa esattamente il contrario. È lo scontro muro contro muro carico di emozionalità e strumentalizzazioni politiche che non lasciano spazio ad un dialogo costruttivo. Negli scorsi trent’anni la legislazione è stata costantemente inasprita, ma la situazione non è migliorata, le tensioni si riaccendono a scadenze regolari seguendo gli alti e bassi delle ondate migratorie. È illusorio pensare di eliminare in tempi brevi le vere cause come le guerre, la miseria nel Terzo mondo, le enormi disparità fra paesi ricchi e poveri. Tanto che secondo l’ex mister rifugiati Jean-Daniel Gerber «non si può risolvere il problema delle migrazioni, lo si può soltanto gestire, a meno che anche la Svizzera venga travolta dalla guerra o da una spaventosa crisi economica tanto da non essere più attrattiva, ciò che evidentemente nessuno auspica». Guardare in faccia alla realtà significa anche mantenere le proporzioni del fenomeno. I candidati all’asilo sono appena il 2% degli stranieri che vivono in Svizzera. È in questo quadro che si situa il forte aumento dei richiedenti l’asilo. Lo scorso anno vi è stata una progressione del 45% in seguito alle rivoluzioni magrebine che hanno aperto le vie di fuga verso l’Italia. Sono così giunti nel nostro paese 22’551 fuggiaschi. Ma non è una cifra particolarmente elevata, non è neppure la metà dei rifugiati giunti in Svizzera durante la guerra del Kosovo nel 1999. Negli anni successivi il numero dei richiedenti è oscillato fra gli 11’000 ed i 21’000. Secondo l’UDC si tratta comunque di un afflusso in massa, di una situazione caotica. Fatte le debite proporzioni, la Tunisia si troverebbe allora in una situazione a dir poco catastrofica, dovrebbe proclamare lo stato d’emergenza. Ha infatti accolto 800’000 rifugiati (quasi il 10% della popolazione) che hanno varcato la frontiera con la Libia durante il conflitto armato che ha rovesciato la dittatura di Gheddafi.

Ciò non toglie che bisogna prendere sul serio ed affrontare con determinazione i problemi legati all’afflusso di candidati all’asilo. Problemi che vanno dal comportamento aggressivo ed intollerabile di giovani richiedenti tunisini alla lentezza delle procedure fino al sovraffollamento dei centri di registrazione e d’accoglienza.

Il fatto è che mancano le riserve di alloggi stralciate per motivi di risparmio da Christoph Blocher quand’era capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia. Egli aveva calcolato le riserve su un afflusso di 10’000 candidati all’asilo confidando sulla capacità del Dipartimento della difesa di mettere a disposizione 20’000 posti supplementari in caso di crisi. Una pia illusione, secondo Ueli Maurer le caserme fuori servizio offrono al massimo 6000 posti. E così ci risiamo, com’è già avvenuto in passato bisogna trovare nuovi centri d’asilo. Ciò crea tensioni nella popolazione e mette a dura prova la solidarietà fra Confederazione Cantoni e comuni. Le richieste d’asilo hanno ricominciato ad aumentare nel 2008, quando la responsabile della politica d’asilo era Eveline WidmerSchlumpf. Nell’intento di aumentare l’efficienza, la consigliera federale grigionese ha sottoposto l’Ufficio federale delle migrazioni ad una profonda e dolorosa riorganizzazione. L’operazione si è risolta in un fallimento in settori centrali come quello dell’asilo e dei rinvii. Nel frattempo il Dipartimento di giustizia e polizia è stato ripreso da Simonetta Sommaruga che fa parzialmente marcia indietro per correggere le disfunzioni più gravi, di fatto procede ad una riorganizzazione della riorganizzazione.

Sommaruga ribadisce che la sua priorità assoluta è di accelerare considerevolmente le procedure per le richieste d’asilo. Attualmente possono durano fino a 4 anni, l’intento è di ridurle a 4-6 mesi per poter così rimpatriare tempestivamente i due terzi dei richiedenti che non rispondono ai requisiti per ottenere il diritto d’asilo. Per raggiungere questo obiettivo la ministra di giustizia e polizia vuole fra l’altro creare dei cosiddetti centri federali di procedura dove lavoreranno gomito a gomito i vari attori delle procedure d’asilo: autorità, organizzazioni assistenziali, consulenti giuridici ed istanze di ricorso. D’altro canto la ministra di giustizia e polizia si mostra flessibile di fronte alle resistenze della popolazione. Non insiste più sull’idea di creare grandi centri d’accoglienza centralizzati, ammette che è più attuabile e realista la creazione di centri più piccoli, decentralizzati e distribuiti nelle varie regioni del nostro paese.

D’altro canto Simonetta Sommaruga definisce inaccettabile la sfrontatezza dei gruppetti di giovani richiedenti l’asilo tunisini che rubano, si ubriacano e provocano risse e baruffe in particolare a Chiasso. La consigliera federale bernese sottolinea che questi giovani dovranno comparire davanti alla giustizia elvetica, ma si dichiara anche disponibile ad esaminare l’idea di creare un centro separato in cui confinare i richiedenti l’asilo problematici.

Più che giusto e doveroso punire i violenti, ma a furia di cavalcare a tutti i costi il tema degli abusi si perde il senso della misura. Due commissioni parlamentari hanno approvato una proposta del consigliere nazionale Philippe Müller (PLR/AG) che colpisce per la prima volta i veri rifugiati, quelli che hanno ottenuto ufficialmente tale statuto perché perseguitati nei loro paesi d’origine. Nel mirino i loro figli e famigliari ai quali si vuol negare lo statuto di rifugiato. L’obiettivo dichiarato è di espellerli dal paese nel caso in cui commettessero un reato per il quale vengono d’altronde già condannati in tribunale. Una doppia punizione giudicata sproporzionata dalle organizzazioni umanitarie. Sottolineano che si tratta di casi estremamente rari anche perché coloro che hanno ottenuto lo statuto di rifugiato sono generalmente i più coscienziosi e riconoscenti. Tutti gli schieramenti politici hanno sempre assicurato che la Svizzera protegge i perseguitati ed i veri rifugiati. Ma adesso facendo leva su alcuni casi isolati si apre una crepa in un diritto fondamentale che caratterizza la tradizione umanitaria della Svizzera.

Un tetto ai clandestini tra illegalità e altruismo

febbraio 8, 2012


Di Luigi Jorio, swissinfo.ch


Sempre più richiedenti l’asilo in Svizzera spariscono durante la procedura. Scivolati nella clandestinità, tentano di trovare un lavoro e un alloggio temporaneo. swissinfo.ch ha raccolto la testimonianza di chi ha deciso di infrangere la legge per offrire loro un posto decente in cui vivere.

 

Una doppia fuga con la paura costante di essere scoperti. È il destino che accomuna numerosi richiedenti l’asilo, i quali dopo essere scappati dal loro paese ed essere giunti in Svizzera, svaniscono nuovamente nel nulla.
A far perdere le proprie tracce sono soprattutto i richiedenti che hanno ricevuto una risposta negativa o di non entrata in materia. Invece di lasciare la Svizzera, volontariamente o nel quadro di un allontanamento forzato, preferiscono darsi alla macchia andando così a infoltire il gruppo dei sans papiers (clandestini, vedi a fianco).
Non tutti però attendono una decisione definitiva delle autorità. Nel 2011, ci dice l’Ufficio federale della migrazione (UFM), il 12,7% dei richiedenti (2’607 persone) si è dileguato durante la procedura d’asilo. La quota era del 12% nel 2010 e del 9% nel 2008.
Secondo l’UFM, si tratta di persone consapevoli della probabile risposta negativa alla loro richiesta. La maggior parte di loro lascia la Svizzera per altri paesi, ritiene l’UFM. I richiedenti l’asilo in procedura, puntualizza l’ufficio, non sono considerati criminali e sono quindi in principio liberi di spostarsi.

In fuga da Dublino

«Spesso – spiega Balthasar Staehelin, responsabile dell’aiuto ai richiedenti l’asilo presso l’Ospizio generale di Ginevra – sono persone che rischiano di essere rinviate nel quadro degli accordi di Dublino». In base all’accordo europeo in vigore dal 2008, il richiedente è trasferito nel paese in cui è stato registrato per la prima volta.
«Sono formalmente nella procedura, ma sanno che non avranno alcuna possibilità di rimanere in Svizzera. E siccome le procedure sono lunghe, hanno il tempo per far perdere le loro tracce», afferma Staehelin, per il quale si sa poco o nulla sul destino di queste persone. «Non esistono studi per sapere cosa fanno o dove vanno».
A sparire sono solitamente giovani uomini senza famiglia, rileva Moreno Casasola dell’associazione Solidarité Sans Frontières (Solidarietà senza frontiere). «Cercano un alloggio e un lavoro nelle fattorie o sui cantieri. Le donne tentano di trovare un’occupazione nel ramo delle pulizie o delle cure a domicilio».

Una vita indipendente

Per un clandestino, trovare una sistemazione non è ovviamente semplice. Alcuni hanno potuto contare sull’aiuto di Beat*, ragazzo sulla trentina residente nella regione di Berna, che in barba alla legge ha offerto un tetto a una decina di persone.
«Rischio una multa e fino a un anno di prigione per favoreggiamento del soggiorno illegale», ci dice Beat, per nulla intimorito dalle sanzioni previste dalla legge federale sugli stranieri. «Lo faccio soltanto per aiutare gente in difficoltà e quindi ritengo di agire nel giusto».
Assieme a un gruppo di conoscenti ha predisposto delle camere in un edificio alla periferia di Berna. «Vi abitano tre persone dell’Africa del Nord, in Svizzera già da qualche anno. Avevo conosciuto una di loro per caso, giocando a pallone».
Questi clandestini, spiega, sono più o meno indipendenti. «Tentano di arrangiarsi da soli e sono costantemente alla ricerca di un lavoro. Ad esempio presso le ditte di traslochi o i ristoranti che non richiedono alcun permesso».
Di tanto in tanto, Beat li aiuta con qualche decina di franchi. Un’assistenza finanziaria che non è però la regola. «Solitamente rifiutano di ricevere soldi. Forse per una questione di onore o forse perché non vogliono approfittare del nostro altruismo. Desiderano semplicemente gestire la loro vita».

Paura della polizia

A Zurigo, Berna e Basilea, prosegue Beat, sono diverse le persone che condividono un appartamento con dei clandestini. «È come vivere con normali coinquilini che però non pagano l’affitto. Aiutano comunque nei lavori domestici».
In passato anche Beat ha ospitato sans papiers a casa sua. «Alcuni sono rimasti soltanto per qualche giorno, altri sono diventati miei amici». Il ricordo più triste è legato a una persona sparita da casa senza preavviso. «Solamente in seguito ho saputo che era finita in prigione dopo essere incappata in un controllo della polizia. Mi addolora pensare che una persona viene rinchiusa anche se non ha fatto nulla di male».
«A colpirmi – confida – è soprattutto il loro profondo senso di insicurezza e la mancanza di prospettive. Non sanno cosa può succedere quando escono di casa. Questo sentimento di paura è particolarmente presente nei richiedenti l’asilo: sono noti alle autorità e quindi per loro è più difficile restare nell’ombra. Sono costantemente sotto pressione».
L’appartamento di Beat è ora troppo piccolo per accogliere altre persone. «Di tanto in tanto mi capita di incontrare vecchie conoscenze per strada». Il momento più gratificante, racconta, è stato incontrare una persona che aveva ospitato quando era studente universitario a Friburgo.
«Mi ha detto di non essere più un clandestino. La sua situazione si era regolarizzata. Mi son sentito fiero di aver aiutato qualcuno a raddrizzare la propria vita».

*identità nota alla redazione

 

CLANDESTINI

Le stime sul numero di clandestini (sans papiers) in Svizzera variano a seconda della fonte.
In uno studio dell’Istituto di ricerca gfs.bern condotto nel 2005 in sei cantoni, i clandestini sarebbero 90’000 (20’000 soltanto nel canton Zurigo).
Secondo le cifre elaborate nel 2002 dall’Istituto delle migrazioni dell’Università di Neuchâtel, i sans papiers sarebbero tra i 70’000 e i 180’000.
Nella categoria dei sans papiers rientrano soprattutto ex lavoratori stagionali che non hanno più diritto a un permesso, migranti da paesi terzi (non europei) e richiedenti l’asilo respinti (decisione negativa o di non entrata in materia) o ancora in procedura.

Emergenza freddo: si può morire anche in Ticino

febbraio 7, 2012

lunedì, 7 febbraio 2012

COMUNICATO
Onorevole Consigliera, onorevoli Consiglieri di Stato,

il rigore dell’inverno, particolarmente intenso in questi giorni e con temperature che raggiungono e superano i -10 gradi, evidenzia una volta in più la necessità di un centro che possa accogliere persone prive di alloggio, o in alloggi precari, in situazione di emergenza.

Come Movimento dei Senza Voce da dieci anni ci occupiamo delle persone con problemi di alloggio presenti sul territorio del nostro Cantone. Con la creazione nel 2004 del centro di prima accoglienza Casa Astra, abbiamo potuto godere in questi anni di un osservatorio privilegiato, pertinente e concreto su questo fenomeno, spesso frainteso e purtroppo in costante crescita.

Onde contribuire alla gestione di tale problematica, che colpisce indistintamente autoctoni e non, nel 2009 abbiamo consegnato al Cantone, Dipartimento Salute e Socialità, il “progetto per una rete di centri di prima accoglienza” (vedi all’indirizzo http://retecentri.wordpress.com). In questo contributo, sottolineavamo l’importanza vitale di un centro d’accoglienza invernale e temporaneo che potesse accogliere i casi più urgenti riguardanti persone senza fissa dimora nel periodo più freddo dell’anno. La risposta alla necessità da noi segnalata ha trovato concretizzazione due anni fa con l’apertura da dicembre a febbraio del bunker della protezione civile a Lumino.

Purtroppo neppure questa, ovviamente insoddisfacente e inadatta, offerta si è concretizzata, e il Cantone non ha risposte e un tetto da offrire a chi è ora in situazione di emergenza.

Interrogato il Cantone, nel mese di ottobre, sulle sue intenzioni relative alla ricerca di una soluzione possibile, la risposta è consistita in una direttiva specifica ad inizio dicembre per l’aiuto d’urgenza per il periodo dal 23 dicembre al 9 gennaio (quando le temperature erano ben lungi dall’essere quelle attuali): un aiuto, per gli stranieri, da chiedere in polizia cantonale provando la mancanza di alternative, presentando i propri documenti e che in sostanza consisteva in un aiuto al ritorno nel Paese di origine della persona in difficoltà. Per i residenti la richiesta, durante gli orari d’ufficio,  era da inoltrare all’Ufficio del Sostegno Sociale e dell’Inserimento per un collocamento d’emergenza probabilmente in pensioni.

La direttiva non è stata però comunicata ai mezzi di informazione, normale prassi per assicurarsi che le informazioni arrivino a tutta la cittadinanza, ai servizi e ai diretti interessati. Una soluzione quindi carente, che non vorremmo dover interpretare come un palese segnale della mancata volontà di affrontare seriamente questo problema, limitandosi a rimandarlo di anno in anno o contando sempre sull’iniziativa privata (tenendo conto però che ospitare una persona in difficoltà, se priva di documenti, può costituire reato).

Nemmeno i comuni, e in particolare i più grandi ed economicamente forti come Lugano hanno ritenuto di reagire all’emergenza di questi giorni. Quest’ultimo, ad esempio, ha chiuso improvvisamente il suo dormitorio nel dicembre del 2010 e una risposta all’interrogazione rivolta in merito al Consiglio comunale il 19 aprile dello scorso anno dai Consiglieri Cattaneo e Corti è tuttora senza risposta.

Un articolo apparso sulla stampa locale il 16 gennaio, evidenziava – citando una ricerca dell’Ufficio Federale di Statistica – un aumento considerevole dei pernottamenti negli alberghi di categoria bassa (senza stelle) in Ticino (+19.2%). Un importante aumento dovuto all’abitudine di alloggiare in pensioni persone che potrebbero più efficacemente e facilmente (per non dire vantaggiosamente a livello economico, trattandosi di soldi pubblici non si tratta di un dettaglio) essere seguite per le loro esigenze in strutture create ad hoc?

Comunque stiano le cose – e non pare purtroppo difficile intuirlo – le condizioni climatiche estreme di questi giorni impongono la ricerca immediata di una soluzione, come si è fatto nel resto della Svizzera e nella fascia di confine (Como o Milano, dove un centro chiuso da anni è stato riaperto in tutta fretta per permettere ai senza tetto di poter dormire al coperto e godere di pasti caldi).

In questi giorni, non è difficile assistere al conteggio delle persone morte per assideramento in Europa e anche in Svizzera, la prima vittima è infatti deceduta ieri a Ginevra dove i servizi sono mobilitati da tempo. Non vorremmo che presto il conteggio riguardasse anche il nostro Cantone.

Ci chiediamo quindi cosa le autorità locali intendano fare per rispondere alle proprie responsabilità istituzionali e umane reagendo a questa emergenza.
Il Cantone dovrà ovviamente rispondere alla questione politica relativa all’assenza sul territorio di un centro invernale, ma per rispondere concretamente all’urgenza pensiamo che a questo punto siano i comuni a dover dare dimostrazione di una capacità di reazione immediata, rendendo disponibile a chiunque ne abbia bisogno uno spazio dove pernottare e trascorrere le ore diurne.

Casa Astra, unico centro stabile e aperto tutto l’anno, solo dall’inizio di dicembre ad oggi, ha dovuto rifiutare 40 richieste di aiuto (per l’anno 2011 sono state 147 le richieste di entrata non soddisfatte per mancanza di spazio), a cui bisogna sommare quelle fatte a Fra Martino Dotta anche presso la mensa di Viganello, ai servizi sociali, ad altri enti, nonché a cittadini privati.

Di fronte a questa emergenza possiamo, come Cantone, in tutta coscienza permetterci dei distinguo tra residenti e non attendendo che bussino alla nostra porta invece di fare prevenzione? Nel resto d’Europa e negli altri Cantoni svizzeri il problema è sociale e solo sociale. Possiamo speculare sulla possibilità o meno che anche in Ticino di freddo si possa morire?

Ringraziandovi dell’attenzione porgiamo distinti saluti.